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Pubblicato il: ven 16 Giu 2017
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L’anello di Dora Maar all’asta. Il regalo di scuse di Picasso alla sua musa stima 500mila£

Man Ray, Dora Maar, 1936 © Man Ray Trust / ADAGP, Paris and DACS, London 2017

Man Ray, Dora Maar, 1936 © Man Ray Trust / ADAGP, Paris and DACS, London 2017

L’anello che Pablo Picasso regalò a Henriette Theodora Markovitch, meglio conosciuta come Dora Maar, modella, artista e fotografa, oltre che amante e musa del grande pittore spagnolo, verrà messo all’asta il 21 giugno da Sotheby’s; stima da 300 mila a 500 mila sterline (in euro tra 339 e 565.000).

Il gioiello è rimasto nella collezione personale di Dora, morta nel 1997 a novant’anni, molti dei quali passati fra l’ospedale e lo psichiatra, per ricucire i pezzi della sua vita, completamente massacrata dalla morbosa e terribile relazione con il libertino, infedele e misogino artista, uno che soleva ricordare con crudele piacere che uno dei giorni più belli della sua vita fu quello della rissa fra Dora e Marie Therese Walter, la madre di sua figlia Maya, che lui fece appositamente incontrare per godersi lo spettacolo.

Lui le regalò quest’anello per farsi perdonare l’ennesima, brutale lite sul Pont Neuf di Parigi: un telaio in metallo decorato con fiori smaltati, dove è incastonato un ritratto di Dora, realizzato con inchiostro e matita. Quel giorno Pablo Picasso l’aveva rimproverata con violenza perché sosteneva che l’avesse convinto a vendere un quadro per comprarle un anello di rubino. Dora si sentì così offesa da levarsi di scatto il gioiello dal dito e buttarlo nella Senna.

Sentendosi in colpa, poco tempo dopo lui le regalò questo nuovo anello con il suo disegno, che lei conservò quasi masochisticamente per tutta la sua vita, assieme ai ricordi di una relazione maledetta, che aveva dovuto all’inizio dividere con Marie Therese, prima di sfilacciarsi nella prigione di un rapporto ossessivo, dentro al quale affondò, senza difese, il suo animo fragile.

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«Solo io so quello che lui è», diceva Dora. «E’ uno strumento di morte. Non è un uomo. E’ una malattia». Non per caso, Pablo Picasso lasciò dietro di sé una collina di croci: l’ex moglie si impiccò, un’altra amante, Jacqueline Roque, si sparò alla tempia. E Dora impazzì, condannandosi poi all’auto reclusione fino alla morte, quando il pittore spagnolo l’abbandonò per una ragazza molto più giovane, che frequentava già da qualche tempo, Francoise Gilet, l’unica in realtà che riuscì a salvarsi dalla maledizione di Picasso, lasciandolo per prima.

A onor del vero, il pittore spagnolo prima di salutarla le diede come buonuscita un suo disegno, che lui aveva realizzato nel 1915, alcune nature morte e una casa a Menerbes, in Provenza. Oltre al suo psichiatra personale, che la prese in cura per i giorni a venire, dopo che lei era finita in ospedale a sopportare interminabili terapie di elettroshock. Niente valeva il dolore che provò. Dora uscì da quella relazione completamente distrutta. Era troppo fragile, per reggere quel rapporto, troppo affascinata da quel genio maudit, che allacciava storie d’amore come battaglie di guerra, sostenendo semplicemente che le donne alla fine sono solo macchine costruite per soffrire.

Pablo Picasso BAGUE DE FORME OVALE. PORTRAIT DE DORA MAAR  Estimate     300,000 — 500,000  GBP

Pablo Picasso
BAGUE DE FORME OVALE. PORTRAIT DE DORA MAAR
Estimate 300,000 — 500,000 GBP

Quando si erano incontrati per la prima volta sul set parigino del film «Le crime de Monsieur Lange», nel 1935, lei aveva 28 anni e lui 54. Dora era di estrazione borghese, figlia di un architetto croato abbastanza famoso e di madre francese. Era cresciuta in Argentina e parlava uno spagnolo fluente che affascinava Picasso, per quella sua cadenza un po’ particolare. Era molto impegnata in politica, a sinistra, e pure nel sociale. Il secondo incontro fra i due, quello dopo il quale cominciò la loro relazione, avvenne al caffé Les Deux Magots, a Saint Germain des Prés. Picasso era accompagnato dal poeta Paul Eluard e restò estasiato a giardare Dora, che seduta da sola, colpiva con un coltello lo spazio tra un dito e l’altro della mano chiusa in un guanto bianco, incurante delle piccole ferite sanguinanti che si procurava. Lui le chiese di dargli i suoi guanti schizzati da quelle macchie di rosso e li espose in una mensola del suo appartamento.

All’inizio si vedevano a casa di lui, ma solo quando il pittore glielo ordinava. Gli piaceva ingelosirla e farle incontrare le sue amanti, adorava umiliarla e la fece smettere persino di far la fotografa. Lei riprese in mano la sua macchina fotografica solo per immortalare le varie fasi di Guernica, uno dei capolavori del grande pittore, e quella testimonianza è rimasta ancora adesso per raccontare la nascita e lo sviluppo di quel quadro.

Dora Maar Reportage sur l'évolution de Guernica, 1937 Gelatina al bromuro d'argento, cm 17,9x23,9 Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía © Dora Maar, by SIAE 2013 photo credit: Archivo Fotografico Museo Nacional Centro de Arte

Dora Maar Reportage sur l’évolution de Guernica, 1937 Gelatina al bromuro d’argento, cm 17,9×23,9 Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía © Dora Maar, by SIAE 2013 photo credit: Archivo Fotografico Museo Nacional Centro de Arte

Durò nove anni la loro relazione, chiudendosi nella Parigi ancora occupata dai nazisti del 1944. Lei più di una volta gli aveva ripetuto inutilmente che «Come artista sarai meraviglioso, ma moralmente non vali niente. Non hai mai amato nella vita, non ne sei capace». Eppure come prigioniera di questa maledizione, gli restò accanto per nove anni e continuò a tenerlo dentro di sé per quel che rimase della sua vita.

Come testimonia anche quest’anello che adesso va all’asta da Sotheby’s, memoria dolente di un amore che non è mai esistito, se non nella disperata e tenera fragilità di Dora, vittima come molte donne di un sentimento perduto nella loro illusione.

Anche se lei alla fine l’aveva capito, quando diceva, con aria stanca, senza sorridere: «Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone».

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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