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Pubblicato il: sab 09 Set 2017
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«Compra una borsa e vinci uno stage in azienda»: l’epic fail di Carpisa

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La borsa e il lavoro non dev’essere proprio uno slogan che funziona. Non che sia meglio la borsa o la vita. Ma nei tempi che corrono sarebbe sempre cosa buona essere più prudenti, in ogni caso. La Carpisa, azienda di Nola, era convinta di aver avuto una buona idea lanciando questa pubblicità: «Compra una borsa e vinci uno stage in azienda». Un mese, dal 5 novembre al 6 dicembre per la modica somma di 500 euro per un under 29. Voleva essere una campagna per promuovere accessori e valigie, e magari offrire pure una opportunità di formazione lavoro, una di quelle che si offrono adesso quasi dappertutto, par di capire, cioé prospettive poche, sfruttamento tanto, soldi una miseria. Con i giovani oggi funziona sempre così, tanto che viene da chiedersi se siamo tutti diventati un popolo anaffettivo che non ama i propri figli, che non gli interessa niente del loro futuro.

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Come se non fosse anche un po’ il nostro. Solo che questa volta, alla Carpisa, mal gliene è incolto. Lo slogan ha scatenato una vera e propria bufera, una reazione virale in rete. L’hashtag #CARPISA è diventato il secondo su internet e nella pioggia di commenti non tutti sono stati così educati come Tiziana di Dedda («Ho tre figli e piuttosto che comprare una valigia Carpisa, vado in aereo con le buste di plastica») o Maria de Fusco («Di stagisti gratis sono ormai piene le aziende italiane. E’ uno scandalo che dura da anni. Carpisa è solo un esempio»). La maggior parte ha chiesto il licenzimento del responsabile marketing che ha avuto questa bella pensata, e altri hanno detto che comprerebbero una loro borsa solo per il gusto di darle fuoco.

Ai tempi del web sarebbe meglio fare un po’ più attenzione. Ma è proprio questo il paradosso, perché nelle piazze virtuali di internet è possibile ormai tutto e il contrario di tutto, come se l’anonimato a volte solo apparente della tastiera permettesse bufale, insulti e ogni sorta di castroneria al riparo della vergogna e di qualsiasi dazio da pagare. La maggior parte delle volte, purtroppo, è proprio così e accade ogni giorno. Ma oggi, in realtà, è stato il web che ha messo in croce l’azienda. Ed è stato un attacco così frontale che non solo alla Carpisa sono stati costretti a buttar giù in fretta e furia una nota di scusa per «la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro», in completa antitesi – si aggiunge – «con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione e di opportunità offerte in particolare al mondo giovanile». Perché l’iniziativa è completamente fallita, ed è stato un flop davvero colossale, visto che a un giorno esatto dalla sua chiusura, una sola persona in tutta Italia ha comprato la borsa della collezione autunno inverno 2017/2018 per partecipare allo stage.

carpisa

E al cronista de «Il Fatto quotidiano» che si è recato negli uffici di Nola per parlare con i suoi dirigenti, hanno continuato a ripetere che non vedevano l’ora che arrivasse mezzanotte, quando scadeva la pubblicità, «così finisce questo incubo». L’amministratore delegato Gianluigi Cimmino non ha potuto far altro che ammettere errore e sconfitta: «Il concorso che ha scatenato tutte queste polemiche alla fine è andato molto male. Lo dimostrano i dati. Ha partecipato un solo giovane, al quale stiamo valutando di offrire un rapporto di lavoro diverso da quello messo in palio».

La verità è che sembra che la Carpisa stia pagando per tutti. Ma anche che alla fine paghi solo lei. Perché è vero, come ha scritto Maria de Fusco, che casi come questi ce ne sono in tutte le aziende italiane. E’ che gli altri stanno ben attenti a farne una pubblicità.

La lezione è questa: ai tempi che corrono meglio far finta di niente. Se no si sveglia il web. Che dovrebbe saperne qualcosa di sfruttamento giovanile. Ma che di solito fa come tutti. Lascia fare.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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