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Pubblicato il: mar 16 Apr 2019
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Bauhaus 100: architettura di respiro civile. Tour berlinese, parte seconda

Siemensstadt Courtesy Landesdenkmalamt, Wolfgang Bittner

Siemensstadt Courtesy Landesdenkmalamt, Wolfgang Bittner

 

<Bauhaus 100: I parte>

Gli architetti del Bauhaus portarono il loro prezioso contributo anche nell’ambito dell’edilizia sociale, all’interno di programmi pubblici e privati, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Così come progettarono edifici a carattere culturale con criteri all’avanguardia. Un modus operandi che ha ridisegnato il volto della città e diffuso valori etici di democrazia sociale. Vari decenni dopo, questi edifici continuano a raccontare storie nelle quali si possono anche leggere i travagliati decenni della Guerra Fredda, che Berlino visse direttamente in quanto “linea avanzata del fronte”.

Nonostante il difficile clima politico e sociale nella Germania degli anni Trenta, Berlino era una città assai vivace, e il trasferimento da Dessau della sede del Bauhaus aveva portato un elemento di prestigio al clima culturale cittadino. La scuola era diretta, in questa terza e ultima fase, da Ludwig Mies van der Rohe, con il quale nacque l’idea di progetto organico, applicato su larga scala al quartiere e non più di singolo edificio; il Bauhaus divenne così un centro di sviluppo scientifico dell’architettura.

Per questa ragione, ai suoi membri si rivolse nel 1931 l’azienda Siemens, intenzionata a costruire un quartiere destinato esclusivamente ai propri dipendenti; su progetto di Walter Gropius, Martin Wagner e Hans Scharoun, nacque la Siemensstadt, nella zona periferica di Berlino-Spandau; fu uno dei primi casi in cui venne applicato il nuovo concetto dell’affiancamento continuo dei blocchi di appartamenti, consentendo un’estensione orizzontale e limitando il numero dei piani in altezza, a tutto vantaggio dell’armonia e dell’estetica urbana. Criteri che hanno contribuito alla qualità della vita di tante città dell’Europa del Nord. Edifici bianchi la cui rettangolarità è interrotta soltanto dalla colonna esterna delle scale per raggiungere i piani alti, immersi in ampie aree verdi, un quartiere dove gli operai, in anni di durissima crisi economica, trovarono alloggi dignitosi e confortevoli, rispettosi del diritto alla qualità della vita delle persone.

Hansaviertel. Courtesy FindingBerlin

Hansaviertel. Courtesy FindingBerlin

Denso di riferimenti storico-politici legati alla Guerra Fredda, l’affascinante Hansaviertel, nella zona occidentale del quartiere Mitte, costituisce una piacevole scoperta nella frenetica Berlino contemporanea; lo si può infatti pensare come una città nella città, completamente isolata dalla vita frenetica di cui è circondata. Il quartiere come lo vediamo oggi risale agli anni Cinquanta, e nacque sulle macerie delle distruzioni lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, e fu anche una risposta del “mondo libero” al faraonico progetto della Karl Marx Allee che l’amministrazione sovietica aveva appena realizzato nel settore orientale della città (non ancora divisa dal Muro). Stanti anche le implicazioni di immagine propagandistica, furono chiamati a collaborare al progetto importanti personalità dell’architettura europea, a cominciare da Gropius, cui si aggiunsero, fra gli altri, Alvar Aalto, Arne Jacobsen, Egon Eiermann. Il quartiere, a vocazione residenziale, è suddiviso fra blocchi di appartamenti e villette unifamiliari, separati da ampie aree verdi. Un concetto all’avanguardia, diametralmente opposto alla cementificazione senza regole che caratterizzava la ricostruzione in Italia, nei medesimi anni.

È probabilmente qui, nell’Hansaviertel che più compiutamente si è sviluppata la concezione del Bauhaus come movimento architettonico e di pensiero, che andava oltre la tecnica immaginando il progresso civile dell’umanità. Dotare i vari isolati di spazi verdi, simili a piccoli giardini zen; prevedere ampie vetrate per inondare di luce gli appartamenti; utilizzare colori caldi e chiari per le pareti interne ed esterne; prevedere ampi spazi comuni d’incontro e socializzazione, ai vari piani, affacciati sui medesimi giardini. Tutto questo significa permettere al cittadino/abitante di vivere immerso in una bellezza che è “bene comune”, e apprezzandola nasce spontaneo il rispetto per essa, che si trasla nel rispetto per la città nella sua estensione, e, di conseguenza, degli altri. Un’idea di “bene comune abitativo” mutuata dal Falansterio pensato nel primo Ottocento da Charles Fourier, il cui pensiero socialista fu ripreso anche da Engels e Marx, introdotto nel Bauhaus da Hannes Meyer; ma l’esperienza dell’Hansaviertel dimostra come certi valori di rispetto dell’individuo e dello spazio comune non abbiano colore politico, ma siano il bagaglio di ogni architetto intellettualmente onesto.

Akademie der Künste Courtesy Bürgerverein Hansaviertel

Akademie der Künste Courtesy Bürgerverein Hansaviertel

Nell’estate del 1960, fu inaugurata, nel cuore dell’Hansaviertel, la nuova Akademie der Künste progettata da Werner Düttmann, altro esponente di punta del movimento. Con la divisione del 1945, l’originale Accademia rimase nella zona orientale, e per motivi di prestigio politico l’Ovest fu “costretto” a costruirne una propria. Düttmann sviluppò non un singolo edificio, ma un complesso di tre: sul fronte strada (Hanseatenweg), si erge il corpo principale, dalle rigide linee squadrate, con l’ampio atrio che introduce alla collezione permanente. Le grandi vetrate affacciano sul cortile interno, disegnato come un giardino zen. Al piano superiore, si trovano tre sale espositive affacciate su un giardino sopraelevato, e costituiscono una sorta di ampliamento indipendente del piano terra. Infine, sul lato meridionale, la stupefacente sala polifunzionale da 1400 posti, suddivisa in due parti da un palcoscenico centrale dal doppio affaccio, utilizzata per conferenze, film, spettacoli teatrali, dove le mura in mattoni rossi creano un piacevole dialogo con le scalinate e il soffitto rivestiti di pannelli in legno di un caldo color sabbia. Importante polo culturale cittadino, testimonia ancora oggi la valenza delle pratiche di buona architettura, sulle quali in Italia, ancora oggi, c’è purtroppo molto da imparare.

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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