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La differenza sostanziale tra arte e letteratura secondo Vladimir Nabokov

Balthus, Thérèse Dreaming (dettaglio) Balthus, Thérèse Dreaming (dettaglio)
Balthus, Thérèse Dreaming (dettaglio)
Balthus, Thérèse Dreaming (dettaglio)

Secondo lo scrittore Vladimir Nabokov l’esperienza artistica non è univoca, ma ha caratteristiche proprie a seconda del tipo di arte a cui ci si sta approcciando. Tramite il confronto di un’opera letteraria (Lolita, Vladimir Nabokov) e una pittorica (Thérèse Dreaming, Balthus) proviamo a delineare i due diversi tipi di fruizione.

Quanto profonda sia la differenza tra la creazione artistica (intesa come creazione di opere inerenti alle arti visive) e la creazione letteraria non è dato sapere. Ora abissale, ora sottile, la distanza tra queste due dimensioni si muove a seconda dei soggetti coinvolti e si perde nell’indeterminatezza che i due elementi – arte e letteratura – manifestano quando si tenta di indagarne i meccanismi. Risulta invece più facile – come Vladimir Nabokov ha provato a fare in un discorso introduttivo ai sui studenti della Cornell University, New York, Stati Uniti – tentare di comprendere quali dinamiche caratterizzino il godimento di queste due espressioni artistiche nell’osservatore o nel lettore che ne giova. In particolare: qual è la differenza sostanziale tra leggere un libro e osservare un’opera d’arte?

Vladimir Nabokov
Vladimir Nabokov

L’errore, probabilmente, l’abbiamo già commesso nel porre la domanda; l’errore, ci dice Nabokov, è che un libro non si legge. I libri non si leggono, i libri si ri-leggono. Non si vuole certo insinuare che al lettore non basti una lettura per comprendere la vicenda o il messaggio contenuto in un romanzo, ma forse una sola carrellata – da sinistra verso destra lungo le righe che si susseguono una pagina dopo l’altra – non è sufficiente per afferrarne l’intima poesia. Lo sforzo stesso di muovere gli occhi, l’impegno fisico unito alla concentrazione mentale di comprendere il più velocemente possibile tempo e spazio della narrazione, la sua evoluzione e conclusione, ci distolgono inevitabilmente dall’apprezzarne i piccoli dettagli che lo rendono grande.

Prima della vicenda, prima dell’immedesimazione con il personaggio, prima delle dietrologie socioeconomiche che il racconto contiene, a emozionarci dovrebbe essere il godimento artistico che da esso traiamo. E questo non può che risiedere nelle sfumature, nella costruzione minuziosa degli avvenimenti, nello svolgersi preciso della storia, nella presentazione spontanea dei personaggi, nella capacità dell’autore di far accadere i fatti e non nello spiegare che stanno avvenendo, nel divenire fluido della narrazione, nell’incastrarsi minuzioso di ogni elemento, nell’improvvisa epifania di ritrovarci all’interno di un’architettura stilistica perfetta.

Anche se leggiamo con la mente, la sede del piacere artistico si trova fra le scapole. Quel piccolo brivido là dietro è sicuramente la forma più sublime di emozione raggiunta dall’uomo quando ha elaborato l’arte pura e la scienza pura ”

 

Vladimir Nabokov

Sue Lyon in una celebre scena del film Lolita, diretto da Stanley Kubrick nel 1962
Sue Lyon in una celebre scena del film Lolita, diretto da Stanley Kubrick nel 1962

Procediamo con un piccolo esempio, in modo da rendere immediatamente chiaro il concetto di ri-lettura. Prendiamo in considerazione quindi l’incipit di uno dei romanzi migliori, forse il più celebre, proprio di Nabokov. Questo è l’incredibile attacco con cui inizia Lolita:

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita “

Poche righe che scivolano via d’un fiato e raccolgono nella loro brevità e immediatezza tutto il contenuto del libro, riassumibile al nocciolo nell’infinito e straziante amore del protagonista Humbert Humbert per la piccola Lolita. Dunque, l’avete fatto? Avete provato a pronunciare il suo nome seguendo il percorso della lingua? Lo-li-ta. Solo dopo averlo riletto si scopre la magia insita in questa divisione in sillabe, che evocativamente ci trasporta accanto ai passi che la ragazza ha compiuto nella sua intricata esistenza; e insieme, dietro di lei, percepiamo l’inquietante presenza dell’uomo che, follemente innamorato di lei, l’ha creduta per sempre sua. Se non ci fossimo soffermati a rileggere, probabilmente ci saremmo persi la straordinaria potenza e densità di significato di questo incipit unico. I migliori lettori, dunque, sono i ri-lettori.

Al contrario l’opera d’arte si dona all’osservatore nel tempo del primo assalto visivo. Quando ci troviamo davanti a un quadro, per esempio, possiamo godere del piacere estetico che esso possiede tutto in una volta: è forse il suo pregio principale, questo di offrirsi immediatamente nella sua interezza. Grazie al nostro occhio otteniamo all’istante una versione globale dell’opera e ne carpiamo (soggettivamente) il messaggio che intende veicolare. Questo non elimina lo spessore e l’analisi profonda che si può applicare ad ogni opera – spesso ricche di dettagli e sfumature non subito riscontrabili – ma ne sottolinea la capacità di trasmissione simultanea legata all’occhio. Un libro al contrario, come abbiamo visto, inizia a svolgere la sua trama solo una volta che dall’occhio è passato alla mente. Se con un dipinto instauriamo all’istante un certo rapporto familiare, con un libro otteniamo lo stesso effetto solo dopo tre o quattro letture. Inoltre l’opera d’arte può reggersi anche svincolandosi dalle leggi della coerenza (per esempio un quadro astratto), mentre un romanzo non può prescindere da una struttura, per quanto talvolta illusionistica, ben calibrata. Questo conduce inevitabilmente ad allungare i tempi di studio e ricezione dell’opera in esame.

Balthus, Thérèse Dreaming, The Metropolitan Museum of Art, New York (1938)
Balthus, Thérèse Dreaming, The Metropolitan Museum of Art, New York (1938)

Ma anche quando il dipinto dovesse contenere una precisa narrazione volta a veicolare un messaggio o un’emozione, questo la presenta tendenzialmente in un modo particolarmente esplicito. Prendiamo come esempio – in modo da non discostarci troppo dal tema sollevato con LolitaThérèse Dreaming del pittore Balthus. Anche tralasciando le possibili inclinazioni pedofile cui sarebbe stato soggetto l’artista e le argomentazione censorie che ciclicamente (anche non molto tempo fa) tornano a criticare l’opera per il suo contenuto scabroso – discussioni che inevitabilmente danno una chiave di lettura del dipinto, ma che allo stesso modo richiedono un approfondimento che va oltre l’immediata capacità dell’occhio umano – la scena è talmente evocativa che in un istante ci trasmette il suo fascino.

La tenerezza e quotidianità della sfera familiare – l’ambientazione casalinga, le sedie, i vasi, il gatto che mangia – si mischiano all’innocenza che le vesti da scolara e alle fattezze infantili che il soggetto femminile suggerisce. A questo idillio giovanile si contrappone all’improvviso quella gamba sinistra sollevata, piegata sulla sedia fino a mostrare voluttuosamente l’intimo della ragazza, ulteriormente esposto dall’altra gamba leggermente divaricata. Con le mani raccolte sulla testa Thérèse si getta leggermente all’indietro e apre a noi il suo sguardo sognante, perso in mondi di cui non sappiamo nulla ma di cui, forse, desideriamo sbirciare l’ingresso. E allora ci vergogniamo; e allora riflettiamo; e allora ci indigniamo per una scena a cui magari non dovremmo assistere. Ma l’arte serve anche a sconvolgere e in alcuni casi riesce a farlo dannatamente bene. Soprattutto riesce a farlo in un unico, denso, rapido, eterno istante.

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