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Pubblicato il: mer 15 Mag 2019
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DA VENEZIA. Il pensiero debole del (e sul) Padiglione Italia alla Biennale

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Display troppo ingombrante, errori estetici e confuso. Oppure il più bel Padiglione Italia, curatore bravissimo. I social network si dividono sulla mostra di Milovan Farronato: che noi assegnamo a Gianni Vattimo…

Al Padiglione Italia è esposta la vita del curatore Farronato”. Forse la riflessione più pregnante è quella proposta su Twitter dall’utente @zazoomnews. Già: nella difficile impresa di organizzare un pensiero strutturato su un padiglione nazionale che ci pare aver proprio la caratteristica di non lasciare segni significativi, abbiamo pensato di confrontarci con la spesso utile piazza virtuale dei social. Ma a ricerche fatte, dobbiamo dar ragione al collega Matteo Bergamini, che su Exibart notava proprio l’assenza di dibattito attorno alla mostra concepita da Milovan Farronato. Rarissime riflessioni critiche, e le poche presenti quasi sempre neutre o transitorie. Paradigmatico diventa l’appello gridato ancora su Twitter da Gaia Scaramella, che a gran voce chiede: “MA ALLORA, COMMENTI SU QUESTO PADIGLIONE ITALIA???”. Ma le risposte che riceve sono ZERO. Niente da dichiarare.

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Se qualcuno superficialmente richiamava alla memoria certe prove passate del curatore scelto dal ministro Bonisoli, o anche si lasciava condizionare dal suo personale look, preconizzando un padiglione ricco di paillettes, piume di struzzo e colori fluo, ha dovuto incassare una clamorosa (e meritata) smentita. Peccato che però ci tocchi constatare – questo Padiglione Italia è maledetto, riesce sempre ad avere qualcosa che non va – un inopinato eccesso in senso inverso: luci basse, tonalità smorzate, grandi spazi semivuoti, nessun sussulto. Disorientamento, che forse è l’unico risultato centrato dall’unica idea forte proposta, quella del labirinto. E Gianni Vattimo sorride per un nuovo insperato omaggio al suo pernicioso “pensiero debole”.

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Qualche barlume critico, comunque appare, spulciando attentamente sui diversi social. “Dopo aver visto il Padiglione Italia devo dire che il labirinto non mi ha convinto, un display troppo ingombrante dentro cui le opere (e gli artisti) diventano secondari”, osserva su Facebook Angela Maderna. Critico anche Antonio Martino, che affida le sue osservazioni alla pagina “Collezionisti di arte contemporanea”: “Ecco il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2019 di Milovan Farronato, riconosco molto impegnato nei suoi “outfit” come fosse una vera Top Model. Complimenti invece a Liliana Moro, grande artista che amo, coinvolta però in un triste allestimento con molti errori estetici e confuso, modello fiera-carton gesso, che non le rende giustizia. Un Padiglione per me da dimenticare anche come contenuto, non incisivo..!!”. Immancabile il commento di un Luca Rossi un tempo brillante e promettente critico, a cui Farronato dà modo di rispolverare un paio di slogan ormai un po’ stantii: “Padiglione Italia come da previsioni. Simpatica l’idea del labirinto. Crisi evidente dell’idea di opera d’arte, questo ben oltre il Padiglione Italia. Immancabili teste reperti fresche di scavo archeologico. Ed è subito Sindrome Indiana jones. Opera iconica di questo padiglione Italia, i tavoli e gli ombrelloni di Liliana Moro dove il suo eccletismo tiepido, a questa fermata, sembra proprio Ikea evoluta”. Senza mezzi termini l’utente Twitter @artbooms: “se vi resta poco tempo potete tranquillamente saltare il padiglione italia. Meglio una visita a torcello e burano”.

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Biennale di Venezia, Padiglione Italia (foto Luna Hoei Cini)

Fra gli entusiasti non poteva mancare – via FB – Angela Vettese, che per certi versi si è “inventata” il personaggio Farronato: “Fiera di Milovan. Che a Modena (Galleria Civica), Venezia (BLM) e Milano (Fondazione Pomodoro) non è stato facile imporre e con cui non lavoro più, perché ora è più bravo di me a prescindere da cosa farà alla Biennale: un’arena sempre difficile. Keep going”. Icastico su Twitter Domenico Olivero: “Finalmente un bel Padiglione Italia all #arsenale della La Biennale di Venezia”. Equilibrata su Facebook Chiara Serri: “E il Padiglione Italia? Organico. Ci si perde nel labirinto di Milovan Farronato, al di là che piacciano o meno le singole opere. May You Live In Interesting Times…”.

Massimo Mattioli

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Autore

- Giornalista, scrittore, critico e curatore di mostre. È nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, da 25 anni lavora per riviste d’arte prima come redattore de Il Giornale dell’Arte, poi come caporedattore delle testate Exibart, poi Artribune, attualmente ArtsLife. Ha curato il volume “Rigando dritto”, raccolta di scritti dell’artista Piero Dorazio, pubblicato nell’aprile 2005 dall’editore Silvia Editrice di Milano. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra “Artsiders”, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Nel 2018 ha curato la mostra “De Prospectiva Pingendi. Nuovi scenari nella pittura italiana”, nelle due sedi di Palazzo del Popolo e Palazzo del Vignola, a Todi, e la mostra “Beverly Pepper tra Todi e il mondo” nel Palazzo del Popolo di Todi. Nel 2019 ha pubblicato il libro “Margherita Sarfatti. Più”, presso Manfredi Edizioni.


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