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Cecilia Alemani non piace. Al generone italiano della critica

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57 Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57
Cecilia Alemani
Cecilia Alemani

Sono diversi gli osservatori che hanno motivato la scelta della Alemani, la prima donna italiana chiamata a dirigere la Biennale, con il fatto di essere moglie di Massimiliano Gioni

Per chi non avesse dimestichezza con un termine non propriamente usuale, e storicamente focalizzato sull’ambiente romano: generone è il nome che a fine Ottocento si affibbiò a una certa nuova borghesia arricchita, che goffamente tentava di rivaleggiare con i ceti aristocratici o più abbienti. Cercando inutilmente di dissimulare origini spesso umili ed un limitato background socio-culturale.
L’altro giorno, quando si è diffusa la notizia della nomina di Cecilia Alemani a direttrice della Biennale Arte di Venezia 2021, il termine è riemerso quando un’amica mi faceva notare certi commenti non propriamente entusiastici visti in giro per i social network. Già, perché un po’ di anni fa chi scrive fece divertire un gruppo di amici coniando la fattispecie del “generone italiano della critica”: tutta una congerie di personaggi che aleggiano attorno al mondo dell’arte contemporanea, non si perdono un vernissage che sia uno, assumono toni, pose e a volte abbigliamento che ritengono adeguati all’uopo.
Ma che definirei “critici autonominati”, visto che si ascrivono alla categoria, si presentano come critici, ma non è dato sapere “cosa” e “dove” critichino, scrivono raramente e su media spesso improbabili, si fatica a ricordare mostre da loro curate o saggi da loro partoriti. Ma puntualmente si sono messi all’opera nel contestare anche volgarmente la scelta della prima donna italiana chiamata a dirigere la Biennale.

Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57
Roberto Cuoghi | Padiglione Italia Biennale 57

Fra i caratteri del generone della critica c’è infatti uno di quei vizi che condanna e condannerà una certa Italia alla subordinazione, anche in materia artistica. E cioè che il primo obbiettivo di molti non è fare bene loro le cose, ma dire che gli altri – avversari, concorrenti, rivali – le fanno male, o comunque che per qualche ragione i successi di altri sono segnati da vizi, storture, favoritismi, prevaricazioni. E questo schema si è ripresentato nei succitati – veementi, ma numericamente non molti, avrei poi constatato – commenti: nei quali deboli parole di circostanza hanno presto lasciato il posto all’acredine, inefficace maschera dell’invidia.

Calo
Giorgio Andreotta Calò – Venezia

L’argomento principe non sarà difficile immaginarlo: “Hanno scelto la Alemani perché è la moglie di Massimiliano Gioni”. Non importa che lei sia oggi fra i critici italiani di maggior successo e prestigio internazionale, peraltro basando su una piazza ipercompetitiva come quella di New York. Non conta che proprio alla Biennale abbia curato nel 2017 un Padiglione Italia unanimemente riconosciuto fra i migliori – dal sottoscritto, il migliore – di sempre. No, nella sua scelta vale esclusivamente – a detta di costoro – la parentela. Un’opzione, per paradosso, macchiata anche da un certo alone di sessismo. Quando Gioni fu scelto per curare la Biennale 2013, qualcuno ha per caso sentito dire che sulla sua nomina aveva pesato l’essere marito della Alemani? Che pure a quella data era già direttrice artistica della High Line? E aveva curato importanti mostre al MoMa/PS1, sempre a New York, e sezioni di Performa 11 e della Frieze Art Fair?

Massimiliano Gioni
Massimiliano Gioni

La risposta giusta a tali amenità è forse la più banale: aspettiamo di vederla alla prova, poi avremo materia per criticare. Noi non nascondiamo di farlo con un certo ottimismo: l’approccio visto nel citato Padiglione Italia del 2017, con le apprezzatissime installazioni di Roberto Cuoghi e Giorgio Andreotta Calò, dovrebbe consentirlo. E, a chiudere il cerchio, aggiungiamo che la vicinanza a Gioni, autore della migliore Biennale Arte che chi scrive abbia vista, in competizione forse soltanto con quella di Bonito Oliva del 1993, non potrà che giovare al progetto ora affrontato dalla consorte. Con buona pace del generone…

www.labiennale.org

Massimo Mattioli

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