meeting art istituzionale
Pubblicato il: ven 24 Mag 2019
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BienNolo: un’esperienza da manuale con delle piacevoli sorprese

francesco bertelè, Apocalisse 21.1

francesco bertelè, Apocalisse 21.1

Siamo andati a vedere cosa sta succedendo in quel di NoLo tra hipster e kebabbari dove, tra le mura dell’affascinate struttura di archeologia urbana dell’ex Fabbrica di Panettoni COVA, è sorta la prima edizione di una biennale “local”: Biennolo.

Nata dall’idea del curatore Carlo Vanoni in collaborazione con Matteo Bergamini, giornalista, critico d’arte e noler e con ArtCityLab, Onlus tra arte e territorio di Gianni Romano e Rossana Ciocca, Biennolo si presenta come un lavoro preciso e ben ragionato, con una truppa di artisti, unallestimento e un impatto comunicativo che non ha nulla da invidiare ad altri eventi di alto livello nel sistema dell’arte.

Certo, non presenta elementi di grande innovazione se pensiamo al pattern che per eccellenza caratterizza il rapporto tra arte contemporanea e aree periferiche dismesse: c’era una volta un curatore, un creativo, che cerca casa e la compra in un quartiere dal fascino bohemien e dai prezzi ancora moderati ma in sicura crescita, un distretto animato da colori e profumi di tutto il mondo, vibrante, attraversato da giovani creativi come lui che si sono organizzati per rigenerare gli spazi con arte, cultura ed eventi mondani.

stefano arienti, muffe

stefano arienti, muffe

C’è da dire che la letteratura non la vede troppo di buon’occhio questa creative class che, da un lato, sostiene la rinascita sociale a base culturale dei luoghi dismessi che va ad occupare, che riporta in vita quartieri a basso impatto economico con grandi flow di capitale culturale; dall’altro però, contribuendo a rendere queste periferie “cool”, attiva processi di gentrificazione col rischio di fagocitare le molteplici identità storiche locali e di far lievitare talmente tanto il costo della vita da rendere il quartiere invivibile per i vecchi residenti.

Insomma, diciamo che non deve essere facile fare il curatore al giorno d’oggi in contesti delicati come quello di NoLo, ma Carlo Vanoni esordisce subito con una frase che prende le parti: “di solito chi arriva in un nuovo quartiere si chiede cosa questo possa offrire a lui. Io mi sono chiesto, cosa posso dare a questo quartiere? E subito ho pensato a Biennolo” dichiarando un intento di rispetto e coinvolgimento del tessuto sociale e identitario del luogo.

Carlo ha usato degli ingredienti sicuramente già rodati ma funzionanti, come gli spazi industriali abbandonati (vedi esperienze in tutta Europa fin dai primi anni novanta e poco più recentemente in Italia come Lingotto o le OGR a Torino, l’Hangar Bicocca a Milano o il Macro Testaccio a Roma) che ad oggi sono tutt’altro che dei “non  luoghi”, bensì quei “terzi paesaggi” carichi di un immaginario tra il distopico narrativo e l’utopico progettuale di cui ogni urban planner-architetto del mondo è affamato.

marco ceroni, nitro, spirit, pegaso, rocket

marco ceroni, nitro, spirit, pegaso, rocket

Dunque un ottimo palco permettere in scena un’esposizione che affronta la tematica della paura, declinata nel titolo “#eptacaidecafobia”, dal greco “paura del numero 17” (venerdì 17 data di inaugurazione), che ospita 37 artisti tra cui Stefano Arienti, Loredana Longo, Adrian Paci, Iva Lulashi, Matteo Pizzolante, Lisa Turuani, Elizabeth Aro, Vittorio Corsini, Francesco Bertelè, Sergio Limonta (l’elenco completo su www.biennolo.org).

Il percorso è un’esperienza immersiva tra le diverse sezioni che alternano opere più evidentemente esportate da un contesto di galleria e ricollocate fuori luogo, dall’effetto sinestetico e straniante, ad opere realizzate site specific che utilizzano materiali e angoli della realtà preeesistente, a veri e propri studi contextspecific che omaggiano il quartiere in cui nascono:

“Abbracciare il paesaggio” propone le opere di Francesco Bertelé, che affonda il dito nella piaga della paura creando un mare con le coperte termiche d’oro e d’argento che tanto spesso vediamo avvolte ai corpi stremati degli immigrati del mediterraneo, Sara Rossi, Vittorio Corsini e Adrian Paci che abbraccia con una struttura in metallo un albero nato dalle crepe del pavimento della fabbrica;

ex fabbrica cova

ex fabbrica cova

“Muffe, Camouflage e Trasformazione” con Stefano Arienti che decora le piastrelle incrostate di un muro, colorandone i disegni naturalmente formati dalle muffe con una delicatezza commovente, Eugenio Tibaldi, Mario Airò;

“La forma delle Parole” che ospita Margherita Morgantin, Stefano Boccalini, Loredana Longo, Giovanni Gaggiae gli specchi di Alessandro NassiriTabibzadeh che riportano incise frasi di odio comunemente incontrabili sui social network, infrangendo l’impressione di leggerezza, la protezione della quarta parete che lo schermo di un pc regala impunemente;

vi è poi “Metodo, Materia e Meditazione” T-yong Chung, Serena Fineschi e 2501 che indagano la pratica dell’arte come segno involontario marcando una parete della fabbrica con sgommate industriali talmente ben mimetizzate che ti vien da dire “eh ma potevano darci una mano di bianco su sti muri”;

“Inquietudine Relazionale” con le opere di The Cool Couple e di Laura Cionci;

“Soggetto/Oggetto” con Marco Ceroni che rilegge l’archeologia industriale con dei mascheroni realizzati attraverso carcasse di motorini che ricordano quell’arte indigena che all’Esposizione Universale di Parigi ispirò Picasso e la sua rivoluzione artistica, Sergio Limonta, Vedovamazzei (altra opera tra il mimetismo e il creepy, con un uccellino impagliato schiantato sul muro che più che far riflettere ti fa venir voglia di chiamare qualcuno per rimuoverlo e dargli giusta sepoltura), Italo Zuffi, Federica Perazzoli;

Alessandro Nassiri Tabibzadeh, specchi

Alessandro Nassiri Tabibzadeh, specchi

“Antropologie del trauma” con Massimo Kaufmann, Giuseppina Giordano, Riccardo Gusmaroli, Iva Lulashie Carlo Dell’Acqua che affronta il tema della resistenza al trauma costellando una parete di cactus trapiantati ma vivi, vegeti e belli pungenti.

Nella sezione “Geografie e Tag” troviamo i lavori di Massimo Uberti, Francesca Marconi, Elizabeth Aro e un’opera che vale davvero l’intera biennale, che unisce un lavoro di ricerca contestuale sul territorio di NoLo e che regala allo stesso la memoria di un percorso emotivo e sensoriale tra le diversità e gli angoli più nascosti del quartiere, interpretato dalla creatività e dalla sensibilità degli artisti Premiata Ditta attraverso la mappatura degli odori di Nolo, riportati tramite un’installazione dall’aura sacrale.

In ultimo con “Vertigo”il tema delle fobie da sociale si focalizza su lati oscuri e più bizzarri della psiche umana con le opere di Alessandro Simonini, Matteo Pizzolante, Luisa Turuani, Bea Viinamaki e Alfredo Rapetti Mogol trasforma il seminterrato dell’ex spazio Cova in un ambiente inquietante e multisensoriale che ricorda riti profani al limite del reale.

Come ogni manifestazione artistica che si rispetti, sono numerose le iniziative esterne all’evento “fuori BienNoLo” che si dislocano tra il Trotter e il Mercato Crespi, volte a coinvolgere attivamente la comunità chiamata a visitare le case e gli studi dei creativi che resteranno aperte ai loro vicini e al turismo artistico, in un programma “porta a porta” per dare un taglio partecipativo della manifestazione (cosa che ci auguriamo tutti, memento context !)

premiata ditta, odori

premiata ditta, odori

2501, senza titolo

2501, senza titolo

 

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