Meeting Art
Pubblicato il: ven 13 Feb 2009
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Benedetta Cappa Marinetti

La donna che contribuì a far conoscere il Futurismo all’estero. E a convertire Marinetti…

BENEDETTA,
“MIA UGUALE NON DISCEPOLA”

Nella mostra Futurismo. Velocità+arte+azione fino al 7 giugno a Palazzo Reale, sono esposte quattro opere della pittrice e manager del gruppo esponente dell’aeropittura. Eccone una

Benedetta Cappa Marinetti (1897-1977), "Velocità di motoscafo", 1919-1924, olio su tela 70x110 cm. (Roma, Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea)

Non sarà stato facile inserirsi in un gruppo dichiaratamente maschilista (il disprezzo della donna era un punto del Manifesto futurista). Il fatto che il suo nome non compaia spesso nei libri di storia è testimonianza di uno spirito del tempo poco riconoscente al talento femminile. Visitando la mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale di Milano dedicata al movimento d’avanguardia, il suo quadro “Velocità di motoscafo” (olio su tela, 70x100cm), esposto nella quarta sezione della mostra dal titolo “Gli anni venti e l’arte meccanica”, rapisce lo sguardo dello spettatore con una scia che sale verso l’alto fendendo la superficie del mare. Le onde si generano e si frammentano diventando triangoli incastonati tra loro come in un pavimento in maiolica. Il blu del mare si divide in tutte le sue possibili sfumature, come il giallo del raggio di luce che in un moto semicircolare si sovrappone e penetra nei colori regalando agli occhi dello spettatore un dinamico effetto di contrasto. In questo olio su tela che Benedetta Cappa Marinetti dipinse nel 1924, conservato nella Galleria comunale di arte moderna e contemporanea di Roma, troviamo espressi, in un’elegante sintesi grafica, gli attenti e scrupolosi studi sul colore dell’aeropittrice (firmò con Balla, Depero, Dottori, Fillia, Marinetti, Prampolini, Somenzi e Tato il Manifesto dell’Aeropittura redatto nel 1929 dove si teorizza la nuova visione spiralica del movimento ), le influenze della gestualità e delle rigide architetture formali del suo maestro Giacomo Balla oltre e quell’innovativa visione dall’alto (come a bordo di un aereo) tipica della sua pittura. E’ un dipinto policentrico che contiene il “doppio movimento” dell’aeroplano e della pennellata. Il risultato, per lo spettatore che si ritrova rapito dinanzi all’opera, è quell’ “incantesimo della luce”, titolo del libro a lei dedicato da Franca Zoccoli[1].

“La mia arte pur partendo dalla realtà non è mai verista e se ne allontana in uno sforzo di sintesi, di astrazione e di fantasia” disse di sé l’artista . L’incontro con Beny (come lei stessa amava firmarsi) fu per Marinetti, oltre ad un amore a prima vista, una vera e propria conversione. “Quando la conobbe nello studio del pittore Balla, Marinetti fu folgorato dalla sua bellezza ed in seguito il loro fu un grande amore. Lei lo cambiò molto” racconta Ada Masoero, curatrice con Giovanni Lista di Futurismo. Velocità+arte+azione dove, di Benedetta Cappa, sono esposte le opere “Luce + rumori di treno notturno” (olio e collage su tela 49,5×66,3 cm, 1925, Sezione IV, Gli anni venti:l’arte meccanica), “Il grande X” (1930, olio su tela, 129x90cm) e “Incontro con l’isola” (1939, olio su tela, 90×120 cm) nella sezione “Gli anni trenta: l’aeropittura”.  

“Ammiro il genio di Benedetta, mia uguale non discepola” furono le parole del poeta per sottolineare la differenza con la donna che sposò nel 1923. Nata a Roma il 14 agosto 1897 da famiglia piemontese e fin da giovanissima con una spiccata vocazione alla pittura e alla letteratura, Benedetta fu allieva di Balla, nel cui atelier conobbe il futuro marito. Fu autrice, fra l’altro di tre romanzi : Le forze umane-Viaggio di Gararà- Astra e il sottomarino, Altana, Roma 1998.

Come altre donne futuriste (Regina Bracchi, Marisa Mori, Adriana Bisi Fabbri, Enif Robert, Marietta Angelini, Nenè Centonze ed altre) sapeva bene che essere “moglie di” non era davvero importante. Anche se la storia che viene dopo sembra averlo dimenticato. Considerata fautrice del Futurismo, in cui svolse un ruolo centrale, Beny partecipò a cinque edizioni della Biennale di Venezia (1926, 1930,1932, 1934, 1936) e fu invitata a tre edizioni della Quadriennale di Roma (1931, 1935 e 1939).

Nel 1930, fu la prima donna-artista ad avere una opera pubblicata nel catalogo della Biennale. Accompagnò spesso il marito nei suoi viaggi, anche se preferiva rimanere a Roma, specialmente dopo la nascita delle loro tre figlie, Vittoria, Ala e Luce, tre nomi simbolo della battaglia. Tra il 1919 ed il1944, in linea con lo spirito poliedrico del Futurismo, condusse un’interessante ricerca stilistica e comunicativa nell’arte, prodigandosi nella pittura, nella letteratura, attraverso diverse sperimentazioni (famose le sue tavole parolibere), nella scenografia, nella produzione grafica e nell’ illustrazioni per testi poetici. Pur vantando la sua autonomia da protofemminista, Beny riuscì a conciliare del tutto il suo ruolo di moglie, di madre, di artista e di manager del gruppo. E’ la stessa figlia Ala a parlare della madre in una suggestiva intervista di Arianna Di Genova pubblicata nel 1998 dall’Espresso:

“Non so se mia madre sia stata più una letterata o un’artista…l’amore per la pittura era cominciato per lei intorno ai vent’anni. Un giorno – racconta – passeggiando per Villa Borghese aveva incontrato Balla. Lui, col suo cavalletto, stava studiando le rifrazioni della luce fra gli alberi… Si misero a parlare e Balla la invitò al suo studio. Lei andò e divenne sua allieva. Poi, mio zio Alberto qualche tempo dopo le disse: ‘Se vieni alla mostra di Balla, ti presento Marinetti’. Fu così che conobbe mio padre”. Nonostante la differenza di età (Marinetti allora, siamo negli anni Venti, aveva già passato la soglia dei 45 e lei ne aveva 21) l’incontro fu fulminante. Il volto di Benedetta, molto bello, appare nelle foto del tempo serio ed intenso con due grandi occhi che divorano un ovale perfetto. La fronte ampia, libera sotto una grande massa di capelli scuri, sempre raccolti, le conferivano un aspetto un po’ altero che indurrà Farfa, nel ’31, a dedicarle il poema affiche “Regalità”. Così la ritrae allora Balla (Compenetrazione-ritratto di Benedetta), così la ritrarranno ancora molti anni dopo Prampolini (Ritratto di Benedetta, 1931, dove appare sullo sfondo di un fantastico e aereo panorama ) e Dottori (ne La famiglia Marinetti, 1932-33, insieme al marito e alle figlie ). Così, soprattutto, la conobbe Marinetti, che da lei resterà subito colpito, come testimoniano gli appunti presi a caldo nei Taccuini[2] e le contemporanee poesie A Beny[3]:

O Beny / eau bénite! / Aubepine chère / a l’oeillet rouge /sang de bouge / et de chaire en guerre / que je suis! / … / Beny eau bénite / qui déborde / … / Lait divin / dans mon écorce rude / moi / noix / de ton coco.

Je te dédie ces quinze vers alexandrins / Tous domptés par la loi et soumis au destin / Tu préfères un vers libre aime-les néammoins / Et n’oublie pas que ce vieux mot Fidelité / Est le plus neuf de tous les mots en liberté.

La donna futurista sapeva coniugare vita privata e pubblica con grandi doti organizzative. “Mia madre”, ricorda ancora Ala, “era una donna moderna. Sensibile, colta e allo stesso tempo femminile. Che era riuscita nel non facile compito di affiancare un personaggio come Marinetti pur mantenendo la sua fortissima personalità”. Tanto forte che non poteva rimanere nell’ombra. Non tanto della fama, la quale le interessò sempre poco, ma dell’insufficienza.

Mentre in Italia, nell’immediato dopoguerra, il futurismo subiva un ostracismo per cause politiche (Marinetti fu compagno di Mussolini al momento della fondazione dei Fasci di combattimento il 23 marzo 1919 aMilano e aderì al regime fascista nel 1923), Benedetta si comportò come una modernissima manager ed ebbe meriti soprattutto nel suo ruolo di “alfabetizzazione” internazionale del movimento.

“Fu lei”, continua la figlia”, a far conoscere il Futurismo all’estero. Dopo la morte di mio padre, avvenuta nel ‘44, dedicò le sue forze a valorizzare il movimento d’avanguardia riunendo le opere, i manoscritti e promuovendo mostre internazionali. Non scriveva testi critici ma forniva il materiale ed elargiva testimonianze. Non c’erano più tanti soldi Marinetti aveva creduto nella rivoluzione dell’arte e aveva speso molto per il futurismo e mia madre continuò per quella strada, non sottraendosi al suo compito né lamentandosi mai”.

C’era la sua regia segreta dietro una mostra importante come quella che si tenne ai Petit Palais di Parigi nel ‘51 con il critico e biografo di Picasso, Chinstian Zervos. Negli anni ’50 fu sempre lei a chiudere ufficialmente il movimento militante futurista. Morirà, dopo una lunga malattia a Venezia, il 15 maggio del 1977. Il Futurismo ebbe sempre in lei una sorta di coscienza femminile parallela.


[1] Benedetta Cappa Marinetti, L’incantesimo della luce , 2000, Edizioni Selene

[2] F.T. Marinetti, Taccuini 1915-1921, a c. di A. Bertoni, Bologna, Il Mulino, 1987, pp. 461 sgg

[3] F. T. Marinetti: Poesie a Beny, Torino, Einaudi, 1991, pp.7-9-25
 

Benedetta con il marito e le tre figlie

BIOGRAFIA di
BENEDETTA CAPPA MARINETTI

Nata il 14 agosto del 1897, aRoma, da famiglia piemontese, Benedetta Cappa ebbe una educazione rigorosa e un’adolescenza triste ma ricca di stimoli culturali. La madre, Amalia Cipollini, di religione valdese, aveva avuto, oltre a Benedetta, secondogenita, altri quattro figli: il maggiore, Arturo, militante del Partito Socialista, sarà collaboratore de “L’Ordine nuovo” e de “Il Comunista”, e, in contatto con i futuristi russi, sarà per molti anni il compagno della pittrice boema Rougena Zatkova. Aurelio morirà giovane, ma Alberto, il fratello forse più caro, giovanissimo tra i futuristi, amico di Debenedetti, dei Levi, di Gobetti (che collaborerà in quegli anni a “Roma futurista”), poi storico e saggista, pubblicherà, per le edizioni gobettiane, gli studi su Pareto e un saggio su Cavour per Laterza. Arnaldo, laureato in agraria, simpatizza invece per i popolari.

Il padre di Benedetta, Innocenzo Cappa, appartenente a questa grande famiglia, funzionario del Ministero delle Ferrovie e poi ufficiale dell’Esercito, è morto prematuramente, ricoverato in un nosocomio a seguito di un terribile esaurimento nervoso manifestatosi al fronte. Vicino ai fratelli Cappa è rimasto lo zio che porta lo stesso nome del padre, Innocenzo, il noto avvocato che ha difeso Marinetti nel 1910, nel processo intentato a Mafarka1.

La tragica morte del padre è un evento che Benedetta non potrà mai dimenticare e che riverbera i suoi effetti, anche retrospettivamente, su tutte le altre esperienze e sulla sua visione del mondo. Attorno a questo lutto, si impernia non a caso la parte centrale de Le forze umane e tutta la bildung della protagonista, la cui presa di coscienza coincide con questa esperienza dolorosa e cruciale, con la perdita del primo referente affettivo e psicologico , “nucleo spezzato” che da uomo severo e ardito patriota si trasforma, smarrendo il senno, in una larva persa dietro i propri fantasmi. All’epoca dell’incontro con Marinetti, la fisionomia di Benedetta, da poco diplomatasi alla Scuola Magistrale e apprendista nell’atelier di Giacomo Balla, sembra riflettere ancora qualcosa di questo dramma: il volto, molto bello, appare, nelle foto, serio e intenso, i grandi occhi che divorano un ovale perfetto. La fronte ampia, libera sotto una grande massa di capelli scuri sempre raccolti, le conferisce già quell’aspetto un poco altero che indurrà Farfa, nel ’31, a far di lei la dedicataria di Regalità2.

Così la ritrae allora Balla (Compenetrazione-ritratto di Benedetta3), così la ritrarranno ancora molti anni dopo Prampolini (Ritratto di Benedetta, 1931, dove appare sullo sfondo di un fantastico e aereo panorama ) e Dottori (ne La famiglia Marinetti, 1932-33, insieme al marito e alle figlie ). Così, soprattutto, la conobbe Marinetti, che da lei resterà subito preso, come testimoniano gli appunti presi a caldo nei Taccuini4 e le contemporanee poesie A Beny:

O Beny / eau bénite! / Aubepine chère / a l’oeillet rouge /sang de bouge / et de chaire en guerre / que je suis! / … / Beny eau bénite / qui déborde / … / Lait divin / dans mon écorce rude / moi / noix / de ton coco5.

Je te boude / o mavie / par qui ma vie / fut ravi…6

Je te dédie ces quinze vers alexandrins / Tous domptés par la loi et soumis au destin / Tu préfères un vers libre aime-les néammoins / Et n’oublie pas que ce vieux mot Fidelité / Est le plus neuf de tous les mots en liberté7.

Presto, Benedetta e Marinetti, cominceranno a vivere insieme ad Antignano, a Capri, poi a Oneglia. Si sposeranno nel ’23, a Villasanta di Monza, con cerimonia privata, testimone Umberto Notari, e, dopo pochi mesi a Milano, si stabiliranno definitivamente a Roma. Il matrimonio sarà allietato da tre figlie: Vittoria (1927), Ala (1928), Luce (1932), teneramente amate e educate in scuole tradizionali, tra l’altro al “Sacro cuore” di Roma).

Nel frattempo, Benedetta inizia la sua attività artistica: si cimenta in una prima sintesi parolibera con un (non ancora dichiarato) ritratto spirituale di Marinetti (Spicologia di un uomo, in “Dinamo”, I, 1, Roma, febbraio 1919, p.24);pubblica, nel 1924, Le forze umane (per i tipi della Franco Campitelli Editore, di Foligno), inizia a collaborare a varie riviste (la sua firma, nel corso degli anni, comparirà su “Rinascita”, “Vetrina futurista”, “Oggi e domani”, “Futurismo/Sant’Elia”, “Futurismo”, “Rassegna nazionale”, “Mediterraneo futurista”, “Origini” e nel Consiglio direttivo di “Stile futurista” e di “Città nuova”).

Già dal ’24, inoltre, con una relazione sulla pittura futurista, Benedetta partecipa al Primo congresso del movimento a Milano; espone nel ’26 alla XV Biennale di Venezia; firma nel 1929, con Marinetti, Balla, Depero, Dottori, Fillia, Prampolini, Somenzi, Tato, Il manifesto dell’aeropittura8, ambito nel quale si distingue, accanto a Dottori, per la sua produzione, lirica e trasfigurata, di paesaggi in volo. Un tardo articolo di Cangiullo getta invece qualche dubbio sulla partecipazione di Benedetta all’invenzione del tattilismo9, sul quale Marinetti aveva già preso alcuni appunti nel 1917, insinuando che il suo contributo a questa nuova arte “farmaco-sociale” sia stato tardo e convalidato da Marinetti ex post, quale omaggio e tributo d’affetto alla consorte10. Come scenografa, Benedetta lavorerà inoltre agli allestimenti e, in qualche caso, alle coreografie, de L’oceano del cuore, di Simultanina, di Vulcani di Marinetti, che, in quegli anni, segue spesso in numerosi viaggi all’estero: dall’Argentina al Brasile all’Egitto.

In tutte queste molteplici attività, Benedetta si distingue per il suo specifico linguaggio ultralirico e “idealistico”, che influirà anche su Marinetti11. Forse pure per questi motivi, Benedetta non è sempre benvoluta dai futuristi: molti pensano che la sua presenza a fianco di Marinetti ne abbia attenuato l’impeto rivoluzionario, che lo abbia accompagnato verso quella “normalizzazione” che lo condurrà a un armistizio con le istituzioni e alla carica di Accademico. Certo, negli anni della costituzione dell’ “impero”, anche Benedetta crede al “nuovo corso” della politica italiana e, con l’approssimarsi della guerra, sentirà la necessità di sostenere il morale delle truppe e del popolo italiano, con scritti in cui si esalta il senso della dedizione alla patria e alla famiglia. Sosterrà poi Marinetti, quando, nel 1938, egli esprimerà pubblicamente la sua condanna per l’infamia delle leggi razziali12.

Intanto, nel 1931, è uscito Viaggio di Gararà, “romanzo cosmico per Teatro” (Milano, Giuseppe Morreale Editore); nel 1932 (ottobre-dicembre), sulla rivista “Futurismo”, il paradossale Progetto futurista di reclutamento per la prossima guerra, che prevede una “leva rovesciata”.

Nel 1935-‘36 Benedetta sostituisce Marinetti in una rubrica di conversazioni radiofoniche13. Finalmente, esce Astra e il sottomarino (Napoli, Gaspare Casella editore), la cui singolare orditura spinge alcuni critici ad occuparsi con più attenzione di lei. A Milano, la festeggiano Ada Negri e Paolo Buzzi14: “Benedetta tre volte – le scrive Ada Negri, in un messaggio personale – […] per la forza eccezionale del Suo ingegno, per cui si è rivelata artista e scrittrice d’eccezione, in un campo astratto e astrale assolutamente suo”. Compaiono, poco dopo, alcune monografie su di lei ad opera di Francesco Orestano (Opera letteraria di Benedetta15), di Bruno Sanzin, (Benedetta, aeropoetessa aeropittrice futurista16) e di Laura Serra (L’opera letteraria di Benedetta ecc.17).

Per la famiglia, tuttavia, inizia un periodo di serie difficoltà: Marinetti, che ha profuso nel movimento buona parte delle sue sostanze, si trova ora in ristrettezze finanziarie ed ha problemi di salute. Ciononostante, decide di partire per la Russia, come il cognato Alberto, che, pur essendo liberale, si era arruolato volontario negli alpini della Cuneese, e che, proprio in Russia troverà una morte terribile. Marinetti rientrerà alla fine del ’42, già accusando seri disturbi di cuore. Nell’ottobre del ’43, dopo l’armistizio, Marinetti e Benedetta, lasciata la casa di Roma a Carlo e Nedda Grassi, riparano con le figlie a Venezia, poi, con l’avanzare degli alleati, si trasferiscono sul Lago di Garda, infine a Bellagio. Qui le condizioni di salute di Marinetti si aggravano e il governo svizzero gli offre la possibilità di farsi curare in una clinica. Non ne avrà il tempo: il 2 dicembre Marinetti muore in seguito a una violenta crisi cardiaca. Benedetta rievocherà in un intenso, commosso scritto Agli amici futuristi i suoiultimi momenti. Rimasta sola ad occuparsi delle figlie, erede di un lascito morale e culturale assai gravoso da portare nei difficili frangenti successivi alla Liberazione (sarà fermata, il 25 aprile, a Bellaggio, e trattenuta per breve tempo) e anche negli anni dell’immediato dopoguerra , non scriverà più18. I suoi ultimi anni li trascorrerà, assistita dalle figlie, tra una clinica e l’altra. Morirà, dopo una lunga malattia a Venezia, il 15 maggio del 1977.

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