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Pubblicato il: ven 10 Ago 2018
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Artisti anche in esilio. Una mostra a Salisburgo racconta le storie di sei esuli d’arte

Madame d'Ora - View of a displaced persons camp 1945-46 © Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg

Madame d’Ora – View of a displaced persons camp 1945-46 © Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg

Al Museum der Moderne di Salisburgo la mostra Resonance of Exile racconta l’artista-esule fino al 28 ottobre 2018.

L’arte non è soltanto una questione di pura ispirazione estetica o intellettuale; molto spesso le vicissitudini della propria esistenza vi incidono profondamente, e pur non traducendosi necessariamente in una produzione autobiografica, lasciano comunque tracce visibili nella produzione di un artista. Lasciare la propria patria, in maniera più o meno forzata, cambia innegabilmente il proprio punto di vista, essendo un artista costretto a confrontarsi con una realtà assai diversa da quella in cui era abituato a muoversi; una differente cornice di usi, costumi, colori, climi, tradizioni, che l’artista-esule è più o meno “costretto” ad assorbire. Un bagaglio che poi, in caso di possibilità di ritorno in patria, si “scontrerà” con la cultura d’origine, creando interessanti accostamenti.

>>>Resonance of Exile,  in corso a Salisburgo, racconta l’opera e di riflesso la vita di sei artisti scelti per la loro condizione di esuli: la ballerina Valeska Gert, le fotografe Lisette Model e Madame d’Ora, il pittore surrealista Wolfgang Paalen, l’illustratrice e attivista politica Lili Réthi, e il cineasta Amos Vogel. Sei artisti fra loro molto diversi, riuniti in una mostra dal forte impatto emotivo, che riflette su come l’esperienza in una differente realtà sociale possa cambiare la propria creatività.

Lisette Model Laufende Beine 42. Straße, New York (Running Legs 42. Street, New York) 1940-1941 © Estate of Lisette Model, courtesy Albertina, Vienna

Lisette Model
Laufende Beine 42. Straße, New York (Running Legs 42. Street, New York) 1940-1941
© Estate of Lisette Model, courtesy Albertina, Vienna

 

La fotografa Madame d’Ora (al secolo Dora Kallmus, 1881-1963), lasciò la natia Vienna alla metà degli anni Venti, scegliendo Parigi quale meta in cui proseguire la sua carriera di fotografa di moda; una scelta voluta, compiuta con entusiasmo, lontana anni luce dall’immaginare la tragedia che avrebbe colpita la Francia e l’Europa appena quindici anni dopo. Ma intanto, nel decennio d’oro di “esplosione” dell’alta moda, le sue modelle Eva Rubinstein o Josephine Baker, sono assai meno compassate delle aristocratiche viennesi; per questa ragione d’Ora sviluppa uno stile fotografico che fa largo uso dei contrasti luminosi, per esaltare pose decisamente sensuali. E anche come ritrattista (così infatti aveva esordito a Vienna), si fa apprezzare all’interno della comunità artistica, ritraendo, ad esempio, il pittore giapponese Tsuguharu Foujita, membro del vivace sodalizio di Montparnasse. Rispetto a Vienna, la sua fotografia compie un deciso passo in avanti, fino al 1939, quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale. E con la Wermacht che occupa Parigi, non le resta, a lei ebrea, che rifugiarsi in montagna, a Lalouvesc, non lontano da Lione. Se Vienna l’aveva lasciata con entusiasmo per andare incontro a una luminosa carriera, così non è quando lascia Parigi dove, quando vi ritorna nel ’45, comprende la portata della tragedia. E quando rientra in Austria, memore di quanto visto in Francia, realizza un reportage sui profughi di guerra; e ancora, di nuovo a Parigi fra il ’48 e il ’54, fotografa le macabre scene dei mattatoi, in chiave metaforica per ricordare all’Europa cosa sia stato l’Olocausto. Opere che nascono dalla violenza con cui le vicende storiche si impongono sull’esistenza degli artisti.

Madame d'Ora - Tsuguharu Foujita, 1927 © ullstein bild - d' Ora

Madame d’Ora – Tsuguharu Foujita, 1927 © ullstein bild – d’ Ora

Lisette Model (nata Stern, 1901-1983), anche lei viennese, anche lei emigrata in Francia a metà anni Venti a seguito della morte del padre, e in Costa Azzurra diviene la fotografa “semiufficiale” della mondanità locale, ma non solo. Il suo stile si caratterizza per l’inquadratura da lontano, e la successiva rielaborazione del particolare in camera oscura, così che il suo lavoro ricorda il découpage, o montaggio espressivo del cinema tedesco degli anni Trenta. Nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali in Germania, sceglie di lasciare l’Europa e di trasferirsi con il marito negli Stati Uniti, a New York, dove avvia una collaborazione con Harper’s Bazaar, chiamata dall’art director Alexey Brodovitch. La maniera in cui fotografa la città e il suo paesaggio umano, spesso concentrandosi su soggetti non convenzionali, bizzarri o marginali che incontra nelle strade, nei bar e nei club, rappresenta il primo tentativo di portare su una rivista patinata la realtà dei bassifondi, e avrà un ruolo fondamentale nell’ispirare colleghi come Diane Arbus.

Lisette Model - Nice, Flowered Dress, Promenade des Anglais, 1934-1937 © Estate of Lisette Model courtesy Albertina, Wien

Lisette Model – Nice, Flowered Dress, Promenade des Anglais, 1934-1937 © Estate of Lisette Model courtesy Albertina, Wien

A New York nel 1939 era giunta anche la ballerina, attrice, performer, Valeska Gert (al secolo Gertrud Valesca Samosch, 1892-1978), figlia di un imprenditore ebreo e già protagonista al Kammerspiele Theater di Monaco di Baviera; da cui nel 1933 fuggì a seguito delle leggi razziali, trovano provvisorio asilo a Londra. Ma l’inizio della Seconda Guerra Mondiale la spingono appunto a lasciare l’Europa. A New York aprì il Beggar Bar, a metà fra cabaret e nightclub, che non sarebbe dispiaciuto a Toulouse-Lautrec. Qui dal 1941 al 1944 e successivamente al Valeska’s fino al 1947, portò a New York il mondo sofisticato, perverso e spregiudicato del varietà intellettuale tedesco, facendolo incontrare con la nascente avanguardia intellettuale americana: ad esempio, Judith Malina e Julian Beck, che negli anni Sessanta crearono il Living Theater, esordirono lavorando per Gert. L’esperienza americana rimase indelebile nella sua mente, e quando, finita la guerra, tornò in Germania, il suo teatro performativo aveva acquisita una nota di cupa grandiosità che lo caratterizzerà fino alla fine.

Valeska Gert - Samoanischer Tanz © ullstein bild

Valeska Gert – Samoanischer Tanz © ullstein bild

 

Valeska Gert - Berlin Underworld, 1934 © William Davis Courtesy Theaterwissenschaftliche Sammlung at the University of Cologne

Valeska Gert – Berlin Underworld, 1934 © William Davis Courtesy Theaterwissenschaftliche Sammlung at the University of Cologne

Ma la Big Apple accolse numerosi altri artisti profughi dall’Europa, compresi la grafica Lili Réthi (1894-1969) e il cineasta Amos Vogel (1921-2012). Dalla natia Vienna, dove si era affermata come illustratrice tecnica e industriale, Réthi si trasferì a Berlino nel 1929, dove rimase fino al 1938. Di simpatie apertamente socialdemocratiche, mal tollerava la nuova situazione politica creatasi con l’ascesa al potere di Hitler, e quando nel 1938 Hermann Göring le commissionò alcuni lavori di propaganda nazista, preferì emigrare anziché servire il regime. A New York, ma anche nel resto degli USA, svolse una prestigiosa carriera di grafica, documentando i numerosi e grandiosi cantiere di opere pubbliche (dighe, canali, ponti, poli industriali, porti) che Franklin Delano Roosevelt ha avviati nel tentativo di combattere la Grande Depressione e ridare respiro all’occupazione. Ai suoi occhi si presenta così la grandezze degli Stati Uniti, quei paesaggi sterminati dove la natura viene addomesticata dall’uomo, e l’architettura e l’ingegneria sono proporzionate a quelle grandezze, assai diverse da quelle europee cui era abituata. Réthi lavorò anche come illustratrice di vari periodici, fra cui il New York Times, e di libri per bambini.

Lili Réthi - Illustration from Edward M.Young, The Great Bridge. ArielFarrar, Straus & Giroux, 1965, © Museum der Moderne Salzburg

Lili Réthi – Illustration from Edward M.Young, The Great Bridge. ArielFarrar, Straus & Giroux, 1965, © Museum der Moderne Salzburg

Invece Amos Vogel, anch’egli viennese giunto a New York nel’38 per sfuggire alle leggi razziali, fondò nel 1947 il Cinema16, cineclub dedicato alla programmazione film d’autore, attivo fino al 1963 e che divenne la più grande e influente società cinematografica nella storia del cinema americano, che sfidò tutti i paradigmi convenzionali, programmando film educativi, cortometraggi sperimentali e cartoni animati, e dando visibilità a numerosi registi emergenti. Lavorò anche come curatore per il Museum of Modern Art.

Central Needle Trades auditorium, March 1956, Hitchcocks Pre-Premiere of The Man Who Knew Too Much © The Estate of Amos Vogel / From the Collection of Paul Cronin

Central Needle Trades auditorium, March 1956, Hitchcocks Pre-Premiere of The Man Who Knew Too Much © The Estate of Amos Vogel / From the Collection of Paul Cronin

Invece, il poeta e pittore surrealista di origine ebraiche Wolfgang Paalen (1905 -1959) scelse il Messico quando decise di lasciare l’Europa nel 1939. A Vienna il padre, raffinato intenditore d’arte, lo aveva avvicinato agli ambienti della Secessione, ma attratto dalle teorie avanguardiste di André Breton, nel 1929 si trasferì a Parigi, all’epoca indiscussa capitale della cultura mondiale; dopo un rapido passaggio nel Cubismo, aderì al Surrealismo nel ’33, cambiando radicalmente il suo percorso pittorico. Un’ulteriore svolta nel 1939, quando lascia l’Europa per il Messico, sia per sfuggire alla guerra, sia per studiare l’arte precolombiana, che tanta influenza aveva avuta, ad esempio, su Diego Rivera e Frida Kahlo, anche se ruppe con entrambi per divergenze politiche. Fino al 1959 girovagò fra il Messico e gli USA, in cerca d’ispirazione ma anche per dimenticare le sventure dlela sua esistenza: la morte di due fratelli in circostanze tragiche prima, e quella di un figlio poi, la fine della relazione con la prima moglie Alice Rahon divenuta amante di Picasso; vicissitudini che aggravarono la depressione alla quale era soggetto il suo animo delicato,e che lo condusse al suicidio nel 1959. Ma il suo apporto all’arte mondiale è stato considerevole, perché il suo astrattismo ha ispirato il movimento dell’Espressionismo Astratto di Pollock, Gottlieb e Motherwell.

Wolgang Paalen - Bella Bella, 1941 © Museum Moderner Kunst WIen

Wolgang Paalen – Bella Bella, 1941 © Museum Moderner Kunst WIen

Una mostra emotivamente coinvolgente, costruita su uno sfondo variegato di entusiasmo, dolore, curiosità, perdita, attenta a indagare non soltanto i soggetti, ma anche e soprattutto gli artisti: sei nomi, sei talenti oggi forse un po’ dimenticati, e che a Salisburgo si possono invece finalmente riscoprire, apprendendone sia la lezione artistica, sia quella umana. Esistenze che hanno conosciuta la necessità di fuggire, ma che hanno saputo farsi ispirare dalla nuova patria e continuato a credere nell’arte come possibilità di riscatto e di sopravvivenza.

Resonance of Exile

14 luglio―28 ottobre 2018
Mönchsberg [3]
5020 Salisburgo, Austria
T +43 662 842220-601
F +43 662 842220-700
www.museumdermoderne.at

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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