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Pubblicato il: gio 20 apr 2017
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Cultura contemporanea globale. Quando l’altro rischia di sparire

Tomoko Nagao globalizzazione

Tomoko Nagao

 

I processi di globalizzazione hanno avuto grandi meriti sul tema della distribuzione dei prodotti e sulla interconnessione e scambio di idee e buone prassi. Ma dopo anni hanno portato ad un appiattimento dei gusti e delle singole identità. A livello di arte contemporanea e design ne hanno livellato la crescita e la spinta propulsiva del secolo scorso.

L’impatto più evidente della globalizzazione sul mercato dell’arte contemporanea e del design è certamente dato dall’allargamento e ampliamento delle frontiere. A partire dagli anni Novanta, infatti, il mercato dall’arte si è caratterizzato per una progressiva estensione e decentralizzazione per effetto della globalizzazione, la quale ha coinvolto in particolar modo le nuove economie mondiali emergenti: dalla Cina al Brasile, fino dall’India, solo per citarne alcune. Tutto ciò ha determinato l’inclusione ed il coinvolgimento di artisti, curatori, critici fino a quel momento esclusi dallo scenario artistico internazionale. Questo è stato indubbiamente generato e favorito dalle nuove tecnologie e dal consolidarsi di un circuito di eventi internazionali, quali fiere e biennali. Gli effetti di tale processo di globalizzazione sono molteplici.

Dal punto di vista della produzione questo ha significato un aumento esponenziale in termini quantitativi dell’offerta di prodotti artistici e culturali, oltre che all’importazione da parte dei nuovi attori, come Cina, India, Medio Oriente e America Latina, delle strutture e delle pratiche caratteristiche dei mercati già sviluppati.

Il mercato si è arricchito di tutte quelle produzioni artistiche locali che fino a quel momento erano considerate di nicchia, facilitando l’accessibilità ad artisti operanti in contesti remoti rispetto al panorama di riferimento e permettendone la loro integrazione.

Inoltre, la globalizzazione ha generato per gli artisti nuove possibilità di formazione e contatto con realtà straniere – nonostante, per tradizione la figura dell’artista è sempre stata caratterizzata da una certa mobilità e tendenza al viaggio – favorendo la contaminazione fra differenti realtà artistiche.

Lo stesso è avvenuto per curatori, critici e manager culturali, i quali hanno potuto godere di nuove opportunità professionali a livello internazionale. Il proliferare di fiere e biennali degli ultimi due decenni ha permesso l’incontro fra tali attori, promuovendo il sorgere di una classe cosmopolita e globale che genera e diffonde canoni artistici che vanno al di là del contesto locale e che presentano, dunque, un carattere internazionale.

Il contesto culturale in cui ci inseriamo oggigiorno, infatti, come osservato dalla filosofa Agnes Heller , non è più quello caratteristico di un determinato luogo, bensì di un tempo, di una epoca. Si tratta, dunque, di una cultura globale generata dalla nuova classe artistica transnazionale, composta dai cosiddetti cittadini del mondo.
Il rovescio della medaglia, tuttavia, c’è. Ed è un rovescio importante.

Questa identità globale, infatti, ha portato in questi primi decenni di implementazione, ad un livellamento di linguaggi e identità culturali che provocano una omogeneità dei differenti contesti artistici.
Le nuove “tendenze” si definiscono principalmente nell’ambito di fiere internazionali e biennali, che nella maggior parte dei casi hanno luogo nei paesi occidentali e nei centri internazionali come New York o Londra per l’arte contemporanea e Milano per il design.

Non si tratta di una dicotomia tra globale e locale, né tantomeno il fenomeno in questione può essere incardinato all’interno di un discorso politico di cultura dominante. Il processo che sta avvenendo è, a dire il vero, molto più sottile: con la creazione di una cultura globale, i registri culturali da cui gli artisti attingono per condurre le proprie ricerche, tendono necessariamente ad assomigliarsi, e così anche le loro opere.

L’affermarsi di un gusto standardizzato, vista in questa ottica, non è una causa ma una conseguenza. Non c’è una soluzione pronta per trovare un equilibrio, ma è indubbio che vada ricercato. Perché se l’arte contemporanea è l’espressione più avanzata della sensibilità di un periodo e, in una certa misura, uno sguardo proiettato verso il futuro, allora bisognerebbe iniziare a valutare come fare in modo di preservare il concetto di “altro”, di eterogeneità. Perché se questo dovesse sparire, non sarebbe certo l’arte contemporanea il nostro reale problema.

Autore

- Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale


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