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Pubblicato il: mer 17 Lug 2019
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Poliedricità e milanesità: Remo Bianco in mostra al Museo del Novecento, Milano

Remo Bianco, Tableau Doré - Senza titolo,1957 Museo 900

Remo Bianco, Tableau Doré – Senza titolo,1957

Il Museo del Novecento di Milano continua la sua indagine sugli artisti attivi nel milanese nella seconda metà del secolo scorso. Fino al 6 ottobre la mostra Remo Bianco. Le impronte della memoria si inserisce perfettamente in questo solco.

Intensa e varia la produzione artistica di Remo Bianco ha continuato ad evolversi per tutta la durata dell’indagine che il ricercatore solitario, come lui si definiva, ha condotto nel corso della sua vita. Sviluppatosi nella Milano del boom economico ha giovato dell’atmosfera frizzante della città, senza però aderirvi completamente, e frequentato artisti come Filippo de Pisis. Il Museo del Novecento lo celebra oggi, fino al 6 ottobre, proprio in virtù di queste sue due caratteristiche: da un parte la sua poliedricità, dall’altra la sua milanesità (aspetto su cui il Museo sta concentrando parte della sua ricerca, soprattutto quando l’artista appartiene alla seconda metà del Novecento). Remo Bianco. Le impronte della memoria, a cura di Lorella Giudici con la collaborazione della Fondazione Remo Bianco, presenta oltre 70 opere dell’artista, ripercorrendo le fasi della sua ricerca e rappresentandone i percorsi di vita e di lavoro, intrecciati in un flusso di straordinaria energia creativa.

Remo Bianco, 3D Senza titolo, 1970

Remo Bianco, 3D Senza titolo, 1970

Impegnato in un lavoro con un angolo della mente, in maniera distinta ma attiva, già pensava al successivo progetto in cantiere. Non si spiegherebbe altrimenti il rapido susseguirsi di innovazioni stilistiche e improvvisi svolte verso materiali e soluzioni inusuali. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta si collocano le prime Impronte, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, ad esempio, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi. L’intento dell’artista è quello di recuperare “le cose più umili che di solito vanno perdute”, come esprime nel Manifesto dell’Arte Improntale del 1956. Risalgono all’inizio degli anni Cinquanta anche i Sacchettini – Testimonianze, realizzati assemblando oggetti di poco valore – monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti – in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale. Dello stesso periodo sono anche le prime opere tridimensionali – i 3D – dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti.

Il gioco sulle immagini e sulla loro percezione prosegue nel corso degli anni Cinquanta con i Collages, dove tela, carta e stoffa si uniscono con una colata di dripping. Allo stesso periodo risalgono anche i Tableaux Dorés: i celebri sfondi monocromi o bicolori su cui Remo Bianco ha disposto foglie d’oro, paglia o stoffa. Gli anni Sessanta sono segnati invece dalla svolta verso l’arte sovrannaturale: un esempio sono le Sculture neve, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell’infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti.

Remo Bianco, Tableau doré, 1965

Remo Bianco, Tableau doré, 1965

I Quadri parlanti, esposti per la prima volta nel 1974, sono invece tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore…” dove Bianco si autoritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità.

Remo Bianco, Scusi signore...

Remo Bianco, Scusi signore…

 

Remo Bianco, Sacchettini - Testimonianze, 1956

Remo Bianco, Sacchettini – Testimonianze, 1956

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