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Pubblicato il: gio 08 Feb 2018
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Da Boldini a Severini: gli italiani di Parigi in mostra nella Ville Lumière

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Nasce dalla collaborazione di due gallerie italiane – una attiva a Parigi – la mostra dal titolo “Gli Italiani a Parigi – da Boldini a Severini (1870-1930)“. Inaugurerà il prossimo 21 marzo presso gli spazi della Galleria Maurizio Nobile di Parigi  e, con la collaborazione con la Galleria Bottegantica di Milano, proporrà una ventina di opere per lo più inedite, provenienti da una collezione privata, di artisti che si affermarono a Parigi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Esposte tele di Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, Antonio Mancini e Gino Severini.

Per il suo grande vigore creativo, la Parigi fin de siècle fu un polo di richiamo senza uguali per le arti. Vi approdarono schiere di pittori, scultori, scrittori, poeti e musicisti, artisti provenienti da tutta Europa. E naturalmente molti furono gli italiani. Dalla seconda metà dell’800, la Ville Lumière divenne la culla di molteplici movimenti artistici che sconvolsero i codici dell’arte. Parlare di pittori italiani e valorizzarne il contributo in un paese come la Francia è un’impresa notevole e, allo stesso tempo, sfidante. Non va ignorato infatti che furono proprio gli italiani a dare vita a due correnti tra le più rilevanti dell’epoca che influenzarono le avanguardie: la Metafisica e il Futurismo. Alcuni degli artisti in mostra come Boldini, Severini, Marchetti e Zandomeneghi, ebbero molta fortuna a Parigi tanto da prolungare il loro soggiorno per l’intera vita, dimostrando di saper compiacere lo spirito francese.

Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931) Matias de Erràzuriz Ortùzar olio su tela - dim. 153x98,5 Firmato e datato in basso a destra: Boldini 1912

Giovanni Boldini
(Ferrara 1842 – Parigi 1931)
Josefina Virginia de Alvear, moglie di Matias de Erràzuriz Ortùzar olio su tela – dim. 153×98,5
Firmato e datato in basso a destra: Boldini 1912

Considerato un geniale precursore della modernità, più di chiunque altro ha saputo restituire con i suoi dipinti l’atmosfera rarefatta della Belle Époque. Nel repertorio boldiniano la donna ha un ruolo centrale. Dal suo pennello prende vita una straordinaria galleria di immagini femminili moderne e indipendenti, già venate di quella volitiva fermezza propria della donna del Novecento. Il suo modello è quello delle “divine” – come le definiva il pittore stesso –, sorelle delle femmes-fleur descritte da Robert de Montesquiou e da Marcel Proust, simbolo dell’eterno femminino.

Accanto ai più famosi impressionisti che stavano prendendo piede nel medesimo periodo a Parigi, Giovanni Boldini rappresentava l’eccezione: non paesaggi ma persone, non esterni ma salotti, per cogliere ogni sfumatura della Belle Époque. Verso il 1890 Boldini era diventato tanto famoso da essere chiamato a ritrarre,tra gli altri Giuseppe Verdi, Degas e  Robert de Montesquiou (il ritratto di quest’ultimo è al Museo d’Orsay). Fu uno degli artisti più noti della scuderia del famoso mercante d’arte Adolphe Goupil fondatore della Goupil & Cie, che lo mise sotto contratto.

Nel 1963 il Museo Jacquemart-André gli ha dedicato una grande mostra personale. Tra le opere esposte in mostra spicca il raffinato ritratto della bella Josefina Virginia de Alvear (1859-1935), rappresentante di una delle più influenti e prestigiose casate argentine del tempo (il padre Diego era tra i maggiori esponenti della vita politica del paese, lo zio Torcuato ricevette nel 1880 la carica di intendente della città di Buenos Aires, mentre il cugino Marcelo fu presidente della Repubblica Argentina dal 1922 al 1928). Per dieci anni (1906-1916) ha vissuto a Parigi insieme al marito, il diplomatico cileno Matías de Errázuriz Ortúzar, e i due figli Matías e Josefina.

Raffinata collezionista di opere d’arte e attenta conoscitrice della letteratura europea, Josefina si lascia sedurre dal pennello di Boldini in ben tre occasioni. Eppure solo nel ritratto esposto in mostra – che chiude la serie – l’artista riesce a restituire sulla tela tutto il vigore, intellettuale e caratteriale, della dama argentina, rendendo così omaggio a costei che, nel suo genere, è stata una vera ‘regina’ del suo tempo. Il dipinto decorava in origine lo sfarzoso palazzo dei coniugi Errázuriz a Buenos Ayres, oggi sede del Museo Nacional de Arte Decorativo.

Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 - Parigi 1917) Giovane donna in un giardino 1890 circa Olio su tela 81 x 65 cm Firmato in basso a destra « Zandomeneghi »

Federico Zandomeneghi
(Venezia 1841 – Parigi 1917)
Giovane donna in un giardino
1890 circa
Olio su tela 81 x 65 cm
Firmato in basso a destra « Zandomeneghi »

Federico Zandomeneghi nasce a Venezia in una famiglia di celebri scultori. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti, si trasferisce nel 1859 a Milano dove si iscrive ai corsi di pittura dell’Accademia di Brera. Prende parte alla spedizione dei Mille in Sicilia e nel 1862 si trasferisce a Firenze dove simpatizza con alcuni esponenti del gruppo dei Macchiaioli.

Nel 1874 si reca a Parigi per visitare l’Esposizione Universale e, affascinato dalla vivacità culturale della città decide di viverci per il resto della sua vita. Quasi subito si avvicina al gruppo degli impressionisti e stringe amicizia con Degas che lo incoraggia e lo aiuta ad esporre alle mostre degli impressionisti. Le sue affinità con Degas e Renoir si rivelano nelle sue interpretazioni dei piccoli fatti quotidiani della vita moderna, nella sua pittura di personaggi femminili sorpresi nella loro intimità.

Nel 1878 firma un contratto con il celebre mercante parigino Paul Durand-Ruel che nel 1893 organizza una mostra personale nella sua galleria (iniziativa replicata nel 1898) e promuove le sue opere a Londra e negli Stati Uniti. Con l’aprirsi del nuovo secolo le richieste del mercante aumentano al punto da costringerlo a replicare più volte alcuni lavori a olio e a pastello che raffigurano scene di vita mondana parigina e intime visioni femminili. Nel 1914 gli viene dedicata un’esposizione individuale alla Biennale di Venezia, non apprezzata dalla critica italiana che non comprende la modernità della sua pittura. Arte che invece riscuote il plauso del collezionismo internazionale che lo definisce l’impressionniste vénitien.

Antonio Mancini (Roma, 1852 - 1930) Scugnizzo con Ombrello 1868 Olio su tela , 87,5 x 51,5 cm Firmato e datato in basso a destra: 1868 / A. Mancini

Antonio Mancini
(Roma, 1852 – 1930)
Scugnizzo con Ombrello, 1868 Olio su tela , 87,5 x 51,5 cm
Firmato e datato in basso a destra:
1868 / A. Mancini

Nato a Roma nel 1852, Antonio Mancini dimostra fin da giovane un gusto innato per la ‘bella pittura’ e un precoce talento naturale. Adolescente, giunge a Napoli e visita le chiese dove apprende la competenza tecnica dal ricco patrimonio di pittura seicentesca: da Caravaggio a Battistello Caracciolo, da José de Ribera a Massimo Stanzione, da Luca Giordano a Mattia Preti.

Da qui scaturisce il suo impegno a ridare alla pittura napoletana la monumentalità dei secoli passati valori che egli cerca nel frequentare gli angusti meandri dei vicoli partenopei e nell’osservare i bimbi poveri che li affollano. Alcuni di loro diventano presto i suoi modelli preferiti. Di questo universo fa parte anche lo Scugnizzo con ombrello, eseguito da un Mancini non ancora sedicenne, presentato in mostra. Di profilo, egli tiene fra le mani l’ombrello con cui – raccontano le fonti – l’eccentrico artista era solito passeggiare per le strade di Napoli, tenendolo aperto nei giorni di sole e chiuso in quelli di pioggia.

Gino Severini (Cortona, 1883 – Paris, 1966) La Fenêtre Vers 1930 Huile sur toile, 73 x 92 cm Signé en bas à droite: G. Severini

Gino Severini
(Cortona, 1883 – Paris, 1966)
La Fenêtre
Vers 1930
Huile sur toile, 73 x 92 cm
Signé en bas à droite: G. Severini

Gino Severini è senza dubbio il più francese degli artisti italiani. Per un cinquantennio, è stato effettivamente il simbolo vivente degli scambi artistici tra l’Italia e la Francia: “Le città alle quali sono più attaccato – ricorderà in suo scritto – sono Cortona e Parigi. Fisicamente sono nato nella prima ma, da un punto di vista intellettuale e spirituale, nella seconda”.

Nel 1899 va a Roma, frequenta corsi di nudo a Villa Medici e incontra il pittore Giacomo Balla di cui diviene allievo. Nel 1906 si trasferisce stabilmente a Parigi ed entra in contatto con l’avanguardia artistica. L’influenza del Cubismo ha segnato tutta la sua evoluzione. Nel 1910, firma il manifesto della pittura futurista con Marinetti, Balla, Boccioni, Russolo e Carrà, assumendo un ruolo di primo piano nella diffusione del movimento in Francia. Nel 1912, partecipa all’esposizione dei pittori futuristi organizzata dalla galleria Bernheim- Jeune.

A partire dal 1930 inizia una serie di composizioni costruite sul tema della natura morta davanti alla finestra dalla quale si intravedono le tipiche architetture di Parigi (lo studio è quello del pittore in rue Marie Davy), il diaframma fra gli spazi, esterno e interno, è segnato dalla tenda aperta e dalla ringhiera di sapore ottocentesco. Qualcosa dell’antico spirito futurista sembra rivivere in queste ‘nature morte al balcone’ costruite come scenografia e regolate da un ritmo leggero che obbedisce a una logica solo decorativa. La Fenêtre, datata 1930, è una delle opere più rappresentative della serie.

Les Italiens à Paris
de Boldini à Severini (1870 – 1930)

Galleria Maurizio Nobile
34, rue de Penthièvre 75008 – Paris

22 marzo – 21 aprile 2018
Vernissage – 21 marzo 2018

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