meeting art istituzionale
Pubblicato il: lun 17 Giu 2019
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Da Singapore alla Mongolia. La potenza e la malinconia dell’Estremo Oriente alla Biennale di Venezia

Shirley Tse, Stakeholders, 2019. Installation view. Courtesy M+ and the artist. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio

Shirley Tse, Stakeholders, 2019. Installation view. Courtesy M+ and the artist. Photo Ela Bialkowska, OKNOstudio

Fra esigenze di politica interna e recupero delle radici culturali, l’arte contemporanea nell’Estremo Oriente sta sicuramente vivendo tempi interessanti. Da Singapore alla Mongolia, intense riflessioni sull’arte e la sua funzione sociale.

Venezia. Nonostante la presunta “globalizzazione”, la conoscenza dell’Estremo Oriente asiatico è ancora molto limitata per il grande pubblico. Culture millenarie si scontrano e si confrontano con la modernità, e in qualche caso fanno i conti con la politica interna. Come in Cina, dove il presidente Xi Jingping, ufficialmente impegnato dal 2017 a sviluppare un “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, ha stabilita una svolta autoritaria in senso maoista, riprendendo anche l’idea del Grande Balzo in Avanti. Il Padiglione cinese alla Biennale di Venezia è la traduzione in arte del nuovo corso autoritario che sta attraversando il Paese, che al culto della personalità di Jingping affianca la necessità di un’organicità sociale pressoché assoluta. Ispirata al concetto cinese di saggezza (睿, Rui) la collettiva curata da Wu Hongliang si sviluppa su installazioni luminose, pitture visionarie, sculture biomorfe, video installazioni; opere dai differenti linguaggi, ed è allestita con una sorta di “sistema integrato” che, alla stregua di un flusso di coscienza riesce a disorientare, incuriosire, affascinare il pubblico. Il concetto di base è la simultaneità della nostra epoca, nella quale l’incontro caotico di culture differenti, il bombardamento mediatico di notizie, immagini, opinioni, superano distanze e fusi orari.

A-Temporality-Mongolian-Pavilion-at-La-Biennale-di-Venezia-2019.-Courtesy-Mongolian-Contemporary-Art-Support-Association

A-Temporality-Mongolian-Pavilion-at-La-Biennale-di-Venezia-2019.-Courtesy-Mongolian-Contemporary-Art-Support-Association

“Trasformare o sostituire altre civiltà è stupido”, ha dichiarato recentemente lo stesso Jingping. Anche alla luce di queste parole, il Padiglione cinese 2019 può essere letto come la risposta della granitica organicità della Cina comunista davanti alle sfide che vengono da fuori (leggi i dazi imposti da Trump); in quest’epoca delicata, la strategia politica passa anche dalla riscoperta di criteri maoisti e nel tentativo di riassorbire definitivamente artisti e intellettuali alla causa del partito. Se il discorso artistico viene meno, si deve però riconoscere la maturità cinese di lanciare al mondo messaggi trasversali e dottrinalmente sottili.

L’arte gioca invece un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità di Hong Kong, territorio autonomo a statuto speciale in seno alla Repubblica Popolare Cinese. Con Stakeholders, la personale di Shirley Tse, il Padiglione Hong Kong si conferma un laboratorio artistico assai interessante: la sua opera scultorea – realizzata con materiali tradizionali come il legno, il vetro e il bambù, ma anche tecnologicamente più avanzati come le resine industriali, e avvalendosi di tecniche antiche come la tornitura o moderne come la stampa in 3D -, occupa l’interno e l’esterno dell’edificio con forme antropomorfe e l’equipaggiamento per il gioco del badminton, quest’ultimo retaggio della colonizzazione inglese di Hong Kong. Un’installazione “tentacolare” dinamica, metafora della rinegoziazione del ruolo dell’individuo nello spazio e nel tempo, all’interno dei flussi storici e del progresso tecnologico, e negli scambi con le altre culture. Su corde differenti il poetico, affascinante e vagamente malinconico, Apparition, il Padiglione di Macao curato da Sio Man Lam che ospita le ceramiche di Heidi Lau. La più nostalgica delle colonie europee in Cina, da sempre in crisi d’identità per le migrazioni che ha viste da e sul suo territorio, e invasa ogni anno da trenta milioni di turisti in cerca delle emozioni del gioco d’azzardo a suo tempo legalizzato dai portoghesi. Superando questa ingombrante eredità, Lau riscopre le radici cinesi di questo territorio sospeso suo malgrado fra Occidente e Oriente: il titolo della serie scultorea allude alla riscoperta della complessa identità locale nello stile della classica narrativa cinese del soprannaturale, a partire dalle raffigurazioni di Nüwa, la dea cinese della creazione, o le riproduzioni dei totem taoisti.

China-Pavilion-2019-installation-view.-Courtesy-La-BIennale-di-Venezia.Photo-Itali-Rondinella

China-Pavilion-2019-installation-view.-Courtesy-La-BIennale-di-Venezia.Photo-Itali-Rondinella

Paese di sterminati deserti e altissime catene montuose, per millenni solcato dalle rotte dei pastori nomadi, la Mongolia, presente per la terza volta a Venezia, regala un Padiglione in equilibrio fra la cultura antica e le più avanzate pratiche artistiche contemporanee. A Temporality, curato dalla mecenate Gantuya Badamgarav, rende omaggio – attraverso sculture istallative e performance sonore -, all’importanza della tradizione orale che ha consentita la conservazione del patrimonio culturale mongolo, povero di fonti scritte a causa dello stile di vita nomade di questo popolo. Anticamente, il gorgheggio era uno strumento di comunicazione per le tribù di pastori che si incrociavano da grandi distanze, oltre che un sistema di richiamo per le mandrie di yak, pecore e montoni. Le sculture installative di Jantsankhorol Erdenebayar, realizzate in asfalto, caucciù, vetro, blocchi di cemento, suggeriscono le forme anatomiche delle corde vocali umane, fondamentali nella tradizione orale, così come forme legate ai culti animistici mongoli. Accompagna le opere, una performance sonora di Carsten Nicolai, costruita su suoni vocali astratti e musica elettronica. Una mostra installativa che riflette sull’importanza dell’effimero, ovvero il suono (delle note musicali ma anche della voce umana), che però, se tramandato di generazione in generazione costituisce il pilastro della salvaguardia del patrimonio spirituale di un popolo.

Heidi Lau, Pillars of the Earth, Macao Pavilion at La Biennale di Venezia 2019

Heidi Lau, Pillars of the Earth, Macao Pavilion at La Biennale di Venezia 2019

Su corde differenti, il Padiglione Singapore è imperniato sull’importanza effimera del suono. Sin dai tempi di Deng Xiaoping e delle Zone Economiche speciali istituite nel 1977, la Cina ha cercato di diventare una sorta di “grande Singapore”, la Città-Stato capofila fra le Tigri Asiatiche, che nell’ultimo decennio ha conosciuto un notevole sviluppo anche per quanto riguarda l’arte contemporanea. Il Padiglione curato da Michele Ho ha per tema la musica, tradotta in arte visiva dall’artista Ang Song-Ming. Music for Everyone: Variations on a Theme è un percorso fra material d’archivio (come manifesti di concerti tenutisi a Singapore negli anni Settanta, biglietti d’ingresso, e la video istallazione a tre canali Recorder Rewrite, dove un gruppo di giovanissimi alunni elementari esegue una composizione da loro creata, dopo aver seguito un laboratorio su esercizi di improvvisazione e usi non convenzionali del registratore. La musica come linguaggio universale di dialogo e di crescita culturale.

Padiglioni interessanti da un’area di mondo ancora poco nota, che però si rivela incubatrice di fermenti artistici assai profondi, quando non asserviti alla politica, come purtroppo accade ancora in Cina.

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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