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Pubblicato il: gio 26 Lug 2018
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Ralph Rugoff, la 58ma Biennale e la BlaBlaArt

Ralph Rugoff. Photo: © Jasper Clarke

Ralph Rugoff. Photo: © Jasper Clarke

Onolevole investigatole cinese Charlie Chan dice: “May you Live in Interesting Times”
Questo anatema che invita a gesti apotropaici è il titolo della prossima Biennale, la n. 58. A diffonderlo, credendolo un antico detto cinese, contribuì Sir Austen Chamberlain, quello del patto di Locarno che fece sì che gli appetiti del Reich trovassero soddisfazione nel trattato di Monaco del ‘36 dove l’altro Chamberlain, Neville, di fatto autorizzò l’annessione di parte della Cecoslovacchia, quella abitata da popolazioni di lingua germanica, I Sudeti. E da lì l’inferno.

May You Live in Interesting Times – Che Tu Possa Vivere in Tempi Interessanti – Oh my God! – osservò Chamberlain -, non c’è alcun dubbio che l’imprecazione ci abbia colpito, passiamo da una crisi all’altra, in un susseguirsi di traumi e disordini. Uno sherry, please! Ecco spiegata la necessità di gesti scaramantici.

Perdonate l’incursione storica, ma era necessario per comprendere al meglio il concept che sottende la prossima edizione della kermesse veneziana. Non c’è stramaledetta Biennale senza uno stramaledetto curatore che non ci dica che viviamo in tempi difficili e confusi. Ok, sarà pure vero, e allora? Allora la solita lagna, un pretestuoso e generico titolo sotto il cui ombrello ci sta tutto e il suo contrario. Oddio, più di tutto, vale a dire il solito mainstream declinato secondo i tic del direttore di turno. Questa volta ci tocca un’arte non direttamente politica, nel senso che, come recita il comunicato stampa,“non può fermare l’avanzata di movimenti nazionalisti e dei governi autoritari, né può alleviare il tragico destino dei profughi.” E bla bla bla. Del resto si sa, come può lo scoglio arginare il mare?

Tuttavia l’arte può offrirci qualche via di scampo, infatti “La 58ma Biennale non avrà un tema di per sé, ma metterà in evidenza un approccio generale al fare arte e una visione della funzione sociale dell’arte che includa sia il piacere che il pensiero critico”. Chiaro? Mica tanto, ma proseguiamo. “La Mostra si propone di sottolineare l’idea che il significato delle opere d’arte non risiede tanto negli oggetti quanto nelle conversazioni. Prima fra l’artista e l’opera, poi fra l’opera e il pubblico, e poi fra pubblici diversi”. Come Alla Fiera dell’Est, dove un topolino mio padre comprò. Insomma quello che più conta in una mostra non è quello che viene esposto, ma il dibattito che suscita e cioè l’esperienza culturale che te porti a casa, che te fa dì, anvedi questo, che ci aveva nella capoccia! Ai confini del mare, oltre la smaterializzazione dell’opera d’arte.

Dopo l’evanescente “niente è più potente di uno sguardo negli occhi” del Leone d’oro Tino Sehgal, eccoci giunti alla fase orale. Suggerirei una nuova app: BlaBlaArt.
Ahi ahi, che dolor!

Smaterializzati saluti
L.d.R.

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