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Pubblicato il: mer 14 Ago 2019
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Lee Krasner, l’anima del colore a Londra. Dopo 50 anni la prima retrospettiva in Europa

Lee Krasner c.1938, Photographer unknown.

Alla Barbican Art Gallery di Londra, dopo cinqunta anni la prima retrospettiva in Europa dedicata a Lee Krasner, pioniera dell’Espressionismo Astratto.

Oltre cento opere, molte delle quali mai esposte prima in Gran Bretagna, fino al 1 settembre 2019. Al cavalletto si sentiva viva e libera di respirare. Nemmeno il conservatorismo dei genitori e le difficoltà della Grande Depressione erano riusciti a spezzare la sua determinazione a dipingere. L’autoritratto del 1928 ce la mostra proprio al cavalletto, circondata dal bosco e con uno sguardo guerriero piantato in mezzo al volto. Lee Krasner (1908-1984) aveva le idee chiare, dipingere era per lei una sorta di missione spirituale, un po’ come lo era stata per Vincent van Gogh, di cui avvertiva il fuoco creativo. Fu attraverso le sue opere che l’Espressionismo le entrò nel sangue, che ne percepì tutta la vibrante potenza. Una sensazione riecheggiata nel titolo della mostra, Lee Krasner: Living Colour, che riscopre questa pittrice dalle vicende personali non semplici, ma dalla particolarissima poetica espressiva.

Come già accaduto a Berthe Morisot oltre mezzo secolo prima, anche Krasner lottò a lungo prima di veder riconosciuta a livello ufficiale la sua carriera di artista: era infatti cresciuta in una famiglia ebrea di rigida osservanza, e le sua ambizioni personali e professionali nella dinamica America degli anni Venti si scontrarono con il conservatorismo dei genitori, ma riuscì comunque a diplomarsi alla Art Students League a New York nel 1929, e fino al 1932 frequentò la National Academy of Design. Non riuscì a terminarla a causa del costo della retta, ma si trasferì al City College, dove le lezioni erano gratuite, e ne uscì con l’abilitazione all’insegnamento artistico. I tempi erano duri, ma come scrisse Saul Bellow, proprio per questo “eri libero di fare della tua vita qualcosa di straordinario”.

Lee Krasner, Prophecy, 1956 ® The Pollock-Krasner Foundation. Kasmin Gallery, Photo by Christopher Stach

Lee Krasner, Prophecy, 1956 ® The Pollock-Krasner Foundation. Kasmin Gallery, Photo by Christopher Stach

Krasner lavorava di notte come cameriera nel Village, e prendeva di giorno lezioni di pittura da Job Goodman, che la iniziò al plasticismo michelangiolesco. Nel 1937, seguì anche i corsi sul Cubismo alla Hans Hofmann School of Fine Arts. Finiti i Roaring Twenties nel baratro della Grande Depressione, era terminata anche la stagione artistica del realismo figurativo, che aveva avuto in Leyendecke uno dei maggiori esponenti (diverso sarebbe stato il caso di Edward Hopper, che avrebbe dato alla sua pittura caratteri esistenziali). La nuova avanguardia era l’Espressionismo Astratto, cui Krasner guardava con entusiasmo, e le sue prime mostre furono collettive con il gruppo American Abstract Artists, nei primi anni Quaranta. Ma l’America puritana accolse poco favorevolmente questa corrente pittorica, cui rimproverava di essere europea ed estranea alla cultura americana. In realtà, era il libertarismo che quella pittura nascondeva, a preoccupare un establishment puritano: la “liberazione del segno”, di cui Pollock fu il profeta, era in realtà una metafora della liberazione dell’individuo da una società ipocrita e costrittiva, come sarà di fatto quella americana almeno fino al 1968. E anche se l’impegno politico sarebbe arrivato dopo, la critica sociale era già presente nel lavoro degli astrattisti. Krasner fece però parziale eccezione, dedicandosi essenzialmente alla causa femminista.

Lee Krasner, Imperative, 1976 ® The Pollock-Krasner Foundation. Courtesy National Gallery of Art, Washington D.C.

Lee Krasner, Imperative, 1976 ® The Pollock-Krasner Foundation. Courtesy National Gallery of Art, Washington D.C.

Tuttavia, la turbolenta relazione con Jackson Pollock, a causa dell’alcolismo di lui, fu un altro degli ostacoli che Krasner dové superare prima di essere riconosciuta un’artista con una carriera indipendente. Solo dopo la morte di Pollock nel 1956, e soprattutto con l’affermarsi del movimento femminista sul finire degli anni Sessanta, Krasner conobbe un rinnovato slancio pittorico, e uscì definitivamente dall’ombra. Anni di lotta e sopportazione, durante i quali comprese come lo scontro con la società patriarcale fosse inevitabile per ogni donna che volesse prendere in mano la propria vita.

Lee Krasner, Siren, 1966, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution -® The Pollock-Krasner Foundation. Photo by Cathy Carver

Lee Krasner, Siren, 1966, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution -® The Pollock-Krasner Foundation. Photo by Cathy Carver

I primi quindici anni, come racconta il percorso della mostra, furono precari, sperimentali, votati alla ricerca di una direzione: i primi passi nel Cubismo astratto, il figurativo su imitazione di Michelangelo, le prime tele in cui è forte l’influenza di Pollock, con la tecnica del dripping. La sua personalità artistica comincia ad emergere alla metà degli anni Cinquanta, e dimostra la notevole evoluzione di tecnica e di stile di Krasner: dai collage al disegno cubista, dall’Action Painting alle grandi e luminose campiture di colore che possiedono la delicatezza di un affresco antico. Con poche eccezioni, la sua opera pittorica della maturità è in strettissima relazione con la natura, al punto da fondere insieme organicismo e astrattismo. All’interno di questo serrato dialogo, la figura femminile si colloca con grazia e discrezione, come un’entità silenziosa ma fondamentale nell’equilibrio naturale. Un po’ per ragioni concettuali, un po’ perché la sua lotta personale per raggiungere determinati obiettivi poteva essere d’esempio a molte altre donne, il movimento femminista americano fece di Krasner una sua icona, così come aveva fatto di Niki de Saint Phalle e Caroline Bourgeois.
Fa eccezione la serie Prophecy del 1956, ispirata alla picassiane Demoiselles d’Avignon, e affollata di figure femminili caratterizzate da un’erotica violenza. Realizzate poco dopo la scomparsa di Pollock, queste opere sono indicative della rabbia sin lì covata da Krasner, e della “gabbia di vetro” in cui languiva la sua carriera.

Lee Krasner, Icarus, 1964, Thomson Family Collection ® The Pollock-Krasner Foundation. Courtesy Kasmin Gallery, Photo by Diego Flores

Lee Krasner, Icarus, 1964, Thomson Family Collection ® The Pollock-Krasner Foundation. Courtesy Kasmin Gallery, Photo by Diego Flores

“La pittura è una rivelazione e un atto d’amore”. E per meglio affermare il concetto, Krasner non ha mai eseguito bozzetti o studi preparatori delle sue opere, che sono nate sull’ispirazione genuina e immediata. Un atto di creatività eseguito con istinto materno, indagando le possibilità espressive della forma e del colore, applicandole alla sua idea di paesaggio naturale, inteso come un universo dalle mille prospettive e possibilità, quelle stesse che ogni individuo dovrebbe avere, uomo o donna che sia. È questo il messaggio di fondo della particolare visione dell’Espressionismo Astratto di Krasner, che nei tardi anni Settanta ritornò al Cubismo, utilizzando la tecnica del collage realizzati tagliando e assemblando pitture fra loro diverse, e creando opere dalle superfici coperte di forme geometriche spigolose, che però sembrano quasi specchiarsi l’una con l’altra. L’effetto ottico, le prospettive rovesciate, ricordano le atmosfere delle Prigioni di Escher.
Una pittura quasi sempre sussurrata, quella di Krasner, che ha il ritmo delicato di una lunga peregrinazione alla ricerca di se stessi, fra universi naturali che evocano Lewis Carroll, l’oriente dai colori sgargianti di Matisse, e, appena accennata, la mistica della femminilità.

Lee Krasner c.1938, Photographer unknown.

Lee Krasner c.1938, Photographer unknown.

 

Lee Krasner
Living Colour
30 May—1 Sep 2019
Barbican Art Gallery

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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