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Pubblicato il: lun 12 feb 2018
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Museo Egizio. Meloni vs Greco, ecco quando la politica si accorge della cultura

christian-greco

Christian Greco, il direttore del Museo Egizio di Torino, è uno che ha sempre lavorato nella sua vita, ha fatto le pulizie nei bagni pubblici della stazione, il portiere di notte all’hotel Ibis di Leiden, Olanda, l’insegnante nelle scuole medie superiori, il docente universitario, e ha fatto anche due lavori insieme, e prima di arrivare alla nomina di Torino, a 39 anni, è stato pure direttore del museo di Leida.

Poi capita Giorgia Meloni e il 9 febbraio fa un sit-in davanti al Museo Egizio per contestare una iniziativa di marketing dell’istituto della durata di 3 mesi dedicata a chi parla arabo, sostenendo che è «razzista nei confronti degli italiani». Libera di pensarlo. E pure di protestare.

Ma 2 giorni dopo, domenica 11 febbraio, dopo aver fatto una pessima figura sul video lanciato da youtube che riprendeva l’accesa discussione con il direttore, attraverso il portavoce del suo partito avrebbe fatto sapere che appena saranno al governo faranno in modo di rimuovere Christian Greco dall’incarico.

Non importa che questo direttore abbia ottenuto ottimi risultati di bilancio nei 3 anni in cui ha svolto il suo compito, con 800mila visitatori in 12 mesi, 9,5 milioni d’incasso e un ricavo netto di 810mila euro investiti in 4 fondi che corrispondono ad altrettanti progetti, e non importa nemmeno che l’istituto non pesi sulle dissestate casse pubbliche. Come non importa che lei in realtà non possa licenziarlo perché quella nomina non avviene per cooptazione da parte del governo, visto che nel consiglio d’amministrazione della Fondazione un solo posto su 5 sia del Ministero dei Beni culturali, con l’impossibilità quindi di avere la maggioranza per prendere le decisioni defnitive.

E’ l’arroganza a tutti i livelli di questi politici, schiavi del loro potere, che allibisce.

giorgia-meloni

Non abbiamo neanche capito bene quello che importa davvero a Giorgia Meloni, che in altre occasioni ha dimostrato di essere molto più prudente su questi temi. Sarà colpa del voto, della sua scarica di adrenalina. Lei su facebook ha definito «delirante» la promozione del Museo Egizio. E ha aggiunto: «Ricordiamo che l’Egizio di Torino prende sovvenzioni pubbliche, è finanziato con i soldi degli italiani. Chiediamo che questa aberrazione sparisca immediatamente».

Adesso lei avrebbe smentito di aver mai promesso il ben servito al direttore. E in effetti non è lei ad aver pronunciato quelle frasi, che però tutte le agenzie di stampa hanno riportato integralmente e che suonano come una promessa di licenziamento: «una volta al governo Fdi realizzerà uno dei punti qualificanti del proprio programma culturale che prevede uno spoll system automatico al cambio del Ministro della Cultura per tutti i ruoli di nomina».

Resta il fatto che hanno subito preso le difese del direttore sia la giunta Appendino, attraverso il suo assessore alla cultura, che la regione Piemonte, con un post del presidente, Chiamparino. Si dà il caso che anche loro siano seduti nel cda dell’istituto, gestito dalla Fondazione Museo delle Antichità Egizie, assieme alla Compagnia di San Paolo e alla Fondazione CRT. E a questo punto Fdi ha fatto retromarcia: «Non ho mai scritto di voler cacciare nessuno», ha detto Federico Mollicone, «tanto meno il direttore del Museo Egizio che so bene essere stato nominato dopo selezione internazionale».

Ora che Cristian Greco abbia avuto buone referenze prima di assumere l’incarico il 28 aprile 2014 non toglie né aggiunge niente alla disputa: «Uno così non ce lo dobbiamo lasciar scappare», dissero. Vicentino, figlio di gente che lavora, papà architetto e mamma negoziante, si innamorò delle antichità egizie a 12 anni, davanti al tempio di Ramsete durante un viaggio sul Nilo in compagnia della madre. Si diplomò a Vicenza e prese una laurea in lettere a Pavia. A 32 anni, nel 2007, ottenne un master in egittologia presso l’università di Leida. Era arrivato in Olanda dieci anni prima, il 7 gennaio 1997, ma ha confessato che dev’essere stato l’unico che durante l’Erasmus non ha avuto mai il tempo di divertirsi, perché stava chiuso in camera a studiare l’olandese, che non è proprio una lingua semplicissima.

Quell’anno partecipò ai primi scavi, la sua vera passione. E’ facile credere che, piacendo o no alla Meloni, il giorno che lascerà il Museo Egizio, sarà abbastanza felice di aver più tempo per dedicarsi a questo suo amore. Per mantenersi ha fatto anche i lavori più umili. Ma nel 2009 ha cominciato a insegnare lingue classiche nelle scuole secondarie, continuando a lavorare in albergo: «Avevo il turno di notte nel fine settimana. Tornavo a casa alle 7 del mattino, facevo la doccia e andavo di corsa in aula», ha raccontato al Corriere della Sera.

«Ho imparato la dignità del lavoro, qualunque esso sia. Ho imparato che è importante chi sei, non che cosa fai. Io sarò sempre un egittologo, anche se dovessi tornare a servire una birra al bar, e non certo perché oggi ho un ruolo».

Interno Museo Egizio, Torino

Interno Museo Egizio, Torino

Dopo aver fatto il direttore del Museo di Leiden a 34 anni e aver vinto una cattedra all’Università, nel 2014 è arrivata la nomina al Museo. L’istituto, aperto nel 1824, appena restaurato, raddoppiando la sua superficie espositiva, portata a 60mila metri quadrati, è nei primi posti nella classifica dei musei più visitati d’Italia, con i suoi più di ottocentomila visitatori all’anno. Greco ha messo a posto i bilanci e ha migliorato la fruizione degli ospiti. Il suo è un successo crescente, non ha solo i conti a posto.

A dicembre dell’anno scorso avvia questa iniziativa di tre mesi, che quindi scade fra un po’, a marzo, già sperimentata in passato, dal titolo «Fortunato chi parla arabo», che si rivolge ai nuovi italiani con l’obiettivo di avvicinarli a una delle culture più antiche e importanti del mondo. La promozione consente di entrare in 2 al costo di un biglietto intero e di utilizzare altri servizi come le audioguide in lingua araba.

Secondo la Meloni è una forma di «razzismo al contrario», che svantaggia gli italiani. Così, il 9 febbraio, durante una tappa a Torino del suo tour elettorale, improvvisa un sit in di protesta davanti al museo. Greco lascia gli uffici e scende sotto a parlarci per spiegare le ragioni dell’iniziativa.

Le spiega che la cultura è universale e che il primo obiettivo dei musei è farsi visitare, cercando anche di avvicinare le persone meno interessate con iniziative di vario tipo. Le chiede se verrà a protestare pure per le altre promozioni, gli sconti per le coppie a San Valentino, le riduzioni durante la settimana, l’ingresso gratuito per il giorno del compleanno.

La Meloni ribatte: «L’iniziativa discrimina chiaramente su basi religiose». No, risponde il direttore, «perché è solo per la lingua araba. In Egitto ci sono milioni di cristiani copti che non sono musulmani e che possono godere di questa promozione». La discussione prosegue su questa linea. Il video viene condiviso da un mucchio di gente sui social e Greco riceve apprezzamenti e lodi per la pacatezza con cui ha riposto alle critiche della Meloni.

Tutto finito? Neanche per sogno. Due giorni dopo arriva la ormai famosa dichiarazione dei Fratelli d’Italia: «Una volta al governo, attueremo uno spoll system per tutti i ruoli di nomina». Strana coincidenza. Ma anche senza voler essere maliziosi resta l’orrore di questa abitudine tutta italiana e che riguarda tutti i partiti, secondo la quale quelli al governo si arrogano di volta in volta il diritto di esercitare il proprio potere assegnando i posti solo agli amici degli amici.
Il merito non conta mai niente. Ci cade per caso, quando capita. E non è mai gradito.
E’ proprio vero che «uno quel che è», come diceva Christian Greco. E questi sono tutti così.

Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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