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Pubblicato il: ven 19 Apr 2019
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Ad Amalfi, il Ristorante Glicine con lo chef Giuseppe Stanzione

Ci sarà pure un senso se la Costiera Amalfitana è così universalmente conosciuta ed apprezzata. Certo, la spiegazione è facile ed apodittica. La si riconduce a quanto vorremmo definire gli hard power che una natura generosa ha saputo e voluto elargire in questo lembo fatato del pianeta: la costa frastagliata, quando scogliera e quando spiaggia, i contrafforti montuosi, il mare sovente placido, gli agrumeti a dare colori e profumi, i borghi deliziosi sedimentati dall’uomo nei secoli.

Condizioni necessarie, certo, per rendere affascinante ed attrattivo un territorio. Ma condizioni che da sole, va detto, non sarebbero comunque sufficienti a dare quell’unicità che la Divina Costiera detiene nel mondo. E allora, come lo si spiega? Evidentemente, oltre all’hard power della natura generosa, vi è un cruciale soft power costituito dal genuino e schietto senso dell’ospitalità che è precipuo nella gente amalfitana. Hospites sacri sunt qui è prassi innata e non vuota locuzione del passato.

E’ testimonianza fulgida di ciò l’Hotel Santa Caterina, in Amalfi. Plesso alberghiero a picco sul mare, discesa privata per accedere alla spiaggia, si fregia più che meritatamente di essere un cinque stelle. Momento di flesso tra la quarta e la quinta generazione, da sempre posseduto e gestito dalla famiglia Gambardella. Amorevoli le cure al cliente e lo sguardo dolce e vigile nel contempo delle sorelle Giusi e Ninni Gambardella.

66 camere, vere attuali dimore mediterranee, ognuna diversa dall’altra: atmosfera naturalmente romantica tra agrumeti e buganvillee. Comfort assoluto: piscina con acqua di mare, solarium, fitness centre, oltre a bar e ristoranti. Qui non si soddisfano bisogni espressi. Qui si esaudiscono desideri inespressi. E qui si vive una deliziosa esperienza cognitiva ed emozionale cenando al ristorante “Glicine”, aperto anche agli ospiti esterni all’albergo. Alla guida della cucina, acquisizione recente e preziosa, il prode chef Giuseppe Stanzione, già stella Michelin al ristorante Le Trabe di Paestum, ed ancor prima a Casa del Nonno 13 di Salerno.

Cucina mediterranea nel senso alto. Piatti che sono il frutto delle contaminazioni virtuose che solo il Mediterraneo sa dare a chi sa ricevere, e Giuseppe Stanzione sa benissimo recepirle queste virtuose contaminazioni, sia in virtù della sua grande tecnica e sia in virtù di una sua costante e meritoria curiosità che traina le sue ricerche, le sue sperimentazioni e, in definitiva, le sue creature: dai finger food di benvenuto ai sontuosi dolci.
Appena forty and over, l’approdo in quella che fu fiorente Repubblica Marinara gli è connaturato.
Pressoché inutile il taccuino, vivissime le ricordanze di cena di inizio primavera, il mare dabbasso a fare da quinta insieme con cielo provvidenzialmente stellato. La luna di suo, a celebrarsi come l’astro d’argento. Si comincia con tonno all’arancia su cui le persone di sala, servizio top quality, versano un saporito, non invadente, consommé di soia. Forma fenomenica di tagliatella a “cosa” che pasta non è! Difatti trattasi di tagliatellina di seppie con avocado, limone salato e cetriolo. Ci piace immaginare l’empito dello chef e della sua valente brigata nell’addivenire al fine tuning di questo piatto squisito, laddove tanto si gioca sui contrappunti di gusto tra note acidule, note salate ed una sottile trama dolce. A seguire, tagliatelline che. . .tali sono ! Sì, pressoché perfette, ecco le tagliatelline di semola di grano duro cacio, pepe e gamberetti di nassa al profumo di limone. Il famoso limone sfusato amalfitano, che si fregia di sua IGP.

Negli appropriati calici, sempre perfetto il servizio, vi è sapiente avvicendamento di vini campani. Si comincia con il Trentapioli di Salvatore Martusciello per poi proseguire con il Fiorduva Cosa d’Amalfi di Marisa Cuomo fino a virare al Greco di Tufo DOCG di Luigi Moio by Quintodecimo che accompagna gagliardamente la portata di pesce costituita da scampo appena arrosto su crema di finocchi all’anice.  A compimento di tale memorabile cena, trionfo di dessert con ruolo di primo piano ad una lodevole “Bufala e il lampone”, giuoco di texture diverse consistenze tra la frutta ed il formaggio.

Una lapide ad Amalfi riporta una commovente frase di un poeta toscano non proprio famoso. Eccola: “Il giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in paradiso, sarà un giorno come tutti gli altri.”

Esperienza paradisiaca da vivere; sì, certamente!

RISTORANTE GLICINE
Santa Caterina Hotel
S.S. Amalfitana, 9
Amalfi (Sa)
Aperto a cena

3.5 (70.86%) 35 votes

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