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Pubblicato il: sab 12 Ott 2019
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Gli influencer dell’arte. Due chiacchiere al Motel Nicolella con Caroline Corbetta

Gli influencer dell’arte. Due chiacchiere con Caroline Corbetta

Caroline, benvenuta al Motel.

Per chi ci leggesse proprio in questo momento ci starai scrivendo da Londra, nella settimana più calda dell’anno ovvero quella di Frieze e delle aste di Christie’s e Sotheby’s.
Per chi non ti conoscesse, è per me un onore e una bella soddisfazione ospitarti nella mia rubrica. Non so se sei una da Motel… Certamente sei una curatrice d’arte contemporanea attiva da anni sia in Italia che all’estero, e mi fa piacere menzionare la tua inclusione nelle #top200artworldinfluencers secondo Art Gorgeous.

Ebbene, in questi giorni presenti la mostra di Emiliano Maggi, che hai curato personalmente, di che si tratta? dove si trova?

Lo scorso gennaio abbiamo inaugurato nel nuovissimo flagship store londinese di Molteni&C una nuova mostra del progetto “The Collector’s House” che ho ideato e curo per l’azienda di design dal Salone del Mobile 2018. In estrema sintesi Molteni, che è un peso massimo del made in Italy, offre, attraverso i propri stand al Salone e ai Flagship store sparsi nel mondo, una piattaforma inedita ai giovani artisti italiani dove possono raggiungere un pubblico assai vasto; e, allo stesso tempo, offre ai propri clienti un suggerimento di lifestyle evoluto in cui design e arte si valorizzano a vicenda.
Il progetto è piuttosto ramificato: infatti, oltre alle collezioni “ideali” che curo per i negozi, c’è una collezione vera e propria che Molteni ha accettato di iniziare a costruire fin dal primo progetto, e che fa capo al Molteni Museum che si trova a Giussano accanto ai loro HQ.
A gennaio, dicevo, ho portato a Londra 5 artisti rappresentati da galleria Operativa di Roma: Vincenzo Schillaci, Alessandro Dandini De Sylva, Giuseppe Buzzotta, Cleo Fariselli e, per l’appunto, Emiliano Maggi. Pensando di fare un appuntamento speciale per la Frieze week, è venuta fuori questa idea di una installazione sonora realizzata appositamente dall’artista. Il flagship Molteni si trova di fronte al V&A su Brompton Road e allora Emiliano, che del meraviglioso museo è un grande frequentatore, si è ispirato ad un archivio di David Munrow, musicista e storico della musica britannico, e suo eroe personale, per creare una melodia intitolata “Tunes and Preludes” che per una settimana ha trasformato la percezione dello spazio del negozio e l’arte e il design che ci stanno dentro. E’ stato realmente un intervento site-specific.

Una mostra con Molteni & Dada. Da quanto collaborate assieme e in che modo ti stanno aiutando a sostenere la giovane arte?

Credo di averti già risposto 😉 Aggiungo solo che c’è un vero committment che si esplicita nella durata e nell’articolazione del progetto, ad esempio, per ogni nuovo allestimento, produciamo un libriccino che contiene informazioni basiche sulle opere e sugli artisti. E posso anticiparti che, probabilmente, nel corso del prossimo anno apriremo anche ad artisti internazionali ma sempre giovani. Dal mio punto di vista curatoriale, è fondamentale creare occasioni, non alternative ma integrate al sistema, che diano visibilità, e supporto, ai giovani artisti, soprattutto oggi che il mercato sembra volere solo blockbusters.

Che ruolo ha secondo te una curatrice indipendente oggi? Quale strada dovrebbe percorrere?

La tua, davvero, non è una battuta. Se vuoi rimanere indipendente deve avere una tua visione e seguirla. Stare accanto agli artisti e ogni tanto avvicinarsi al pubblico a cui raccontare quello che gli artisti stanno combinando.
In fondo un curatore comunica, con le mostre e con i testi, ma deve prima di tutto aver chiaro che l’arte è uno strumento di auto-definizione, solo allora potrà, e saprà, condividere questo “segreto” col pubblico. E sgamare i finti artisti… (anche conoscere la storia dell’arte aiuta in questo senso).


Da tempo hai fondato il Crepaccio su Instagram, lo racconti a chi non lo conoscesse ancora?

Il Crepaccio è stato una magnifica avventura durata 4 anni, dal 2012 al 2016. Una crepa nel sistema che, nell’improbabilità della a vetrina di una trattoria milanese, offriva a giovani artisti occasioni di visibilità e ad artisti affermati di sperimentarsi fuori dal proprio ruolo tradizionale, come Maloberti e Ancarani che hanno curato delle mostre o Ragnar Kjartansson che ha fatto un mini-concerto davanti alla vetrina insieme al figlio di Dieter Roth. Gli openings erano una specie di festa di quartiere aperta a tutti. Un’idea di inclusività radicale, totalmente svincolata da qualsiasi tipo di scambio commerciale, che ha trovato il suo sviluppo naturale con IL CREPACCIO INSTAGRAM SHOW dove la vetrina, dalla strada, si è trasferita sul pianeta social e si è data un impianto curatoriale piuttosto preciso. Ogni settimana chiedo ad un artista di cimentarsi con il mezzo, di darmi 5 contributi (uno al giorno, dal lunedi al venerdi- il weekend riposiamo) che vanno a formare una personale sui generis online. Obrist quanto gliel’ho raccontato, e l’ha visto, ha urlato “E’ la Kunsthalle del futuro“. Non so se sia così, di certo per me, e credo anche per gli artisti, è uno spazio libero di sperimentazione in cui ci facciamo domande sul senso di produrre immagini artistiche oggi e sulla loro ricezione. E’ un test-site per me, quanto per loro.

Arte e moda, le tue grandi passioni. Mi chiedevo, qualche tempo fa, se la moda non stesse adoperando l’arte oltre che per qualificarsi anche per rubarne un po’ di credibilità.

Non sapevo la moda fosse una mia passione, me lo dici tu, davvero! Non sono aggiornata sulle ultime tendenze, quindi non sono appassionata perché altrimenti guarderei le sfilate online e sfoglierei un sacco di riviste di moda. Però ho diversi amici di talento nel mondo della moda e mi piace vestirmi, soprattutto indossando le loro cose, questo sì. Per quanto riguarda l’arte, da ragazza pensavo di volere diventare un’artista e allora mi sono iscritta a Brera e l’ho terminata, anche se al primo anni avevo già capito di non avere la stoffa. Ma, chissà perché, volevo rimanere in quel mondo e, grazie all’incontro fortuito con un master per curatori, ho trovato la mia strada, irrequieta, piena di diversioni, ma comunque è la mia.
Per rispondere alla tua domanda, non penso che la moda abbia bisogno di qualificarsi né di acquisire credibilità attraverso l’arte -anche perché il sistema dell’arte ultimamente ha forti problemi di credibilità.
Il punto è che l’arte nella sua estrema e meravigliosa inutilità -nel senso che non serve a nulla ma è indispensabile- continua ad emanare la sua aura e tutti ne vogliono un po’, sopratutto chi si occupa di moda e lusso.

Cosa posso offrirti da bere?
Un calice di Friulano, grazie.

Grazie mille
Un bacio, te lo meriti.

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