meeting art istituzionale
Pubblicato il: ven 02 Mar 2018
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Studio Visit: Giorgio Bartocci

Giorgio Bartocci

Nato a Jesi nel 1984, graphic designer, diplomato in Visual Design all’Isia (Istituto superiore per le Industrie Grafiche) di Urbino, Giorgio Bartocci dal 2010 vive a Milano. Vicino la Stazione Centrale con i treni che scorrono, dividendo con amici un grande appartamento, lavora vicino alla Darsena, con il Naviglio che scorre. Nord e Sud.

Nord: casa.
Una grande terrazza, piena di luce, si affaccia su un edificio di servizio alla stazione, forse la centrale elettrica, forse a tutt’oggi in funzione. L’impressione è di altri tempi, l’era dello sviluppo industriale, delle fabbriche e delle fabbrichette, impulso vitale della città che, ancora oggi, non possono non evocare Mario Sironi e i suoi edifici industriali, tetri e lugubri, gli alti comignoli di sfiato, i muri, le strade. Parrocchie e cattedrali del tempo moderno. La via limitrofa è la celebre Via Gluck cantata e raccontata. Era periferia: classe operaia e fiducia nel futuro. Ora è immigrazione e lavoro.

Giorgio Bartocci 'San Giorgio in sogno' detail // hangar tiepido rosso modena ph by Mattia Rossi

‘San Giorgio in sogno’ detail // hangar tiepido rosso modena ph by Mattia Rossi

Sotto questo pezzo di cielo milanese, Bartocci immagina e sperimenta i suoi interventi calcolando il piano d’attacco delle incursioni sui muri. Con la luce del sole misura gli accostamenti e verifica la resa del colore: il bianco, il nero, il giallo specialmente. E le tecniche: vernici, tempere, spray, carta, stoffa. Tiene tra le mani i bozzetti realizzati su carta, fogli racchiusi in un quadernetto nero, lì Bartocci raccoglie idee per futuri interventi, disegni a matita e pennarello, linee, incastri e scarabocchi per i prossimi muri. Sono l’inizio, la base di ogni progetto che troverà posto alla Martesana, all’Acropolis – Tempio del Futuro Perduto, a ridosso del Cimitero Monumentale.
Spesso sono lavori autoprodotti, a volte vere e proprie commissioni, l’arte di Bartocci valorizza contesti urbani estranei da logiche armoniose. Muri arricchiti di colore che diventano soggetto, non più solo oggetto. Il cambiamento è strutturale, le opere modificano il contesto ambientale, diventano punto di riferimento. L’architettura della città cambia.

Giorgio Bartocci

Giorgio Bartocci Astrazione reversible

Sud: studio.
Nello studio sui Navigli, al piano sotterraneo di un maestoso quanto popolare palazzo degli anni ’30, Bartocci ordina e riordina le opere per le mostre in gallerie d’arte. Alle pareti e ovunque, opere su carta, olii, acrilici, che come asteroidi di colore metallizzati illuminano la stanza e qualcosa succede e quel qualcosa tende al surreale. Bartocci è un artista rigoroso che opera con energia e determinazione.
Costruisce forme seguendo l’istinto tra combinazioni e sovrapposizioni di colore e tenendo, alla base di tutto, una concezione di paesaggio urbano contemporaneo, potente, gestuale, astratto. Scorci di architettura indefinita, in equilibrio, dentro città.

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In questa mimesi quotidiana, dai meravigliosi cromatismi, tra le esplosioni in (a)simmetria in continua tensione, spuntano faccette di omini zomboidi, MODERNI PRIMITIVI, tipi neri, frontali, che guardano e sembrano sogghignare o schernire. Occhi, naso e bocca stilizzati sono gli unici tratti riconoscibili su teste tonde, generalmente nere, forse macrocefali. Parlano, anzi, comunicano impietosamente sulle nostre disfatte. Ci sbeffeggiano quando li guardiamo seduti dalla nostra auto o da dentro il tram o mentre li cerchiamo camminando per strada. Loro sono lì, immortali, indefinibili, irraggiungibili piccoli specchi delle nostre coscienze, sbucano fuori da coltri di colore. Lo scuro omoide sembra (o vuole?) essere una coscienza, la nostra, un monito di quanto ci infastidisce e ciononostante cerchiamo, non accettiamo eppure ospitiamo alla nostra tavola.
Bartocci usa la tecnica del mimetismo costruendo scenari di grande intensità, grazie ai colori le sue architetture diventando onde imprevedibili, sovrapposizioni di piani. Liquidità plasmatica.

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La forza di sperimentare tecniche sempre diverse (il collage per esempio), l’audacia di proporre a ogni mostra un progetto sempre nuovo, la coerenza di esprimere la gestualità dell’astrazione.
L’ultimo progetto a Bologna con una serie di dipinti su cassette di cartone della frutta, il prossimo a Milano su tavolozze asimmetriche di legno recuperate da uno spazio abbandonato.
Immagina, disegna, colora, taglia e assembla, unisce, sovrappone segmenti, realizza potenti sculture nere.
Nel suo linguaggio nulla è statico. A Bartocci dinamismo, motivazione e capacità non mancano.

 

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