meeting art istituzionale
Pubblicato il: gio 16 Mag 2019
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Francesco Jodice. L’equivoco come forma di ricerca, suono assordante che brucia la fotografia

Francesco Jodice, What We Want, Jerusalem, R31, 2010

Francesco Jodice, What We Want, Jerusalem, R31, 2010

Un errore. Un errore di valutazione. Per scarsa ricerca, presumo. Più di dieci anni fa, ho fatto la mia prima intervista a Francesco Jodice, mi ricordo solo l’esordio, quell’equivoco in cui sono inciampato parlando dell’eredità della scuola di paesaggio italiana, quella, per intenderci, nata sul finire degli anni Settanta, inizi Ottanta, Viaggio in Italia. Come se la fotografia fosse tutto, impressa in un rettangolo da cui non poter uscire, protetta da un vetro per evitare graffi imprevisti.

Un’intervista via mail, senza averlo mai conosciuto di persona. Sarei andato a Milano solo qualche tempo dopo, ad un’inaugurazione di una sua mostra personale. In quell’occasione mi avrebbe presentato Gabriele Basilico di cui stavo studiando gli scatti di Milano ritratti di fabbrica, l’unica volta che ho parlato con lui, non l’avevo mai contattato e non l’avrei mai più rivisto.

Francesco Jodice, What We Want, Ischia, T65, 2006

Francesco Jodice, What We Want, Ischia, T65, 2006

Mi ricordo solo la prima domanda di quell’intervista e l’equivoco di guardare delle fotografie a parete e pensare che possano rimane lì, come se la fotografia avesse vinto e fosse in grado di pacificare il rapporto tra la notizia e lo spettatore, come se riuscisse a mostrare tutto, mostrarsi tutta, nella sua compiutezza. È nel mio errore di valutazione, nella mia domanda sbagliata che si cimenta la ricerca. Un errore che fa saltare in aria tutto. Mi riferisco al rumore che fanno le immagini quando si muovono e non sono più immagini, e sono video e parole, e messa in scena e performance e installazione e politica, cronaca, geografia, archeologia ecc. ecc. È quel rumore che stordisce e ti fa accasciare per terra, un’arma, una tabula rasa, una luce bianchissima.

Francesco Jodice, What We Want, Tokyo, R27, 2008

Francesco Jodice, What We Want, Tokyo, R27, 2008

Qual è il punto di contatto tra la ricerca di Francesco Jodice What We Want iniziata nel 1995 e Rivoluzioni del 2019? Qual è il punto di contatto tra un archivio di fotografie in continua espansione, immagini che descrivono “la modificazione del paesaggio sociale osservata come la proiezione dei desideri della collettività” e un video sulla “Fine della storia” e l’innescarsi di una “ripetizione circolare di eventi già avvenuti”? Probabilmente l’equivoco, quello in cui sono caduto anch’io più di dieci anni fa. L’equivoco come forma di ricerca, come suono azzerante, come qualcosa di bianchissimo, troppo bianco.

Un archivio che ingrassa: nuovi bisogni, per nuovi luoghi, nuovi luoghi per nuovi bisogni, nuovi luoghi che prima non esistevano (What We Want). Un’obesità, quella della Storia, che collassa. Collassa in un buco nero (Rivoluzioni), nella ripetizione, nell’equivoco della fine, nell’equivoco della fine di tutto, di tutto quello che ci sarebbe potuto essere. E cosa c’è al di là del buco nero, al di là di qualcosa che collassa, dove il tempo si ferma? Ci sono sempre immagini, ma non sono fotografie: è la memoria che si mostra, nella sua completezza, immagini che hanno qualcosa in comune con il tempo, come se coincidessero. Faccio fatica a capire e a scrivere. Perché al di là non ci sono più bisogni e nessun tipo di proiezione, c’è tutto, spiattellato in un unico formato. Buona parte del video Rivoluzione si regge su un dialogo improbabile, tra una versione cinematografica di Frankenstein e Louise Brooks, un dialogo in cui non sembrano incontrarsi mai, appoggiati su due tempi diversi, due icone troppo distanti per essere anche solo conoscenti. Perché al di là del buco nero c’è tutto, c’è il loro amore bellissimo, possibile e consumato, è lì che l’equivoco si risolve.

In realtà, prima della mostra di Milano, l’avevo visto all’università di architettura di Parma, ad una lezione in cui era stato invitato. Avevamo da poco concluso l’intervista. Lui non mi conosceva, non mi aveva mai visto. L’aula era piuttosto piccola. Ci eravamo scritti mail, l’avevo tartassato perché riuscisse a rispondere alle domande in tempi utili per la pubblicazione. L’intervista stava in mezzo alla stanza, come a separaci, come se dividesse due tempi. Un buco nero. Dopo ci saremmo conosciuti.

L’equivoco è una forma di ricerca, un suono assordante che brucia la fotografia, che la redime dall’essere solo fotografia.

Francesco Jodice, What We Want, Cremona, T63, 2004

Francesco Jodice, What We Want, Cremona, T63, 2004

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