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Pubblicato il: gio 18 Ott 2018
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Lo studio del passato e la “pittura verbale” di Fabrizio Cotognini

Fabrizio Cotognini Aurora 2018, matite, inchiostro, biacca, mylar e oro 24k su incisioni originali del XVIII secolo cm 70x100x12 ciascuna e libro d’artista cm 25x190

Fabrizio Cotognini
Aurora
2018, matite, inchiostro, biacca, mylar e oro 24k su incisioni originali del XVIII secolo
cm 70x100x12 ciascuna e libro d’artista cm 25×190

C’è una definizione della sua arte che è lui stesso a suggerire, che è quella di «pittura verbale». Non è semplice da descrivere. Anche perché non è molto semplice il suo lavoro. Fabrizio Cotognini, 35 anni, da Macerata, vincitore dell’ultima edizione – la diciannovesima – del Premio Cairo, occhiali e capelli corti versione bravo ragazzo, sostiene che «l’elemento verbale, con la sua presenza fisica, non esiste più nel modo che conosciamo: niente più descrizioni. Nelle mie opere diventa struttura architettonica. L’obiettivo del mio lavoro sta nel collegamento tra la scrittura e l’antiscrittura».

Il fatto è che l’antitesi, e anche la contrapposizione di immagini simmetriche, sembrano essere un po’ nel suo dna artistico. Cotognini studia passato e futuro, racchiude antichità e modernità, ed è soprattutto uomo di conoscenze, che è patrimonio importante, ma abbastanza raro nel mondo istintuale e talentuoso della pittura. D’altro canto è ancora lui stesso a confessare che la sua formazione «è incentrata sull’antropologia dell’arte: mi interessano in particolar modo i testi antichi, il primo sapere che ha formato l’essere umano. E tra gli autori che hanno contribuito alla mia formazione devo citare Baltrusaitis, Le Goff, Eco e Panofsky».

Fabrizio Cotognini

Fabrizio Cotognini

C’è del sistema e della logica anche nella scelta dei suoi Maestri, o dei suoi punti di riferimento. Da una parte uno storico d’arte figlio di un poeta simbolista e uno storico della sociologia del Medioevo e dell’analisi agiografica, Baltrusaitis e Jacques Le Goff. E dall’altra ancora uno storico d’arte e un semiologo e filosofo studioso di estetica medievale, Panofsky e Umberto Eco. In questo piccolo elenco non c’è un artista, e forse non è un caso. A dominare è lo studio del passato, la ricerca della memoria tramandata, a riscoprirne l’immagine e a svelarne l’attualità. E’ un’operazione che puoi fare solo se hai conoscenza, e conoscere significa non finire mai di studiare: «il vero sapere è il sapere di non sapere», diceva Socrate. La verità è che la prima cosa che colpisce di Cotognini è la sua profondità: sta nel suo lavoro, ma anche nella sua idea di lavoro, nella preparazione. Quando ha ricevuto il Premio Cairo ha provato a descriversi così: «Io lavoro partendo sempre da materiale storico e quindi dalla grande storia dell’arte, che è la mia ispirazione. Adoro studiare le espressioni del nostro passato. E realizzo tutto un meccanismo mediante il quale cerco di trasportare alcuni simboli nella contemporaneità. Cerco di creare sempre una traslazione, creare delle immagini nel nostro momento». D’altro canto questo incrocio fra passato e presente è testimoniato anche dal lavoro per cui gli è stato assegnato il Premio Cairo. Fabrizio Cotognini ha preso le stampe di due tra i maggiori incisori del Settecento, Giovanni Volpato e Raffaello Morghen, due stampe di incisioni da celeberrime opere, le due Aurora di Guercino e Guido Reni, e ci ha lavorato sopra, tirando righe a matita, a pennarello, inchiostro, e anche spargendo biacca. Ci ha incollato carte e adesivi trasparenti, ha sbianchettato il cartiglio, ipotizzando piani di fuga. Qualche critico d’arte l’ha definito un lavoro di neo post modernità.

Fabrizio Cotognini con l’assessore alla cultura del comune di Milano Filippo del Corno, il Presidente Urbano Cairo e il direttore di Arte Michele Bonuomo

Fabrizio Cotognini con l’assessore alla cultura del comune di Milano Filippo del Corno, il Presidente Urbano Cairo e il direttore di Arte Michele Bonuomo

In realtà, catalogare in qualche modo Cotognini è abbastanza complicato. Concettualmente, lui spiega di lavorare «sulla costruzione e decostruzione delle opere antiche, cercando di capire che cosa voleva fare l’artista e che cosa io voglio far dire all’opera». Ma oltre al costante rimando all’antico rivisitato in chiave contemporanea, c’è da sottolineare nel suo lavoro anche l’utilizzo privilegiato del disegno come elemento importante della ricerca artistica. Sarà pure per questo, magari, che se uno gli chiede qual è l’elemento che lo rispecchia di più, lui risponde che «è certamente la carta, quella preziosa, ancora tirata a mano, che segue un processo di lavorazione millenaria. E’ la carta a darmi quelle sensazioni uniche che contribuiscono alla creazione dell’opera». Portare l’immagine nell’immaginazione è il suo tentativo, «con parole, colori, architetture, mappe». E segni. Alla fine, come sta scritto in qualche sua biografia, «per lui il tempo, la memoria e la storia sono maestosi elementi che egli capovolge, storce e piega in apparati scenici che ne sospendono la stabilità». Ma è una buona scommessa. E cominciano a conoscerlo dappertutto, a cominciare dagli States. Il prossimo anno lo aspettano Svizzera e Danimarca.

 

Michele Bonuomo, direttore di Arte, assieme alla giuria del 19º Premio Cairo. Gianfranco Maraniello, direttore del Mart di Rovereto, la presidente di giuria Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini di Venezia, Mariolina Bassetti, Presidente di Christie’s Italia, Bruno Corá, storico e critico d’arte, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini-Collezione Burri di Città di Castello, Mimmo Pladino, artista

Michele Bonuomo, direttore di Arte, assieme alla giuria del 19º Premio Cairo.
Gianfranco Maraniello, direttore del Mart di Rovereto, la presidente di giuria Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini di Venezia, Mariolina Bassetti, Presidente di Christie’s Italia, Bruno Corá, storico e critico d’arte, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini-Collezione Burri di Città di Castello, Mimmo Pladino, artista

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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