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Pubblicato il: gio 23 Mag 2019
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Il Colosseo esattamente com’era. “Guardare” il Teatro Flavio nella numismatica

Colosseo Ecco com’era il Colosseo

Colosseo Ecco com’era il Colosseo

Ci sono delle monete – sesterzi fatti battere da Tito, ma anche da Domiziano – che permettono di vedere il Colosseo, attualmente meta turistica superstar con 7 milioni di 400 mila visitatori (l’anno scorso il segno positivo è stato del 5,7%), esattamente com’era.

Posare lo sguardo su una di queste monete permette, con un minimo sforzo di fantasia, di “guardare” il Teatro Flavio, com’era nel primo secolo dopo Cristo. Si tratta di un’immagine all’apparenza sfuocata, conseguenza di una più o meno significativa corrosione che lo scorrere dei secoli ha provocato al bronzo col quale il sesterzio venne battuto nel primo secolo dopo Cristo. E’ questo il caso del bronzo mandato a produrre da Tito nell’80-81 e che, proposto in incanto Nac, Numismatica Ars Classica, non ha mancato di tenere le palette alzate fino a quota 30.000 franchi elvetici. Cifra alla quale ha cambiato proprietà, dopo essere partito da 8.000 euro.

Lo straordinario sesterzio – merito del virtuosismo deli incisori – mostra il Colosseo, così chiamato dal Medioevo per adattamento del termine latino “coloseumum” (colossale) a volo d’uccello, fin nei minimi dettagli. Quelli più vistosi, come le statue ed altri ornamenti all’esterno e quelli intreni, con il pubblico rappresentato da tanti piccoli puntini.

Nelle vendite pubbliche le monete della Sicilia greca continuano ad essere contese. Un tetradramma di Siracusa del 405-400 prima di Cristo firmata da Eukleidas è tranquillamente passato da 100.000 franchi svizzeri (partenza in sala) ai 275.000 del realizzo. Più sostanziosa la somma – 650.000 franchi, oltre il doppio della partenza avvenuta da quota 320.000 franchi – che l’acquirente ha scritto nell’assegno col quale si è assicurato il decadramma ateniese con il gufo del 467 -465 avanti Cristo. Considerata una delle più prestigiose monete greche al diritto propone la testa elmata di Atena con collana, orecchini, spirale e tre foglie mentre il rovescio è dominato dal gufo ad ali aperte con rametto di ulivo.

Atene Tetradramma ateniese col gufo.

Atena Tetradramma ateniese col gufo.

Il titolo di top price dell’incanto che complessivamente ha fatturato 12.005.570 franchi a fronte di una stima complessiva di 7.958.075 franchi), se l’è conquistato, con 800.000 franchi, un prezioso aureo di Antiochio III, entrato in sala con una stima di 300.000 e partito da 240.000 franchi.

In associazione con Varesi, la milanese Nac numismatica (www.arsclassivcacoins.com, www.varesi.it) torna in campo con la vendita del 28 maggio che avrà per sede l’hotel Principe e Savoia. In apertura del catalogo, che comprende circa 400 lotti, una selezione di monete asiatiche che già prima dell’incanto hanno registrato interessanti offerte.

Milano doppia Galeazzo Maria Sforza ritratto sul doppio ducato di Milano.

Milano doppia Galeazzo Maria Sforza ritratto sul doppio ducato di Milano.

Tra i coni italiani, spicca il doppio ducato milanese di Galeazzo Maria Sforza che presenta una stima di 25.000 euro. Della zecca di Milano sono pure un denaro di Carlo Magno (€ 2.500); un grosso o tessera di Bernabò Visconti con l’elmo sormontato da cimiero con drago che tiene il fanciullo tra le fauci, al diritto, e Sant’Ambrogio che nella sinistra il pastorale e nella destra lo staffile (valutazione: e 3.500).” Un oggetto piuttosto insolito, almeno per noi oggi – assicura Luca Frigerio nel suo libro “Ambrogio, il volto e l’anima”- , che tuttavia nei secoli è diventato il suo attributo iconografico distintivo”. Si tratta “di una sorta di sferza, solitamente costituita da un manico di legno a cui sono legate delle cordicelle, a volte sparse di nodi o con le palline di piombo all’estremità, o delle strisce di cuoio”. Forse simbolo della sua sferzante oratoria.


Un’altra moneta milanese di pregio presente nell’asta è il grosso da 6 soldi di Francesco I re di Francia e duca di Milano con il diritto occupato da una salamandra coronata tra le fiamme, mentre rovescio si presenta figurativamente complesso. C’è, certo, Sant’Ambrogio con staffile e pastorale e, in primo piano le stemma quadripartito con le armi di Francia e Milano. Pe la moneta, lotto 228, le palette si alzeranno da 4.000 euro.
Un mezzo tallero del 1725 di Giovanni VI Ventimiglia, marchese di Geraci, potrebbe realizzare almeno 6.000 euro. Questa, quantomeno, la cifra che alla moneta di ostentazione che Giovanni VI poté battere per la concessione ottenuta nel 1723 da parte di Carlo VI d’Asburgo, il quale lo nominò pure principe del Sacro romano impero.

Michele De Guio

 

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