meeting art istituzionale
Pubblicato il: mar 16 Mag 2017
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Il “mondo magico” di Cecilia Alemani. Il Padiglione Italia alla 57° Biennale. Tutte le foto

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

La prima cosa che si nota entrando nel Padiglione Italia, alla Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo VIVA ARTE VIVA, curata da Christine Macel ed organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta, è il colore nero e poi il titolo IL MONDO MAGICO.

Curato da Cecilia Alemani, il Padiglione Italia è costituito da tre spazi all’interno dei quali si strutturano gli allestimenti Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi (dal 27 maggio al 18 settembre al Museo Madre di Napoli con la retrospettiva di metà carriera PERLA POLLINA 1996-2016), The Reading/La Seduta di Adelita Husni-Bey e La fine del mondo di Giorgio Andreotta Calò.

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

IL MONDO MAGICO riprende l’omonimo libro dell’antropologo napoletano Ernesto de Martino secondo cui “è la magia a elaborare sempre nuove strategie per garantire la presenza umana nel mondo, per agire in esso anziché essere agiti da esso“. E’ di Ernesto de Martino anche il termine “etnocentrismo critico”, in antitesi a quanti propugnano un’assoluta superiorità della civiltà occidentale in base alla quale sarebbe inutile il confronto con le altre civiltà o a quanti vedono sullo stesso piano tutte le culture. L’etnocentrismo critico, infatti,ritiene che “la grandezza della civiltà occidentale si manifesta nella capacità di tale civiltà, l’unica a possederla, di spingersi al di là delle proprie colonne d’Ercole, aprendosi al confronto con le altre civiltà“. L’antropologo guarda al magico come mediatore del progresso dell’autocoscienza della cultura occidentaleaffinché essa esca fuori di sé non per negarsi ma piuttosto per fare ritorno in se stessa arricchita e, hegelianamente, “innalzata” in virtù del confronto con l’alterità delle culture non occidentali“.

Un Padiglione Italia che partendo appunto da Ernesto de Martino, riflette intorno alla crisi della nostra civiltà e prova attraverso l’immaginazione e la magia a re-interpretare e creare il mondo. Giorgio Andreatta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, chiamati a rappresentare l’Italia all’Esposizione Internazionale di Arte di Venezia, si riappropriano del magico come mezzo cognitivo ed espressivo per ricostruire la realtà secondo le personali modalità. In questo modo non si identificano più, e solo, come artisti artefici di opere d’arte, ma diventano attivi creatori del mondo.

Roberto Cuoghi

Una serie di pesanti drappeggi, tende nere, attraverso cui passare, dividono gli spazi dedicati ai tre artisti, dove la caratteristica costante resta il buio. Roberto Cuoghi utilizza luci fioche che illuminano alcune aree determinati per allestimento che ha imbastito e che richiama al contempo le atmosfere alchimiste, la macchina rigeneratrice di vita evocata da Robert Louis Stevenson in Lo Stano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e le fabbriche di produzione di modelli sempre uguali e ripetitivi.

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Un calco, ad imitazione della figura di Cristo, in lega con anima in silicone, accoglie materiali organici che vengono consolidati e poi posti,su tavole/letti per l’essicazione, in celle dove infiltrazioni di muffe, li trasformano mentre si consolidano fino a quando l’artista stesso, soddisfatto del processo ottenuto, ne ferma la trasformazione. A quel punto li poggia su una parete in una sorta di mostra di opere d’arte.Partendo da un processo uguale per tutti i calchi che realizza, e partendo quindi da una forma sempre identica, Roberto Cuoghi attraverso l’insieme dei procedimenti, ottiene risultati ogni volta differenti, ogni volta unici.In questa installazione ancora una volta il corpo, che Roberto Cuoghi da sempre utilizza come espressione artistica, è medium ma questa volta non coinvolge l’artista in prima persona.E’invece un simbolo/corpo, la figura di Cristo, ad introdurci una riflessione sul potere magico ed evocativo delle immagini, sulla forza della ripetizione e sulla memoria iconografica della storia dell’arte.

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey

Il secondo spazio del Padiglione Italia, quello di Adelita Husni-Bey, mantiene la caratteristica dell’assenza della luce. A differenza del primo, è essenziale negli elementi allestitivi. Un mega schermo attraverso cui passano immagini di un gruppo di persone che dialogano in inglese, con sottotitoli in italiano. Un flusso di canaline segna un ipotetico percorso di luce fioca bianca che va dall’entrata fino allo schermo. Una scalinata di fronte allo schermo permette, a chi vuol vedere tutta la video proiezione, di sedersi a guardare.

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Tutt’altro che semplici le questioni che l’artista affronta e che vanno da riflessioni sui concetti di classe, genere e razza, alla comprensione degli individui sulla propria connessione con i rapporti di potere economico e sociale. Ispirandosi a teorie educative anarchiche e pratiche di insegnamento innovative, Adelita Husni-Bey lavora sui processi creativi collettivi in quanto secondo la Bey gli artisti operano per creare situazioni ed esperimenti dove i diversi soggetti coinvolti, inclusi gli spettatori, possano prendere coscienza delle connessioni con i “poteri” dell’età contemporanea. L’esperimento che Adelita Husni-Bey ha realizzato per il Padiglione Italia, titolato The Reading/La Seduta, vede posti intorno ad un tavolo un gruppo di ragazzi selezionati grazie ad una call tra i dipartimenti didattici dei molti musei di New York. Il laboratorio sperimentale realizzato a Manhattan e svolto a febbraio 2017 con incontri, dibattiti ed esercizi performativi sperimentali, ha fatto in modo che insieme a relatori, e all’artista, i ragazzi potessero riflettere su ciò che li vincola all’ambiente e allo sfruttamento della terra sollevando poi una serie di interrogativi complessi e legati alle nozioni di valore, vulnerabilità, sfruttamento, tecnologia, minaccia.

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Le tematiche nel video appaiono sotto forma di tarocchi disegnati dall’artista durante le recenti proteste della tribù di nativi americani Lakota contro la costruzione di un oleodotto nella riserva indigena di Standing Rock. Alla discussione intorno al tavolo sono intervallate scene in cui i ragazzi eseguono una serie di esercizi ispirati ai temi del laboratorio sperimentale e basati sui metodi del Teatro degli Oppressi, che si pone l’obiettivo di fornire strumenti di cambiamento personale, sociale e politico nei partecipanti e di attivare lo spettatore ponendolo al centro del lavoro teatrale, al fine di includere differenti rappresentazioni della realtà ed esplorarne possibili trasformazioni in forma creativa e socializzata. Infine parte dell’allestimento sono una serie di sculture, mani in silicone, illuminate,che sembrano anticipare l’avvento di un futuro virtuale che richiama le implicazioni nel consumo delle risorse e delle nuove forme di colonialismo.

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Adelita Husni-Bey | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò

Nel terzo ed ultimo spazio del Padiglione Italia prende corpo l’installazione monumentale di Giorgio Andreotta Calò. Chiamandola Senza Titolo (La fine del mondo) l’artista fa un esplicita citazione al libro La fine del Mondo di Ernesto de Martino, in cui Andreotta Calò ha trovato corrispondenza per svariati concetti e atmosfere delle sue ricerche artistiche, in primis l’esplorazione della simbologia del doppio.

Ma ripartiamo dall’allestimento. Qui il buio è l’essenza dello spazio che è stato diviso in parte inferiore e parte superiore. La parte inferiore è quella cui si accede lasciandosi alle spalle l’installazione di Adelita Husni-Bey. E’ un mare di tubi da ponteggio cui una tantum sono aggrappate una serie di sculture in bronzo bianco raffiguranti grandi conchiglie (Pinna nobilis). I tubi sorreggono una piattaforma che copre quasi interamente l’ampio spazio. I tubi stessi però sono posti in modo da formare cinque navate di una basilica, al cui fondo si struttura una scalinata. E’ questa che traghetta i visitatori al secondo livello aprendo loro una visione immaginifica e solenne, mastodontica. Il miraggio è quello di una distesa d’acqua in cui si riflette il soffitto del padiglione, ribaltandosi nel suo stesso riflesso, e rimandando un’illusione di spazio amplificato e straniante in cui l’architettura ha, appunto, l’effetto di un miraggio. E’ l’occasione qui per riflettere sullo sdoppiamento, sull’immagine specchiata, sul doppio. Ma è anche l’occasione per riflettere sulla connessione tra due mondi, quello degli inferi e della realtà terrena/volta celeste, al mondo dei vivi e dei morti di cui il libro La fine del mondo dell’antropologo napoletano Ernesto de Martino parla.

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

La trasformazione e il processo sono alcune guide concettuali della ricerca di Andreotta Calò, insieme all’etica del proprio mestiere e al valore umano che contiene. Le sue opere sono il risultato di un lento studio di materiali e mezzi espressivi anche diversi tra loro, in cui l’elemento acqua è onnipresente. Anche in Senza Titolo (La fine del Mondo)l’acqua gioca, per Andreotta Calò,un ruolo fondamentale incidendo sulle sue installazioni come elemento carico di simbolismo arcaico e primario. Anche qui dunque la memoria di un’epoca in cui il magico ha attraversato ed inciso, facilitandone il passaggio epocale, e ha permesso il mantenimento della presenza umana, sviluppandone la storia e la costruzione dell’identità di cultura occidentale, è presente.

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Giorgio Andreotta Calò | Padiglione Italia Biennale 57

Conclusione

Al Padiglione Italia si riflette, dunque, sulla figura dell’artista come creatore non solo di opere ma di realtà ed in questo senso anche di nuova coscienza che viene fuori dalla crisi che stiamo attraversando come cultura occidentale. Al contempo nell’uso di alcuni elementi simbolici e nella sperimentazione, i tre artisti che rappresentano l’Italia, provano ad incidere le coscienze dei visitatori rendendoli artefici essi stessi di un cambiamento. Il cambiamento richiamato nella costruzione di una nuova consapevolezza che nasce dalla coscienza delle nostre relazioni con il potere economico e gli altri, culture differenti incluse.

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

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Autore

- Giornalista professionista e curatrice, scrive di fotografia e politiche culturali


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  1. Stefano Armellin ha detto:

    Bravo Calò, ma una rondine non fa primavera

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