meeting art istituzionale
Pubblicato il: gio 16 Mag 2019
Print Friendly and PDF

Notti di passione: la Club Culture in mostra a Prato

Volker Hinz, Grace Jones at „Confinement“ theme, Area, New York, 1984. © Volker Hinz

Volker Hinz, Grace Jones at „Confinement“ theme, Area, New York, 1984. © Volker Hinz

Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today è la mostra che esamina la storia della club culture tra Stati Uniti ed Europa. Ospitata dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato è visitabile dal 7 giugno al 6 ottobre 2019.

Affascinante e seducente per i giovani, oscura e minacciosa per chi non la conosce. La cultura del club – la versione italiana “discoteca” porta con sè un immaginario che forse mal si addice ai locali notturni in questione – attira e intimorisce per la natura misteriosa, collegata all’eccesso e a un mondo talvolta così distante da risultare incomprensibile. In realtà questo genere di scena notturna nasce negli anni ’60 e ancora oggi continua a crescere e a rinnovare i codici prestabiliti del divertimento, sperimentando incessantemente nuove soluzioni e stili di vita alternativi. Un movimento di contro-cultura diventato a tutti gli effetti cultura, al cui interno si ritrova non solo la musica, ovviamente prima protagonista, ma anche design, moda, grafica, luci, suoni ed effetti speciali. Ma è soprattutto lo spirito inclusivo a contraddistinguere la cultura del club: un luogo di incontro che si porta sulla soglia del fantastico, dimensione dove officiare un rito di ballo e d’incontro, dove ogni stranezza è accettata e la particolarità incentivata.

Musa N. Nxumalo, Wake Up, Kick Ass and Repeat!, photograph from the series 16 Shots, 2017. © Musa N. Nxumalo / Courtesy of SMAC Gallery, Johannesburg

Musa N. Nxumalo, Wake Up, Kick Ass and Repeat!, photograph from the series 16 Shots,
2017. © Musa N. Nxumalo / Courtesy of SMAC Gallery, Johannesburg

Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today segue un percorso cronologico che prende avvio con le discoteche degli anni Sessanta, le prime a spegnere le luci sulla sala da ballo e creare un’atmosfera surreale dove ritrovarsi. Vi sono i luoghi della subcultura newyorchese, quali l’Electric Circus (1967), che influenzarono poi l’ambiente europeo come nel caso dello Space Electronic di Firenze (1969) o del celebre Piper (1966) di Torino, lo spazio multifunzionale concepito da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, che con i suoi mobili modulari non solo faceva ballare, ma si prestava ottimamente anche per concerti, happening e teatro sperimentale.

Negli anni ’70 la club culture si sviluppa ulteriormente e inizia ad assumere anche connotati sociali, impegnandosi nell’abbattimento di alcune barriere discriminatorie e raziali. L’ascesa della disco music fu, almeno inizialmente, tutt’altro che mainstream, costruendosi attorno alle comunità gay, afro e latine. Locale simbolo di questa svolta fu il Paradise Garage di New York, dove esistevano però anche realtà più esclusive come lo Studio 54. Il locale era frequentato principalmente dalle celebrità, vestite con abiti alla moda e oggetto dell’ammirazione degli altri frequentatori. Contemporaneamente, discoteche come il Mudd Club (1978) o l’Area (1978) di New York, fondendo vita notturna e arte, offrivano nuove opportunità ai giovani artisti emergenti: fu in questo scenario che ebbero inizio le carriere di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.

Palladium, New York, 1985. Architect: Arata Isozaki, mural by Keith Haring. © Timothy Hursley, Garvey|Simon Gallery New York

Palladium, New York, 1985. Architect: Arata Isozaki, mural by Keith Haring. © Timothy Hursley, Garvey|Simon Gallery New York

Impossibile non citare la scena berlinese dei primi anni Novanta,dove discoteche come Tresor (1991) diedero nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro. Anche il Berghain, aperto nel 2004 in una vecchia centrale termoelettrica, dimostra che una scena disco vivace si sviluppa soprattutto dove ci sono gli spazi urbani necessari. Dagli anni 2000 infatti, lo sviluppo della club culture si è fatto più complesso: da un lato è in forte ripresa e in continua espansione, appropriata da marchi e festival di musica globali, dall’altro, molti club sono spinti fuori dai contesti urbani o sopravvivono come tristi monumenti del passato. Ad oggi uno dei locali più celebri è il Double Club di Londra, ideato dall’artista tedesco Carsten Höller per la Fondazione Prada.

Dance floor at Paradise Garage, New York, 1978. © Bill Bernstein / David Hill Gallery, London

Dance floor at Paradise Garage, New York, 1978. © Bill Bernstein / David Hill Gallery, London

Qui una selezione degli soggetti e dei club scelti dal capo-curatore Jochen Eisenbrand.

Artisti, designer e architetti rappresentati (selezione):
François Dallegret, Gruppo 9999, Halston, Keith Haring, Arata Isozaki, Grace Jones, Ben Kelly, Bernard Khoury, Mark Leckey, Miu Miu, OMA (Office for Metropolitan Architecture), Peter Saville, Studio65,
Roger Tallon, Andy Warhol.

Club rappresentati (selezione):

The Electric Circus, New York 1967; Space Electronic, Firenze 1969; Il Grifoncino, Bolzano 1969; Studio 54, New York 1977; Paradise Garage, New York 1977; Le Palace, Parigi 1978; The Saint, New York 1980; The Haçienda, Manchester, 1982; Area, New York 1983; Palladium, New York 1985; Tresor, Berlino 1991; B018, Beirut 1998; Berghain, Berlino, 2004.

4 (80%) 1 vote

Autore

Commenta con Facebook

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi codici HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

PANDOLFINI
Il Ponte
Cambi |istituzionale
Blindarte
Bertolami | 21 mag
Aste Boetto
Bertolami Fine Arts
Wannenes
Maison Bibelot