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Pubblicato il: ven 17 Mag 2019
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Cannes confidential, il Festival del cinema come non l’avete mai visto

Cannes Confidential, il Festival del cinema come non l’avete mai visto, lo racconta in un libro Thierry Frémaux, suo direttore dal 2001

Cannes, senza nulla togliere agli altri festival,  resta senza dubbio quello più amato dai cinefili, con buona pace di Venezia. Non c’è nulla da fare, tra alti e bassi, edizioni più o meno riuscite, polemiche sulle selezioni dei film in concorso o sulle pellicole premiate con la Palma d’Oro… Il fascino di Cannes reste imbattibile. A dirigere questa grande macchina che coinvolge produttori, distributori, registi, attori e giornalisti è, dal 2001, Thierry Frémaux. Dalle sue decisioni dipendono i destini di cineasti e autori, che – spesso – partono sconosciuti proprio da Cannes (che in questi ultimi 20 anni ha assunto sempre più la natura di un vero e proprio vivaio) per poi conquistare pubblico e critica.

Grazie a Cannes Confidential, un libro scritto sotto forma di diario con quasi 600 pagine zeppe di aneddoti gustosissimi (pubblicato da Donzelli Editore), abbiamo l’occasione di farci accompagnare direttamente da Thierry Frémaux in un viaggio dietro le quinte del festival (e non solo), durante il quale il Direttore ci racconta in maniera intima e personale in cosa consiste il suo lavoro.
Dal 25 maggio 2015, primo giorno dopo la chiusura della 68ª edizione del Festival di Cannes (Palma d’Oro a Dheepan di Jacques Audiard), fino al 22 maggio 2016, chiusura dell’edizione 69 (Palma d’oro a Io, Daniel Blake di Ken Loach; «Il 69 è stato magnifico!»), Frémaux ci traghetta nella sua quotidianità fatta di incontri eccezionali: «Ceniamo da Les Lyonnais. Guillermo del Toro, che è a Parigi, si unisce a noi. Momento animato: oltre a Quentin, che è un fuoriclasse, Tim, Kurt e Guillermo non sono da meno a raccontare tantissime storie (grandi cinefili e grandi chiacchieroni)».

«Quando sono arrivato a Cannes puntavo a mettere tutti d’accordo, poi mi è passata»Cennes confidential Thierry Frémaux

Il diario parte dalla chiusura di un’edizione molto criticata (forse troppo), il Direttore fa i conti con i rimproveri della stampa, alcuni li rispedisce al mittente (quelli che speculano sulle ingerenze degli sponsor privati), su altri ci riflette (dinamiche della Selezione ufficiale e forza dei film presentati in Concorso). «Ogni anno, Cannes comincia col panico e si conclude nella malinconia. […] quando la festa finisce, i messaggini, le mail, le telefonate s’interrompono di punto in bianco. Qualche anni fa, l’avevo raccontato all’attrice inglese Rachel Weisz e la cosa l’aveva commossa, tanto che il lunedì seguente mi aveva mandato un sms affinché mi sentissi meno solo».

L’anno che precede il Festival dei Festival viene ripercorso da Frémaux in un susseguirsi di incontri con star e registi, di aneddoti e storie dal backstage della Selezione Ufficiale (non a caso il titolo originale del volume è Sélection officielle): «C’è Jake Gyllenhaal a Parigi, vuole che andiamo a cena, ma non ce la faccio», «Mi imbatto in Mathieu Kassovitz, che sfodera un gran sorriso quando mi vede. È un ragazzo imprevedibile», «I Dardenne? Due gran festaioli «cosa che certo non traspare dal loro cinema serio e intenso», «È da stamattina che non tocco cibo, pertanto sono doppiamente ansioso di raggiungere George Miller per cena», «Colazione con Tim Roth, che incontro ovunque nel mondo», e via di seguito.

Selezionare i film per il Concorso ufficiale e per le sezioni collaterali (chi mettere dove), i giurati («Comporre una giuria non è una faccenda che si improvvisa»), il film d’apertura… Proporre un cambiamento senza tradire la natura della tradizione di un’istituzione come quella di Cannes: quello del Direttore è un lavoro di valutazioni estremamente soppesate, un fox-trot di diplomazia e istinto. La stampa italiana si lamenta dell’assenza di registi italiani nel palmares, poi si lamenta dell’assenza di autori italiani in Concorso, Miguel Gomes (Le mille e una notte – Arabian Nights) voleva essere in Concorso e non nella Quinzaine des Réalisateurs…  Ma Frémaux non si scompone mai.

«Una volta entrato in quest’ambiente, ho capito presto che non si può disprezzare il lavoro dei cineasti. Tutti i film fanno il cinema»Cennes confidential Thierry Frémaux

Nel suo racconto c’è una placida quiete, scandita dai suoi viaggi sul TGV Parigi/Lione, le città tra cui si divide. A Parigi gli uffici del Festival di Cannes, a Lione l’Institut Lumière di cui è direttore dal 1997. Cala il sipario sul Festival di Cannes e immediatamente iniziano i preparativi per il Festival Lumière, che si tiene ogni anno dal 2009 nella città in cui è stato (letteralmente) inventato il cinema, Lione. Nel suo viaggio di lavoro ci accompagna anche tra le strade di una Bologna notturna e incantata «bella come uno scenario illuminato da un direttore della fotografia».

Frémaux ha una scrittura felice, roba da far invidia ai romanzieri consumati, personale e glamour allo stesso tempo, una forza narrativa degna di un Bret Easton Ellis in pace con sé stesso; sa quando sbilanciarsi e quando glissare garbatamente, su film e protagonisti del mondo del cinema che hanno incrociato il suo percorso. Di chiusura in chiusura: dodici mesi di cinema, incontri, di libri e viaggi. Pagina dopo pagina, tra un messaggio di Xavier Dolan, un giro in bicicletta e gli auguri di buon anno nuovo di Wong Kar-wai, il Direttore costruisce un diario intimo, personale e, a tratti, commovente.

 

Thierry Frémaux, direttore dell’Institut Lumière di Lione, dal 2001 è delegato generale del Festival di Cannes. Nel 2005 ha vinto, assieme a Dieter Kosslick, il Korean Cinema Award al Pusan International Film Festival.

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