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Pubblicato il: ven 26 Lug 2019
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Amarcord 31. Il ritratto di Politi di Patrizia Valduga, la collezionista di rime baciate

Patrizia Valduga

Amarcord 31 – Un nuovo appuntamento con la rubrica di Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

 

La collezionista di rime baciate
Quando siamo a Milano, ogni domenica io e Helena andiamo a pranzo da Feltrinelli, nella sua nuova e tecnologica sede di via Pasubio, tra libri nuovissimi ed edizioni anche particolari. E approfittiamo del bistrot di ottima qualità che offre la libreria, per il nostro piatto preferito: l’amatriciana bianca, accompagnato da un bicchiere di rosso per me e uno charmat di Franciacorta per Helena. Piccolo peccato domenicale per noi in genere molto più spartani e vegani. E mentre attendiamo la nostra portata, sfogliamo le novità appena arrivate, riscopriamo alcuni libri dimenticati, ci imbattiamo in curiosità inaspettate. Conosciute e sconosciute. Frugare in una libreria ben fornita è una goduria che spero molti condividano con me. E Belluno (ed. Einaudi) di Patrizia Valduga è stata la sorpresa di domenica scorsa. Peccato ce ne fosse una sola copia e nemmeno l’ombra di altri volumi della Patrizia. Ho conosciuto Patrizia Valduga nei primi anni ’80. Forse me la presentò fugacemente Giovanni Raboni o me ne parlò Serena Vitale, ex moglie di Raboni. Mi chiese se potevamo offrire un lavoro nella redazione di Flash Art a Patrizia, da poco arrivata a Milano dal Veneto e bisognosa di lavorare. Io andai a conoscerla a casa di Raboni, che me la presentò fugacemente: una bella ragazza, ombrosa e misteriosa, già più noir che rosa e che evitò qualsiasi conversazione con me. Forse non mi degnò nemmeno di uno sguardo. Ma questa sua scontrosità, aveva il suo fascino. Più tardi chiesi a Raboni di farla passare in ufficio, per un breve colloquio, per capire cosa potesse fare nella redazione di Flash Art. Patrizia si presentò come al solito tutta vestita di nero con un’aria però molto sexy e noir e forse anche con la veletta, però non ci giurerei. (Ma ora sono anche terrorizzato, dopo aver letto un suo verso minaccioso, proprio nel libro appena acquistato: Se parlate di velette, vi ammazzo: e ora, ogni volta che uscirò mi guarderò alle spalle immaginandomi una donna in nero con un pugnale in mano come un personaggio delle spy story inglesi dell’Ottocento).

Quando arrivò da me le chiesi quali erano le sue esperienze di lavoro. Nessuna, mi rispose. Non so scrivere a macchina, scrivo solo a mano e non conosco alcuna lingua moderna. Non mi interessa l’arte contemporanea né la sperimentazione nella poesia. Capii subito che non era assolutamente interessata ad alcun lavoro in redazione, che anzi rigettava e che voleva solo scrivere poesie. E pensava che Flash Art fosse il posto giusto per avere una scrivania e uno stipendio per scrivere poesie. Ci salutammo cordialmente (almeno da parte mia) per darci appuntamento in altra circostanza. La quale circostanza si presentò pochi mesi dopo quando pensai di realizzare un mio sogno, cioè una rivista di poesia veramente contemporanea, come non ne esistevano, un po’ l’equivalente di Flash Art nell’arte. Mi sarebbe piaciuto ricercare e pubblicare i poeti più propositivi e nuovi di tutto il mondo. Allora chiesi a lei se se la sentiva di assumersi l’onere di dirigere una pubblicazione del genere, interagendo con tutti i nostri corrispondenti, in genere giovani critici molto informati e reattivi, che l’avrebbero messa in contatto con i migliori poeti e scrittori del loro paese, dalla Germania, Inghilterra, Usa, Giappone, Francia, ecc.

La sua risposta: non sono affatto interessata alla nuova poesia. Mi interessa di più un inedito di Petrarca che tutta la poesia contemporanea. Apprezzai la sua franchezza (che però mi turbò), le strinsi la mano e la salutai. Con ammirazione e rispetto.

Giovanni Raboni e Patrizia Valduga

Giovanni Raboni e Patrizia Valduga

E le nostre strade, incrociatesi in un primo momento grazie a Serena Vitale, grande slavista ed ex moglie di Raboni, allieva di Angelo Maria Ripellino, presentataci dai praghesi Jiri Kolar e Jindrich Ckalupecky si divisero. Mentre il figlio di Giovanni, Pietro, ottimo conoscitore della lingua e grammatica italiana, venne per un po’ in casa nostra a dare qualche lezione di italiano a mia moglie Helena, Patrizia e Giovanni Raboni scomparvero dal mio orizzonte. Noi sempre più impegnati con l’arte, mentre Giovanni Raboni e Patrizia Valduga nella poesia. Loro non nutrivano alcun interesse per l’arte contemporanea, oppure si interessavano all’arte che piace ai poeti, un’arte cioè che assomiglia alla loro poesia: ma che era lontana dai miei interessi e dall’arte stessa. Comunque io li seguivo passo passo perché ritenevo Patrizia la poetessa più brava e innovativa in Italia. Strano parlare di innovazione per la più grande tradizionalista della poesia contemporanea. Ma io ho sempre preferito la sua poesia a quella di Raboni, che ho sempre stimato per il suo forte impegno civile ma anche non amato per le sue attitudini un po’ declamatorie e populiste. Invece Patrizia, all’epoca, poteva incendiarti con una rima, un verso, una parola. E spedirti anche all’inferno. Incredibile come si può rivoluzionare la poesia con la rima baciata o alternata. Come immaginare che un giovane pittore, con la mano di Raffaello possa sconvolgere l’arte contemporanea. Ma forse la poesia ha percorsi diversi.

Un anno più tardi venni a sapere che lei aveva contattato l’Editore Nicola Crocetti con cui aveva fondato la rivista Poesia. Probabilmente in lui aveva trovato un interlocutore più affine a lei di quanto non lo fossi io. Anche se dopo un anno il rapporto si concluse, non so bene a causa di cosa. Credo che la rivista Poesia sopravviva ancora, noiosa come era nata. Penso sia stata la rivista di poesia più longeva e noiosa al mondo. Ma si sa, la noia e la mediocrità hanno vita lunga. Solo io sarei riuscito a realizzare una rivista di poesia sperimentale internazionale leggibile, attraverso la rete dei miei corrispondenti e la collaborazione di artisti come Murakami, Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Enzo Cucchi e i nuovissimi poeti e cantanti, le cui parole stavano cambiando il mondo e anche la poesia: Woodie Guthrie, Bob Dylan (anche premio Nobel per la poesia), Leonard Cohen, Paolo Conte, Fabrizio De André, Joan Baez, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti (che ha compiuto 100 anni a marzo), ecc. E comunque rivista di poesia certamente meno noiosa della petrarcheggiante Poesia di Crocetti, che aveva raccolto attorno a se tutti i sedicenti poeti italiani. E credo che Patrizia, rendendosi conto della qualità di Poesia, non vi abbia mai pubblicato nulla. E forse per questo si allontanò dopo un anno.

Primo numero della rivista "Poesia", Gennaio 1988.

Primo numero della rivista “Poesia”, Gennaio 1988.

Io ho sempre apprezzato Patrizia Valduga come una ottima, forse grande poetessa. Quando lessi il suo primo libro, Medicamenta (Guanda,1982), saltai dalla sedia. Come fai a non reagire a versi così tradizionali e innovativi:

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Penso che Medicamenta, (dopo Laborynthus di Edoardo Sanguineti, che mi sconvolse alla sua uscita nel 1956 e scardinò il panorama di tutta la poesia italiana), sia stato il libro più innovativo, intenso e torbido, una vera stagione all’inferno del corpo e della mente, della recente poesia italiana. Ora voglio rileggermi Medicamenta e altri medicamenti (1989): voglio capire se i numerosi anni trascorsi hanno invecchiato quel mondo torbido e sadomaso che lei esprimeva così bene attraverso una poesia a rima baciata o alternata.
Ma intanto mi sono letto d’un fiato il suo ultimo libro, Belluno*, sempre di Einaudi. Dal suo linguaggio è scomparso il dirompente e selvatico erotismo giovanile, la pornografia in rima, per lasciar posto a dissacranti invettive sociali:

Di tutto quello che succede al mondo
cosa pensano quelli del PD?
Me lo domando, sì, e mi rispondo
che non può andar peggio di così.

Oppure questa illuminante dichiarazione di poetica:

Ma questa luna… non è un po’… poetica?
Sarebbe un crimine da parte mia.
E’ l’impoetico la mia poetica:
il poetico ammazza la poesia.

Versi che suggerirei a tanti artisti (soprattutto pittori) che cercano la poesia nelle loro opere. Perché io sono d’accordo con Patrizia Valduga, è l’impoetico la vera poesia.
Ma Patrizia, come il grande Jacques Prevert che riesce a costruire una poesia con i nomi di una dinastia di re francesi, lei si inventa una poesia con i nomi delle cime di montagne bellunesi, salvando la rima o l’assonanza. Incredibile. Un vero artificio poetico.

Serva, Roànza, Gusèla, Peròn,
Pis Pilòn. Marmolàda, Palughét,
Pelf, Pont de la Mortìs, Bus del Busòn,
Ferùch, Col Much, Col del Mul, Pramperét.

 

Jacques Prevert

Jacques Prevert

Questa che segue è invece la poesia di Jacques Prévert, che io ho subito accomunato a quella di Patrizia Valduga:

Le belle famiglie

Luigi I
Luigi II
Luigi III
Luigi IV
Luigi V
Luigi VI
Luigi VII
Luigi VIII s
Luigi X (detto l’Attaccabrighe)
Luigi XI
Luigi XII
Luigi XIII
Luigi XIV
Luigi XV
Luigi XVI
Luigi XVIII
e più nessuno più niente…
Ma che gente è mai questa
che non ce l’ha fatta
a contare fino a venti?

Ma questa collezionista di rime che è la Valduga, vista la nuova raccolta, bellissima ma esile, che rappresenta il lavoro di oltre un anno, sta esaurendo la sua vena? Sono oltre trent’anni che Patrizia cattura rime ovunque. Che stiano per esaurirsi? Oppure le rime, come le parole, sono infinite? Perché allora lei lamenta che “ho nella testa qualcosa che preme… e non trovo alcuna rima in illi”.

Una veduta di Belluno

Una veduta di Belluno

Belluno è la città dove Patrizia Valduga è vissuta sino a 28 anni e dove ogni anno torna per trascorrervi due mesi in relax (ma non può esistere relax per un’anima così in pena). Questo libro, che consiglio a tutti coloro che amano la poesia, non è un omaggio a Belluno ma al ricordo drammatico della scomparsa di Giovanni Raboni che affiora in ogni parola, verso, sospiro. Sconcertante il suo appello a Johannes (Giovanni, come Raboni) di Karl Theodor Dreyer e al suo verso drammatico:

Gesù Cristo, se è possibile, permettile di ritornare alla vita…. Dammi la parola…la parola che resuscita i morti.

Oppure:

O care, care anime,
papà, mamma, Giovanni!
Accorrete, aiutatemi:
soffro da troppi anni!

Ma altro leitmotiv della raccolta è un appassionato (disperato?) appello al sidaco di Milano e al Presidente della Repubblica:

Caro sindaco mio, Giuseppe Sala,
e caro Presidente Mattarella,
è il momento, ci vuole un colpo d’ala:
fate una cosa buona e giusta e bella.

Raboni è fra i più grandi in ogni aspetto:
è un patrimonio dell’umanità.
Intitolategli il suo Lazzaretto
in nome di giustizia e verità.

Mi chiedo se il sindaco Sala abbia mai letto questi versi e se abbia in progetto di accontentare Patrizia Valduga (e tutti noi in coda). Ma una bella via, il suo Lazzaretto, intitolata a Giovanni Raboni, il vate milanese, onorerebbe Milano e il suo sindaco.

 

Per scrivere a Giancarlo Politi:
giancarlo@flashartonline.com

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