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Pubblicato il: lun 19 Ago 2019
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Una Angkor Wat nel deserto egiziano. Polemiche per i restauri del Palazzo del Barone Empain

Lo scalone del Palazzo del Barone Empain, al Cairo

Lo scalone del Palazzo del Barone Empain, al Cairo

Il bizzarro palazzo costruito in aperto deserto tra 1906 ed il 1911 a Eliopolis, nella parte orientale della capitale egiziana Il Cairo, combina architettura persiana, islamica e neo-classica

Chi è il principiante che sta dietro al restauro dei palazzi d’Egitto? La nostra eredità viene distrutta in modo sistematico“, “Avete letteralmente demolito i nostri monumenti“. È questo il tenore di alcuni dei commenti – affidati al gruppo Facebook chiamato “storici egiziani” – che accompagnano il restauro del Palazzo del Barone Empain, il bizzarro e affascinante edificio costruito in aperto deserto tra 1906 ed il 1911 a Eliopolis, nella parte orientale della capitale egiziana Il Cairo. A promuoverne la realizzazione fu Édouard Louis Joseph Empain, ricco ingegnere ed imprenditore belga, nonché un appassionato egittologo, giunto in Egitto nel 1904 per gestire un progetto riguardante la costruzione di una linea ferroviaria.

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Il palazzo, rimasto per lungo tempo abbandonato, è ora oggetto di costosi lavori di restauro iniziati nel 2017 e finanziati in parte dal Belgio, la cui conduzione ha scatenato i commenti di cui sopra. Progettato dall’architetto francese Alexandre Marcel e decorato dall’architetto belga Georges-Louis Claude, l’edificio si presenta come un mix di architettura persiana, islamica e neo-classica, molto ispirato ai templi cambogiani di Angkor Wat, con un portale in stile indiano, una complessa scalinata a chiocciola, ascensori, stanze segrete. Il ministro delle Antichità Khaled el-Enany ha difeso il restauro: “Stiamo ridando vita a questo monumento abbandonato, i colori sono corretti e si basano su fonti storiche”.

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Autore

- Giornalista, scrittore, critico e curatore di mostre. È nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, da 25 anni lavora per riviste d’arte prima come redattore de Il Giornale dell’Arte, poi come caporedattore delle testate Exibart, poi Artribune, attualmente ArtsLife. Ha curato il volume “Rigando dritto”, raccolta di scritti dell’artista Piero Dorazio, pubblicato nell’aprile 2005 dall’editore Silvia Editrice di Milano. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra “Artsiders”, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Nel 2018 ha curato la mostra “De Prospectiva Pingendi. Nuovi scenari nella pittura italiana”, nelle due sedi di Palazzo del Popolo e Palazzo del Vignola, a Todi, e la mostra “Beverly Pepper tra Todi e il mondo” nel Palazzo del Popolo di Todi. Nel 2019 ha pubblicato il libro “Margherita Sarfatti. Più”, presso Manfredi Edizioni.


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