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L’arte contemporanea deve necessariamente guardare al digitale?

Rosa Menkman, A Vernacular of File Formats, 2010 Rosa Menkman, A Vernacular of File Formats, 2010
Rosa Menkman, A Vernacular of File Formats, 2010
Rosa Menkman, A Vernacular of File Formats, 2010

Amo la contemporaneità. È questo il motivo per cui l’intervento su ArtsLife Giacomo Nicolella Maschietti dedicato all’arte digitale deve essere affrontato con la massima serietà. Essendo nato nel 1935 dovrei considerarmi un reperto archeologico. Lo sono, ma nel contempo non mi reputo tale, in quanto sono un vecchio libertario duro a morire. Al contrario, Nicolella è giovane, e con il valore aggiunto di essere un moralista con humor, qualità umana sempre più rara.

Concordo appieno con lui quando scrive quanto sia noiosa e desueta l’arte concettuale, dalla videoart alle composizioni in digitale. Aggiungerei la Merde d’artiste di Piero Manzoni e il Mongoloide  nudo presentato  alla Biennale del 1972 da Gino De Dominicis. Andrei anche oltre con un’occhiata al mercato. Desidero esemplificare con il caso del seriale Lucio Fontana, defunto ormai da tempo: i suoi Concetti Spaziali sono aggiudicati a milioni di dollari nelle aste di New York. Mi pare curioso per un autore di tagli talentuosi, ma non di capolavori premiati per magia da un collezionismo affezionato e competente. Ho il massimo rispetto per la Borsa Valori di New York, per i titoli che scendono o che salgono. Ma non per il pubblico quando è sedotto dalla Banana di Cattelan, illustrata e annunciata all’intero mondo dai media.

Ecco dunque perché Nicolella Maschietti ha ragione: l’arte digitale è il futuro, riconsiderando i Graffiti delle grotte di Lascaux come punto di partenza. In seguito si è avuta un’evoluzione mistica per breve tempo, ricordata come Rinascimento, adorata nei Musei del Mondo da un pubblico multiforme, soccorso dagli occhi vedenti di guide in fiore. Una rinascenza per altro rivisitata da Giorgio de Chirico in opposizione alle pagliacciate dei seguaci di Marinetti (ad eccezione di Umberto Boccioni). Ogni epoca ha l’arte che si merita.

Un’opera eseguita in digitale è possibile che tocchi le vette del sublime. Resto in attesa del Michelangelo del XXI secolo, in quanto sono un incallito ottimista. Lo immagino visionario, messaggero spirituale, illuminato, degno della venerazione dei posteri. Sorto inesorabilmente da questo nostro torbido Medioevo, verrà  decodificato, riconosciuto, fatto proprio da un futuro pubblico di nonpensanti, che tanto a pensare ci pensa la tecnologia digitale. Il Grande Artista si farà riconoscere come un Messia. E magari stavolta non lo metteranno in Croce.

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