meeting art istituzionale
Pubblicato il: gio 16 Mag 2019
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DA VENEZIA. Alcune riflessioncine sulla Biennale. “Gondoliere portami a Napoli!”

Biennale venezia

Ite, missa est! Ecco, la liturgia della Biennale si è conclusa e ognuno si porta a casa le sue riflessioncine.

Certo è difficile rinnovare ogni volta il Phàtos, più probabile convocare Porthos, anzi, meglio Aramis, il moschettiere sempre brillo. Questo per dire che è compito ingrato quello di tentare di dare una vision al carrozzone. Ralph Rugoff ci prova, pensa che le opere scelte possano diventare una guida, una sfida alle consuetudini e amplino lo spettro circa le interpretazioni che diamo sul mondo. Teorizzando il superamento della “significatività” (orrendo neologismo) e superando il rapporto tra significato e assenza di significato. Compito dell’artista, dunque, mettere costantemente in discussione ciò che viene considerato significativo a livello culturale in rapporto a quello che non è ritenuto tale. È questa tensione che conferisce all’arte il potere di scardinare la nostra fiducia nella verità consolidata. Molto bene!

Eccovi un esempio live, questa la scheda che accompagna l’opera dell’artista Nabuqui (Ulanquab, Repubblica Popolare Cinese, 1984): “Nabuqi esplora gli aspetti estetici e materiali degli oggetti scultorei e mantiene i suoi assemblaggi scevri da implicazioni o funzioni narrative. L’artista impiega elementi ready-made e costruisce degli scenari inclusivi, generando sensazioni di déja-vu stabilendo connessioni tra gli oggetti e ciò che li circonda… Secondo l’artista gli oggetti industriali e quelli di natura decorativa di questo assemblaggio sembrerebbero simulare o stimolare una sorta dì realtà, oppure alimentare un’immaginazione di un’estetica: un’estetica virtuale,piacevole e sociale. Messi insieme, questi materiali disparati si misurano con il limite che passa tra il reale e l’artificiale, invitandoci a riflettere su quali sono gli elementi che potremmo percepire come realtà”.

 

Nabuqi

Nabuqi

 

Mah, forse preferivo le vecchie certezze. Un altro fulgido esempio di cosa significhi scardinare la nostra fiducia nelle verità consolidate lo propone Jesse Darling le cui opere si rifanno ai miti della nostra cultura. Qui a Venezia l’artista si ispira alla storia di San Gerolamo e il leone, ravvisando nel rapporto tra il santo e la belva non una storia di bontà e generosità, ma piuttosto “una complessa dinamica di potere e un soggiogamento dell’alterità”. Pensate che la nostra Jesse su questa vicenda ci si è tormentata tanto da non dormirci la notte, come da lei stessa dichiarato. La poverina non riusciva a darsi pace pensando a cosa significhi essere feriti, malati o in genere impefetti, e cosa implichi sottomettersi per la guarigione. A scardinarsi, per essere gentili, è la nostra pazienza messa a dura prova da cretinismi illuminati da lampi di imbecillità spalmati di revanscismo post coloniale, biodegradabile ed eco compatibile. Insomma la solita lagna che ormai impera ovunque, dalle pagine “culturali” dei tabloids, agli schermi cinematografici giù sino alle passerelle fashion. Alla faccia dell’alterità tà tà, una patina di conformismo che sconfina nel cloroformio.

Jesse Darling

Jesse Darling

Limitate a due le presenze nazionali nella mostra del curatore, Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, a sottolineare la marginalità in cui è relegato il Bel Paese. Numerosa, invece, la componente afro-asiatica e afro-americana, sulla quale si concentra il business. Fra i padiglioni nazionali si distingue il Brasile con Barbara Wagner & Benjamin de Burca che presentano il film Swinguerra, popolare ritmo di danza interpretato da un gruppo di giovani trans e omossessuali. Vitalità, ritmo, sensualità gender ed aggressività raccontati finalmente senza retorica. Anche la Russia non sfigura con il regista Alexander Sokurov che mette in scena la parobola del figliol prodigo, ispirato all’omonimo dipinto di Rembrandt custodito all’Hermitage. Violenza, melanconia e tetra vitalità creano un mix affascinante dall’inconfondibile fascino russo.

Un occhio merita la delegazione ghanese che con l’esposizione Ghana Freedom ricorda l’indipendenza della nazione nel 1957. L’eredità di quella storia di libertà viene interpretata da sei artisti appartenenti a tre diverse generazioni: El Anatsui e Ibrahim Mahama presenti con grandi installazioni, la fotografa Felicia Abban e la pittrice Lynette Yiadom-Boakye esplorano rappresentazioni e ritratti, infine John Akomfrah e Selasi Awusi Sosu adottano il linguaggio dei video.

Last but not least, la France, il cui padiglione è stato letteralmente preso d’assalto. Il film di Laure Prouvost Deep See Blue Surrounding You, durata venti minuti, è un cocktail di ésprit de Godard in salsa ecologica-ambientalista con qualche goccia di cretinismo culturale. Ah, dimenticavo il Nostro di padiglione! Che dire, senza tutto quel mobilio brutto, il labirinto, la mostra paradossalmente non reggerebbe. È piaciuto anche a Sgarbi e mi fermo qui. Dopo questo viaggio al termine della notte, un desiderio, “Gondoliere portami a Napoli!” (Franco Califano, Sanremo 1994)

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