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Pubblicato il: lun 08 Lug 2019
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Addio alla critica d’arte. L’unico conoscitore è il gallerista, il resto non esiste

Gagosian e Hirst (Guardian)

Gagosian e Hirst (Guardian)

L’inimitabile Amarcord di Giancarlo Politi

Art Basel è anche il grande sismografo del gusto e  l’occhio per capire dove stia andando l’arte di oggi, sensazione che non ti danno né Documenta né la Biennale di Venezia.

Art Basel è anche una passerella della moda ed un teatro delle vanità. Ma anche questo fa parte dell’arte, ne ha sempre fatto parte. Economia, finanza e vanità sono sempre andate a braccetto. A cosa serve la ricchezza se non la si esibisce, proprio come un’opera? Uno yacht o un aereo personale servono per frustrare gli amici e farli morire di invidia. Ma molta più visibilità e più invidia creano un’opera di Jeff Koons o Rudolf Stingel.

Art Basel è anche la dimostrazione che la critica d’arte è sparita, non esiste più. Serve solo a stilare i comunicati stampa delle gallerie o degli artisti. 

A Basilea noti la scomparsa dalla scena artistica del critico che è diventato l’addetto stampa della galleria o dell’artista. La galleria scopre l’artista e il critico ne illustra (come può) il lavoro.

Ma ormai il vero conoscitore dell’arte, lo scopritore di talenti, il referente assoluto del sistema dell’arte è diventato il gallerista (quello intelligente ovviamente e i grandi lo sono tutti, anche perché dispongono di uno staff di intelligenze che nessun museo di può permettere). Il gallerista oggi può creare un artista ma anche distruggerlo (Charles Saatchi docet).

Hirst

Hirst

In ogni caso vorrei consigliare tutti i cosiddetti critici italiani, ma anche gli artisti e galleristi, a visitare Art Basel e alcune mostre collaterali.

Si renderanno conto che il concetto di arte, artista, galleria che era nella loro testa, si è liquefatto. E’ diventato pensiero liquido. Come il mercurio che ti sfugge dalle mani. Senza questa acquisizione culturale i nostri critici (ma anche gli artisti e i galleristi) resteranno sempre più soli e nel migliore dei casi dei piccoli burocrati che gestiscono degli pseudo musei). Scrivo questo con estrema amarezza pensando all’Italia che fu.

Se ci domandiamo quali sono stati i critici italiani che dal dopoguerra ad oggi hanno rivestito un ruolo internazionale, con un riconoscimento anche al di fuori dell’Italia, il conto è presto fatto: Germano Celant, Francesco Bonami, Massimiliano Gioni.

Il primo per una sua innata frequentazione e vocazione internazionale, Bonami e Gioni (prima di tutto per essere stati umili e intelligenti) poi per essere vissuti a New York, cioè nel cuore dell’arte e aver capito per tempo la liquidità dell’arte. In Italia abbiamo delle buone teste pensanti, ma spesso troppo accademiche e che non hanno avuto la forza di proporsi all’estero. Purtroppo la critica italiana, come tutta l’arte italiana (a parte qualche individualità), come d’altronde la politica, è restata al palo. Il treno della fortuna passa una sola volta e Paganini non si ripete.

Koons

Koons

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  1. Francesco ha detto:

    Se le considerazioni espresse dall’autore del testo allegando al pezzo le foto in questione. Ho seri dubbi che ci sarà gran che da disquisire. Per il resto i giornali possono pubblicare ciò che vogliono sono un pò come salvini ogni mattina se non dice la sua non è giornata.

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