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Pubblicato il: lun 19 Ago 2019
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Fonda, Easy Rider, Woodstock. L’America all’incontrario

Una scena di Easy Rider

Una scena di Easy Rider

Dal 14 luglio 1969, quando Easy Rider arrivò in sala per la prima volta, nacque un vero e proprio Rinascimento culturale, cinematografico, musicale, artistico e letterario

Cinquant’anni dopo, quando i figli dei fiori sono sol più una commemorazione, un affresco regalato al tempo da giorni così diversi e così lontani, Peter Fonda ha smesso di vivere fermando anche per noi il respiro di quella narrazione. Viene da Easy Rider, Peter, ed era rimasto ancora lì, nelle note di Born to be wild che rombavano come il suo chopper, attraversando l’America all’incontrario, da Ovest verso Est. Perché quel film è stato il suggello di un’epoca, di una rivoluzione che ha cambiato solo noi e il nostro costume prima di finire ingoiata in un’emergenza economica e militare permanente che dura tuttora. Assieme a Dennis Hopper, attore e regista di quella pellicola, aveva scritto la sceneggiatura per raccontare la parabola tragica di una generazione che nell’America del Vietnam, dei figli dei fiori e dei sogni infranti, rifiutava ogni regola e si metteva in viaggio. I due hippies non cercavano guai, cercavano solo libertà, e tutto quello che trovarono fu la violenza. A modo suo, era una storia paradigmatica di quel periodo e di quel che siamo diventati noi dopo di allora. Quegli anni di grande cambiamento chiusero definitivamente il capitolo che aveva suggellato la fine della Seconda Guerra Mondiale, con il passaggio conclusivo da una società rurale a quella industriale e il suo lascito terribile di anime perse, schiacciate inesorabilmente dagli ingranaggi impietosi di un mondo che non avrebbe mai potuto essere come loro sognavano.

Peter Fonda in Easy Rider

Peter Fonda in Easy Rider

Il personaggio di Peter Fonda, Wyatt “Captain America”, come l’eroe dei fumetti, era la quintessenza della purezza, ma la sua trasparenza si scontrava inevitabilmente con l’America, corrotta, violenta e intollerante. Raccontano che nella scena dello sballo da Lsd, lui avesse provato davvero quella droga finendo per perdere quasi il controllo e ricordare dal vivo il dolore per la morte della madre, che si tolse la vita quando lui aveva dieci anni. A bordo del suo chopper, con i capelli lunghi al vento, il giubbotto e gli occhiali da sole, è diventato il poster boy di almeno tre generazioni, il simbolo della controcultura, il centauro alla disperata ricerca di un punto di gravità permanente all’interno della sua vita. Lui forse ce l’ha fatta, alla fine. È rimasto quello che era, raccontato da sua sorella come un uomo sereno che aspettava la morte ridendo. Noi no. Non ce l’abbiamo fatta. Perché tutti quelli che sono venuti dopo sono riusciti a conservare solo il sogno esaltante della giovinezza. Non quello che significava. Eppure quel film e quegli anni hanno cambiato tanto del nostro modo di essere. Hanno cambiato Hollywood. Hanno cambiato il nostro pensiero. Da quel 14 luglio 1969, quando la pellicola arrivò in sala per la prima volta, nacque un vero e proprio Rinascimento culturale, cinematografico, musicale, artistico e letterario. Era da un po’ che stava succedendo qualcosa, in verità. Il Laureato con Dustin Hoffman, girato quando ancora non era cominciato il 68, aveva anticipato in qualche modo Easy Rider, spezzando quell’aridità anestetica in cui era precipitata Hollywood e cominciando a parlare dei giovani e dei loro problemi. Jack Kerouac aveva appena dato voce alla sua generazione on the road. Ma dopo di loro erano arrivati gli anni della rivoluzione giovanile e il maggio caldo del ‘68 era un tempo che si era allungato sulla vita di tutti, mentre l’idea di un’America eroica e invincibile stava rovinosamente infrangendosi nella giungla del Vietnam. Di lì a poco sarebbe arrivata Woodstock e niente sarebbe stato più come prima.

Jack Kerouac, foto Devin Smith

Jack Kerouac, foto Devin Smith

La leva obbligatoria strappava tanti giovani alla loro vita, mandandoli a combattere contro un nemico invisibile e sconosciuto. I sopravvissuti piangevano loro stessi, riempivano le strade e le piazze di manifestazioni come non se n’erano mai viste negli Usa. Ma l’America più profonda e intollerante non accettava i cambiamenti. Sono gli anni in cui uccidono John Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King e Robert Kennedy, forse il più importante di tutti, perché era il politico idealista che avrebbe potuto cambiare direttamente le cose dalla stanza dei bottoni. È in questo mondo e in questo tempo che Easy Rider arriva come una catapulta. “Travolgemmo ogni regola e scatenammo le ira degli studi che odiavano me e Dennis Hopper”, ha ricordato una volta Peter Fonda. “Solo Jack Nicholson (che faceva la parte di un avvocato che si aggregò a loro per un pezzo del viaggio, ndr) se l’è cavata. A Hollywood pensavano che volessimo fare una rivoluzione. Ci chiamavano giacobini. A Hollywood la vecchia guardia aveva perso il contatto con il pubblico, soprattutto con i giovani. Arrivammo noi, rappresentanti di questa nuova generazione e pieni di idee, e i vecchi non capirono. Quando andammo a Cannes con Easy Rider non sapevano come prenderci. Io, Dennis e Jack avevamo i capelli lunghi, bevevamo ed eravamo come i personaggi del film: la gente impazziva per noi”.

Woodstock

Woodstock

Erano loro ad aver colpito il pubblico. Non l’America che raccontavano, la sua immagine e la sua realtà, il suo sogno perduto, perché non erano stati gli uomini ad averla tradita, ma essa stessa che li aveva ingannati vendendo il proprio corpo come una prostituta. Da allora l’America non è stato più il Paese della salvezza. Era finita davvero la seconda guerra mondiale. Come diceva la locandina del film, “A man went looking for America, but he couldn’t find it anywhere”. Un uomo è andato in cerca dell’America, ma non l’ha trovata da nessuna parte.

Gli autografi di Peter Fonda e Dennis Hopper su una foto di Easy Rider

Gli autografi di Peter Fonda e Dennis Hopper su una foto di Easy Rider

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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