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Pubblicato il: mar 21 Mag 2019
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Il linguaggio al centro. Un ritratto di Nanni Balestrini, intellettuale di rottura e poeta

Morto nanni balestrini

Addio a Nanni Balestrini (classe 1935), che si è spento a Roma domenica 19 maggio all’età di 83 anni

Non tutti gli intellettuali e gli artisti sono riusciti a essere come Nanni Balestrini sempre fedeli a se stessi.  Da quando aveva poco più che vent’anni e scriveva le sue prime poesie, dalla stagione lontanissima della Neoavanguardia e del Gruppo 63, lui ha sempre anticipato nei suoi lavori, quelli scritti e quelli visivi, l’avvento della virtualità e delle sue insidie, con una buona dose di veggenza, a onor del vero. In fondo i suoi collage, con foto di cronaca, pubblicità, paesaggi, o con opere di storia dell’arte, hanno finito per rappresentare davvero questo mondo antropofago fatto di immagini e parole che si mangiano il reale.

Morto nanni balestrini

Il Gruppo 63

Nel 1961, ad appena 26 anni, scriveva che «non saranno più il pensiero e l’emozione, che sono stati il germe dell’operazione poetica, a venire trasmessi per mezzo del linguaggio, ma sarà il linguaggio stesso a generare un significato nuovo e irripetibile. E il risultato di questa avventura sarà una luce nuova sulle cose, uno spiraglio tra le cupe ragnatele dei conformismi e dei dogmi che senza tregua si avvolgono a ciò che siamo e in mezzo a cui viviamo. Tutto ciò contribuisce a considerare oggetto della poesia il linguaggio, inteso come fatto verbale, impiegato cioé in modo non strumentale, ma assunto nella sua totalità, sfuggendo all’accidentalità, che lo fa di volta in volta riproduttore di immagini ottiche, narratore di eventi, somminsitratore di concetti».

Attraverso il linguaggio, questo linguaggio sperimentale e particolare che nella sua arte visiva si esprime in un rimontaggio e remixaggio di elementi tratti dalla realtà o dalle fotografie, Nanni Balestrini ha costruito il suo cantiere di lotta e di poesia, con uno stile alternativo, che richiama il futurismo solo nella sua volontà di sovvertire tutto e nell’urlo e il furore che evocano la rottura con il passato. E’ stato dagli Anni Sessanta in avanti, fino all’ultimo giorno, domenica 19 maggio all’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, non solo il testimone di un’epoca, quella della rivolta e degli anni di piombo, una lunga stagione di utopie e di rabbia, ma anche uno degli artisti totali più spiazzanti del nostro Novecento e dei primi anni di questo secolo.

Morto nanni balestrini

Non aveva ancora trent’anni quando era già un padre della Neoavanguardia, assieme a Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Antonio Porta, Alfredo Giuliani e molti altri ancora, e uno dei fondatori del Gruppo 63. Il suo libro forse più famoso, «Vogliamo tutto», del 1971, è quasi un documento storico, il manifesto di quella stagione rapida e violenta, piena di sogni e di pericoli. Ispirato all’Autunno caldo del 1969, è un romanzo cronachistico ed esistenziale, racchiuso nella storia del suo protagonista, Alfonso, «l’operaio massa», come lo definisce lo stesso autore, che incarna la collettività che rappresenta, con un linguaggio che rompe molti schemi letterari, attraverso monologhi fiume che diventano sfogo e protesta. Alfonso è un uomo del Sud che si trasferisce al Nord in cerca di lavoro e dopo varie vicissitudini viene assunto alla Fiat, inseguita come una sorta di terra promessa dai contadini immigrati nelle metropoli industriali dai campi del Meridione. Ma dentro alla fabbrica e alla sua alienazione si rende presto conto che la realtà è molto diversa, e lui finirà per partecipare alle lotte operaie, formandosi una coscienza politica. E’ un libro che segna un intero decennio e che ancora oggi continua a essere attualissimo, come dimostrano le ripetute riedizioni. Così come nel saggio «L’orda d’oro», Balestrini tiene il filo della grande ondata politica, creativa ed esistenziale che nel miraggio della rivoluzione riempì un lungo periodo del nostro Paese, dai fatti di Genova, 1960, contro la convocazione del congresso del Movimento Sociale, fino agli anni di piombo.

Morto nanni balestrini

Come intellettuale di rottura è finito anche nell’inchiesta che il procuratore Pietro Calogero riversò da Padova contro Autononia e Potere Operaio, con un’ondata di arresti che raggiunsero quelli che erano considerati i presunti capi delle organizzazioni sovversive, come Toni Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno. Balestrini evitò il carcere rifugiandosi in Francia, dove ci rimase per cinque anni. Poi venne completamente assolto da quelle accuse: «La sola cosa che avevano trovato era il mio nome sull’agenda di Toni Negri, di cui ero amico». Ma non ha mai smesso di scrivere e creare. Ha collaborato con Luciano Anceschi nella rivista di cultura Il Verri, è stato direttore editoriale e poi direttore responsabile di Quindici, che era tra le riviste ufficiali del Gruppo 63, e poi ha lavorato ad Alfabeta2 con Umberto Eco e altri.

Da vero artista totale, all’opera letteraria ha affiancato la sua produzione visiva con allestimenti di mostre e performances in Italia e all’estero. «Ho l’abitudine di vedere i livelli verbale e visivo come una cosa sola», spiegò non tanto tempo fa durante una sua rassegna al Mudima di Milano. «Ho iniziato la mia attività artistica scrivendo poesie, ma sono sempre stato interessato alle trasformazioni delle arti di avanguardia». Ha esposto con personali alla Galleria Mazzoli di Modena, alla Galleria Michela Rizzo di Venezia, alla Frittelli di Firenze, al Macro di Roma, alla Fondazione Marconi di Milano e ad altre storiche collettive. Nel ‘93 lo chiamò la Biennale di Venezia, e nel 2012 espose alla tredicesima edizione di Documenta a Kassel, dove presentò una delle sue opere più famose, Tristano, il «film più lungo della storia».

Di lui rimane tutta questa produzione poliedrica, intellettuale e artistica, lavori che mescolano immagini e parole per dar vita a risultati ironici e anche tragici che leggono in maniera beffarda e impegnata l’attualità. E’ stato uno dei pionieri della videoarte, un grande sperimentatore sempre uguale a se stesso e alle sue idee, e sempre inseguendo il linguaggio che doveva esprimere la sua poesia.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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