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FOCUS: Arte e impegno civile, i Balcani alla Biennale di Venezia. Dall’Albania alla Grecia, dal Kosovo al Montenegro

Greek Pavilion at Venice Biennale 2019. Panos Charalambous, An Eagle Was Standing, 2019, Photo by Ugo Carmeni

Greek Pavilion at Venice Biennale 2019. Panos Charalambous, An Eagle Was Standing, 2019, Photo by Ugo Carmeni

Caratterizzata da un’instabilità che si pensava endemica, l’area balcanica sta invece faticosamente ritrovando una sua armonia, assieme a una vitalità artistica che guarda in particolare ai linguaggi performativi e installativi, e che in linea generale offre opere e riflessioni di buon livello.

Venezia. Sono piacevoli sorprese i Padiglione delle ex repubbliche federate jugoslave, a cominciare da quello del Montenegro, curato da Dobrila Denegri, incentrato sul lavoro di Vesko Gagović, che riprende il celebre e inquietante monolite di 2001 Odissea nello spazio: un omaggio al cinema di Kubrick per riflettere sulla storia millenaria dell’umanità e sulla delicata fase cui questa sta andando incontro: il dominio della tecnologia sembra mettere in discussione l’ulteriore capacità di sviluppo dell’intelligenza umana nonché il significato spirituale della vita stessa. Il progetto di arte concettuale An Odyssey, allestito a Palazzo Malipiero, è impostato su tre grandi strutture geometriche in legno di grandi dimensioni, dipinte in nero e oro; avvolte da potenti luci a LED, le strutture sono istallate in modo da risultare sospese sul pavimento e suggerire l’idea della gravitazione spaziale. Nell’uniforme colorazione dei monoliti, Gagović coniuga la scultura alla pittura e rende omaggio alla pittura analitica e al geometrismo di Malevich, aggiungendo però alle opere un’importante cornice concettuale, stante quell’interrogarsi sul cammino e la destinazione dell’umanità, anche alla luce delle dolorose recenti vicende belliche nella ex Jugoslavia e nella controversa ricostruzione dello stesso Montenegro, ancora afflitto da una dilagante corruzione politica, nonostante un’espansione economica di notevoli proporzioni.

Pavilion of Serbia. Regaining Memory Loss, 2019. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Francesco Galli

Pavilion of Serbia. Regaining Memory Loss, 2019. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Francesco Galli

Alla sua quarta partecipazione, il Padiglione della Repubblica del Kosovo ospita la personale di Alban Muja costituita da una video installazione che ripercorre la recente storia politica di questo giovane Paese: venti anni fa la conclusione della guerra con la Serbia avviò il difficile percorso verso l’indipendenza; il prezzo di quel conflitto fu pagato soprattutto dai civili, in particolare i bambini, e le fotografie dei rifugiati sono ancora oggi scottanti testimonianze di quei giorni. Il focus del Padiglione è dato dalla sovrapposizione di queste fotografie con le brevi interviste fatte da Muja ai profughi dell’epoca; la memoria fissata nelle immagini divulgate dalla stampa di tutto il mondo, si affianca a quella dei ricordi personali, che riemergono come ferite. Inevitabile è l’accostamento con le altre simili storie che si sono recentemente intrecciate sulla tristemente nota “rotta balcanica”. Una riflessione etica sui ricorsi della storia.

Rada Boukova, How we live, 2019 Courtesy the artist - Bulgarian Pavilion at the Venice Biennale

Rada Boukova, How we live, 2019 Courtesy the artist – Bulgarian Pavilion at the Venice Biennale

Anche il lavoro di Djordje Ozbolt per il Padiglione Serbia indaga il concetto della memoria: i dipinti e le sculture della serie Regaining Memory Loss, fra l’astratto e l’informale, dispiegano una riflessione filosofica sulla misura in cui la storia sia un’interpretazione soggettiva della realtà. Le sue opere, colorate e spiazzanti, nelle forme come nelle prospettive, sono la metafora del flusso costante degli avvenimenti e delle cose, che secondo Bergson corrisponde con la realtà stessa, e che ogni individuo percepisce in maniera differente. Un linguaggio artistico che mette in discussione l’incarnazione concreta della storia, un gesto particolarmente significativo in un Paese come la Serbia dalla complessa e tormentata memoria.

Proseguendo in area ex jugoslava, Nada Prlja per il Padiglione macedone rilegge il lato impegnato dell’arte alla luce dei legami profondi fra la Macedonia e la dottrina marxista: scavando nel passato degli anni di Tito, il progetto istallativo e performativo Subversion to Red intende rileggere o adattare il pensiero comunista alla società contemporanea, in nome di un ritrovato entusiasmo per l’azione diretta, per l’impegno politico ma anche civile, e fare in modo che i tempi tornino a essere “interessanti”, scuotendo l’individuo dall’apatia in cui lo ha sospeso la società dei consumi, di internet e dei social network. Opere che hanno il profumo “sovversivo” del Sessantotto, ma anche della dimensione della coscienza organica di artisti e intellettuali all’interno di ambiti politici che ne formano il pensiero.

Kosovo-Pavilio-at-The-Venice-Biennale.-Installation-view.-Courtesy-La-Biennale-di-Venezia.-Photo-Italo-Rondinella

Kosovo-Pavilio-at-The-Venice-Biennale.-Installation-view.-Courtesy-La-Biennale-di-Venezia.-Photo-Italo-Rondinella

Guardando più a sud, desta invece qualche perplessità dal punto di vista del risultato finale il Padiglione Grecia, che ospita la collettiva Mr. Stigl, cui prendono parte gli artisti Panos Charalambous, Eva Stefani e Zafos Xagoraris, rispettivamente con una performance, un’opera di video arte e un’istallazione. A partire dal fittizio personaggio del titolo, il progetto intende riflettere sulla sovrapposizione della macro storia alle vicende personali degli individui: Anaglyphs, il lungometraggio sperimentale di Eva Stefani, raccoglie episodi di vita quotidiana, piccole storie che, insieme, concorrono a fare la Storia. Il passato riletto sulla base di momenti familiari gioiosi o dolorosi; vi si specchia idealmente il lavoro di Panos Charalambous unisce istallazione sonora e performance, una danza su un palcoscenico di bicchieri di vetro, accompagnata da registrazioni di voci e suoni raccolti dall’artista a partire dagli anni Settanta. Dove invece la linea curatoriale appare sfrangiarsi, è nella scelta dell’istallazione The Concession di Zafos Xagoraris, che unisce il passato la Grecia della guerra civile al movimento modernista e alla figura di Peggy Guggenheim; in quell’anno il Padiglione Grecia fu offerto alla collezionista americana per esporre la sua importante collezione di arte contemporanea per la prima volta su suolo europeo, cambiando, di fatto, la storia della Biennale stessa. Tre momenti artistici singolarmente interessanti, ma che a nostro avviso non riescono ad amalgamarsi e a dare l’impressione di un progetto organico.

Se la Biennale 2019 cerca di essere ottimista sulla sostanza dei tempi, Rada Boukova e Lazar Lyutakov – i due artisti selezionati dalla curatrice Vera Mlechevska -, portano nel Padiglione Bulgaria una riflessione sulla ripetitività ossessiva della civiltà dei consumi: l’anima dell’artigianato tradizionale contro la freddezza della produzione industriale in serie; è questo il dualismo che caratterizza il Padiglione bulgaro, e dall’emblematico titolo How we live (come viviamo): l’allestimento consiste di istallazioni diffuse per le sale del quarto piano di Palazzo Giustinian Lolin (presso la Fondazione Levi). I pannelli azzurri di Rada Boukova ricordano le pareti in carta di riso della tradizione giapponese, o i moduli componibili dell’architettura olandese: sono in realtà realizzati in plastica acrilica, che in Bulgaria è utilizzata per l’isolamento termico degli edifici di nuova costruzione. Sullo sfondo, la riflessione sulla sostenibilità ambientale, ma la tematica principale è la “rieducazione” ai consumi, la messa sotto accusa della banalità.

Nada Prlja, Subversion to Red, installation and live performance. Republic of North Macedonia Pavilion. Courtesy of Calvert 22 Foundation Ph

Nada Prlja, Subversion to Red, installation and live performance. Republic of North Macedonia Pavilion. Courtesy of Calvert 22 Foundation Ph

Infine, Driant Zeneli per il Padiglione Albania propone un’installazione video a due canali che, rilegge la storia dell’estrazione del cromo nelle miniere di Bulqize attraverso il punto di vista di un gruppo di bambini che lo immagina come un viaggio nelle profondità del cosmo, metafora di libertà. In realtà, il viaggio del cromo è assai più prosaico, legato alla produzione dei telefoni cellulari, molto inquinante, fonte di devastazioni ambientali e di sperequazioni. Con la doppia narrazione sul video, Zeneli riflette in maniera sottile sulle realtà oppressive ma nascoste, e gli stretti margini lasciati all’individuo dalla capacità di immaginare, ma anche di costruire concretamente un futuro più libero.

Montenegro Pavilion at the Venice Biennale 2019. Photo Martijn Van Nieuwenhuyzen

Montenegro Pavilion at the Venice Biennale 2019. Photo Martijn Van Nieuwenhuyzen

Maybe-the-cosmos-is-not-so-extraordinary-Albania-Pavilion-at-the-Venice-Biennale-2019.-Courtesy-La-Bienna-di-Venezia.-Photo-Italo-Rondinell

Maybe-the-cosmos-is-not-so-extraordinary-Albania-Pavilion-at-the-Venice-Biennale-2019.-Courtesy-La-Bienna-di-Venezia.-Photo-Italo-Rondinell

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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