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Pubblicato il: lun 20 Mag 2019
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Dolor y gloria, Pedro Almodovar tra finzione e verità

dolor y gloria pedro almodovar

Dolor y Gloria, è uscito al cinema, in contemporanea con Cannes, il nuovo film di Pedro Almodovar tra finzione e verità

Presentato in concorso a Cannes, dove Pedro è di casa, Dolor y Gloria ha scaldato subito l’animo della critica internazionale. Qualcuno l’ha definito un ritorno (si dice sempre così), ma Almodovar non se n’era mai andato. Alti e bassi in una carriera autoriale sono fisiologici, e nel suo caso i “bassi” sono stati pochi, pochissimi, e anche quei film che, nel corpus della sua opera, potrebbero anche essere identificare come “minori” (Julieta, per esempio) restano di un livello e di una qualità narrativa più che invidiabili.

Con Dolor y Gloria il regista spagnolo mette in scena un’auto-fiction: un regista in crisi (Antonio Banderas) fa i conti con il proprio passato: l’infanzia e il rapporto con sua madre (Penelope Cruz), l’amore per il cinema (il melodramma, Maryln Monroe, Liz Taylor e Natalie Wood), le proprie dipendenze affettive (e non solo), fino a scavare nella reminiscenza febbrile dei primi istinti sessuali. Lasciando da parte ispirazioni psicanalitiche, Almodovar non indaga tanto l’inconscio quanto il ricordo e la sua natura, in un armistizio tra verità e menzogna. Realtà e rappresentazione diventano i cardini attorno a cui ruota un film confessione, sul carattere del desiderio, del dolore e del linguaggio filmico stesso. Una ricerca della verità tramite la messa in scena in cui l’autore stesso si mette in discussione per arrivare alla meta. È un’opera di pacificazione, forse indulgente.

Attraverso la scrittura selezione ricordi, li elabora, li fa fiorire e riaffiorare, in un mosaico dove i tasselli si incastrano dando vita a un nuovo disegno in cui autobiografia e finzione si uniscono proprio tramite la pratica del ricordo. Allestisce il tutto tramite una forma narrativa circolare, quella che meglio si adatta a scandagliare la via dei ricordi e a riproporne la natura frammentaria che è insita al concetto stesso di “memoria”. Le sensazioni e i sentimenti che emergono con più forza sono proprio quelli più lontani, tramite visioni di estati lontane, profumo di gelsomini e rievocazioni di amori tormentati, il presente invece sembra ovattato, attutito da oppiacei e disillusione.

«La mia dipendenza è il cinema, sia come spettatore che come regista»

dolor y gloria pedro almodovar

Tormenti amorosi ed esistenziali, in un continuo alternarsi di vero e falso (di auto-citazioni), sembrano restituire lo smarrimento del regista (quello vero, Pedro, e quello di finzione, il suo alter-ego, Salvador Mallo interpretato da Banderes) di fronte a una realtà in bilico tra un passato perduto e un futuro impossibile da prefigurare: il regista in crisi, perso in uno stato di schiacciante immobilità. Un topos dell’auto-fiction cinematografica che 8 1/2 di Fellini arriva fino a The Other Side of the Wind di Orson Welles.

Sarà un tassello mancante, risbucato in maniera del tutto fortuita, a svegliare il regista dal torpore, a ridargli lo slancio creativo, grazie a un viaggio nel tempo che lo riporta al risveglio e alla scoperta della passione, del desiderio.

«In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto».

dolor y gloria pedro almodovar

Dolor y Gloria  è, nuovamente, un film sulla forza salvifica del cinema (che diventa, assieme al ricordo, il motore che innesca il racconto), ma in questo caso, – pur sempre partendo dei classici della sua formazione (con cui il regista ha infarcito tutte le sue opere) – il cinema della salvezza è il suo.

Almodovar rilegge la propria storia (personale e artistica) attraverso il suo stesso cinema. Forse è un film di maniera, o forse, invece, è il film postmoderno di un autore già postmoderno. Lo fa, e non poteva essere altrimenti, accompagnandosi con alcuni dei suoi attori feticcio: Antonio Banderas (Matador, La legge del desiderio, Légami!, Carne tremula, La pelle che abito), Penelope Cruz (Tutto su mia madre, Volver, Gli abbracci spezzati), Cecilia Roth (Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, Labirinto di passioni, L’indiscreto fascino del peccato, Tutto su mia madre), Kiti Mánver (Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Il fiore del mio segreto). Non c’è Carmen Maura, ma Nora Navas, che nel film interpreta l’amica e assistente del protagonista, è pettinata e truccata come lei. Almodovar e la sua (ormai) ex musa non si parlano più. Dopo i primi successi un distacco di quasi 20 anni per poi ritrovarsi sul di set di Volver, ma l’amicizia non è rifiorita. In Dolor y gloria, abilmente (?) camuffata, c’è anche questa storia.

Pedro Almodovar, scegliendo Come sinfonia di Mina quale perfetto commento sonoro, continua a fare quello che ha sempre fatto con estrema maestria, mischia le carte, ma questa volta lo fa – apparentemente – a volto scoperto.

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