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The Handmaid’s Tale, la seconda stagione

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale: brutalità e rivoluzione nella serie distopica con Elisabeth Moss

«Mi spiace che questa storia sia piena di dolore, mi spiace sia in frammenti come un corpo in una sparatoria, o fatto a pezzi con la forza ma non posso fare niente per cambiare le cose. Ho provato a raccontare anche le cose belle».
Sembra essere la stessa protagonista di The Handmaid’s Tale, June (Elisabeth Moss), a rispondere alle critiche degli spettatori, arrivate alla fine della seconda stagione – i cui tredici episodi sono stati trasmessi in contemporanea, tra aprile e luglio, negli Stati Uniti da Hulu e in Italia da TIMVision – le critiche si sono focalizzate soprattutto sulla lentezza del racconto e un frustrante prolasso delle storyline.

Cerchiamo intanto di capire dove si collocano gli eventi narrativi della seconda stagione. The Handmaid’s Tale muove dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood e mentre gli eventi della prima stagione corrispondono al corpo centrale del romanzo, la seconda stagione è ambientata nell’arco temporale fra il corpo centrale e l’epilogo metanarrativo del romanzo. Questo epilogo è ambientato molti anni dopo gli eventi raccontati dalla voce di June, durante il “Dodicesimo Simposio di Studi Gaaladiani”, in cui alcuni ricercatori espongono le loro teorie sulla storia di June, trovata incisa su audiocassette e da loro trascritta col titolo “Il Racconto dell’Ancella”.

>> Con la seconda stagione la produzione di The Handmaid’s Tale ha iniziato a colmare questo gap narrativo, cercando di avvicinarsi agli esiti dell’epilogo, in cui si ipotizza il destino di June: sarà riuscita a sfuggire alle grinfie del regime? Il periodo passato a Gilead l’avrà cambiata per sempre?

Nonostante l’accusa di lentezza la seconda stagione riserva sorprese interessanti ma soprattutto, attraverso dolorosi flashback ambientati durante l’istallazione del regime ci permette di conoscere meglio la struttura della Repubblica di Gilead.

Nel presente June porta avanti la sua gravidanza mentre Emily (Alexis Bledel) e Janine (Madeline Brewer) sperimentano la terribile esperienza delle colonie, dove sono costrette al contatto non protetto con le scorie radioattive da smaltire nei fatiscenti gulag installati dal regime.

Emily e Janine non perdono lo spirito combattivo e rivoluzionario (stupendo l’episodio che vede l’arrivo nelle colonie della moglie ripudiata di un comandante, interpretata da Marisa Tomei), sembra piuttosto che l’ambiente delle colonie stimoli entrambe a coltivarlo.La seconda stagione di The Handmaid’s Tale La vera sorpresa della stagione è Serena Joy (Yvonne Strahovski), la moglie virago del disgustoso comandante Waterford (Joseph Fiennes), cui è dato maggiore spazio e il cui arco narrativo rimane il più interessante e sorprendente.
Il ritmo degli eventi è decisamente meno concitato ma quello che ha da darci la seconda stagione di The Handmaid’s Tale è davvero tanto, soprattutto se pensiamo che da questo punto in poi la forma televisiva raccoglie la staffetta della narrazione in forma letteraria e la storia di June diventa inedita.

Durante questa seconda stagione la riflessione sulla segregazione della donna è più raffinata e brutalmente umana, Gilead ha degradato l’individuo femminile a mero animale biologico o tutt’al più a oggetto da sfoggiare, come nel caso delle mogli dei comandanti, il regime ha pericolosamente demistificato la scienza e la medicina mettendo a repentaglio persino la propria “missione procreativa” (che succederebbe se uno dei migliori ginecologi di Gilead fosse una donna, oggi mortificata al ruolo di “Marta”, ovvero di serva silente?), Gilead ha ucciso le arti e qualunque forma di espressione e impedito la lettura e la scrittura alle donne e agli uomini che non facciano parte delle sfere più alte, infine attraverso un folle e asfissiante regime teocratico impedisce e reprime nel sangue qualunque espressione d’amore reale.La seconda stagione di The Handmaid’s Tale

La stessa Serena Joy – che attraverso i flashback scopriamo aver contributo alla base teorica del regime – si ritrova oggi declassata, esclusa, persino violentata e mutilata.
Mentre la seconda stagione consuma il suo plot twist ad alto tasso emozionale sulle note di Walking on Broken Glass di Annie Lennox e June diventa più un punto di vista sul racconto che la protagonista, cominciamo a chiederci se la terza stagione ci darà finalmente quella rivoluzione che aspettiamo per essere pienamente entusiasti e soddisfatti.

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