meeting art istituzionale
Print Friendly and PDF

DA VENEZIA. Nuovi padiglioni in Biennale. Dallo stupefacente Ghana alla poesia del Madagascar

Ghana Pavilion. Lynette Yiadom-Boakye, Just Amongst Ourselves (2019). Courtesy the artist. Photo David Levene

Ghana Pavilion. Lynette Yiadom-Boakye, Just Amongst Ourselves (2019). Courtesy the artist. Photo David Levene

Le novità fra le partecipazioni nazionali vengono da Africa e oriente, ognuna con proposte artistiche profonde e suggestive. Un caleidoscopio di stili e linguaggi che racconta quattro Paesi che l’opinione comune classifica solitamente come poco sviluppati. A Venezia emerge invece un’altra storia.

Venezia. A sessantadue anni dall’indipendenza, il Ghana si è finalmente lasciata alle spalle il lungo periodo di assestamento post-coloniale, ed entra adesso nella difficile fase della maturità politica, quella in cui è necessario definire l’identità nazionale davanti al resto del mondo. Installazioni scultoree, fotografie, dipinti, video arte, cercano di raccontare un cammino lungo e accidentato, che ha avuto la sua fase più dolorosa con la dittatura militare degli anni Ottanta. Riconquistata nel 1992 la democrazia, da allora il Paese ha imboccata la strada del progresso e delle riforme, e pur ancora flagellato da corruzione e inflazione sta ottenendo buoni risultati in fatto di stabilità interna. Di questo magma che va assumendo ogni giorno di più una forma compiuta, ci parla una pluralità di opere dai differenti linguaggi.

Felicia Abban. The Ghana Pavilion, curated by Nana Oforiatta Ayim and designed by David Adjaye, at the 58th Biennale di Venezia. Venice Biennale. Venice, Italy. Photograph by David Levene 6/5/19

Felicia Abban. The Ghana Pavilion, curated by Nana Oforiatta Ayim and designed by David Adjaye, at the 58th Biennale di Venezia. Venice Biennale. Venice, Italy. Photograph by David Levene 6/5/19

I ritratti in bianco e nero di Felicia Abban, prima fotografa professionista ghanese, risalgono agli anni Sessanta e Settanta e costituiscono una sorta di “album di famiglia”, con i protagonisti di quella prima fase moderna della storia del Paese; donne e uomini, giovani e anziani, in abiti tradizionali o occidentali. A essi fa da contrappunto la pittura neoespressionista di Lynette Yiadom-Boakye: ritratti di giovani ghanesi in cammino, che hanno idealmente ricevuto il testimone dalle generazioni precedenti. Meno antropologica e più socio-politica, l’opera di Ibrahim Mahama si ispira in parte a Burri nella manipolazione dei sacchi di iuta, che però in questo caso si combinano con carta e legno di recupero; sacchi importati dall’Asia per il trasporto del cacao locale, e spesso riutilizzati per l’approvvigionamento di carbone o di cibo da parte dei ghanesi più poveri. Una riflessione sulle connessioni e le contraddizioni fra l’economia, la globalizzazione e le sue ricadute sociali.

Malaysia Pavilion. Anurendra Jegadeva, Yesterday, in a Padded Room 2015. Courtesy the artist

Malaysia Pavilion. Anurendra Jegadeva, Yesterday, in a Padded Room 2015. Courtesy the artist

Un Padiglione interessante anche dal punto di vista architettonico, perché la struttura interna all’Arsenale, con le sue pareti ricurve e intonacate di terra ghanese, è un richiamo alle tipiche abitazioni tribali del Paese; usi e costumi da salvaguardare, in equilibrio con la modernità.

Sorprendentemente poetico e concettuale la grande istallazione in carta di Joël Andrianomearisoa per il Padiglione Madagascar. Conferisce una modernità senza confini alla modernità del quadrato, alla geometria dell’angolo come punto di non ritorno nel tempo e nello spazio. I have forgotten the night è un’affascinante opera visiva, scultorea, tattile, un viaggio non al termine della notte, per citare Céline, ma proprio nel suo cuore; questa affascinante opera concettuale richiama al mondo animistico del culto degli antenati, ai riti di fratellanza con la terra e la natura; è l’espressione materiale di un viaggio “oscuro”, interiore, nello spazio e nel tempo, a contatto con l’essenza intangibile di ciò che si trova spiritualmente altrove e insieme al nostro fianco; essenza suggerita dalla leggerezza della carta, abilmente pieghettata come si trattasse di seta o canapa per i costumi tradizionali malgasci. Spirito e materia si fondono in questo affascinante percorso tattile e visivo, artisticamente profondo e maturo. E a ben guardare, lo è assai più di altre opere presenti in padiglioni solitamente più quotati, ma che nel 2019 hanno invece deluso, a cominciare dagli USA e dalla Germania.

Madagascar Pavilion. Joël Andrianomearisoa, I have forgotten the night, 2019. Courtesy Madagascar Pavilion

Madagascar Pavilion. Joël Andrianomearisoa, I have forgotten the night, 2019. Courtesy Madagascar Pavilion

A rafforzare la presenza della penisola indocinese, accanto alla Thailandia quest’anno fa il suo esordio alla Biennale la Malesia, situato in città a Palazzo Malipiero, in Campo San Samuele. Quattro istallazioni – tre ambientali e una multimediale -, che raccontano l’eterogeneità culturale del Paese: quattro artisti dalle differenti radici si confrontano su pratiche e concetti malesi, in relazione con il caotico mondo globalizzato.

Kebun Pak Awang, la monumentale istallazione di Zulkifli Yusoff, prende il titolo da un programma radiofonico molto popolare negli anni Settanta, quando il Paese conobbe la sua prima crescita economica importante, e nelle campagne nacque l’agricoltura industrializzata; oggetti e suppellettili in legno e rafia, frutti tropicali, carretti a mano, sono i simboli di una società che andava incontro al progresso, restando però ancorata a usi e costumi tradizionali. Passato, presente e futuro fusi nell’essenza di una cultura.

Pakistan Pavilion. India Weather Review 1939, Annual Summary Part C, Storms and Depressions. From the archive of Naiza Khan. Photo- Naiza Khan

Pakistan Pavilion. India Weather Review 1939, Annual Summary Part C, Storms and Depressions. From the archive of Naiza Khan. Photo- Naiza Khan

Per contrasto ha un sapore decisamente pop l’altrettanto monumentale ma più colorata installazione di Anurendra Jegadeva, Yesterday, in a padded room, che fonde la letteratura mitologica dell’epos malese Kedah Annals, i troni al centro simboleggiano i mitici sovrani rivali, mentre le pareti sono ricoperte di volti di uomini e donne celebri del Novecento, da Stalin a Clinton, da Gandhi a Madre Teresa, da Hemingway a Superman; con garbata ironia, l’artista dà forma all’incontro-scontro fra la cultura tradizionale malese e le influenze esterne in campo politico, religioso, sociale, letterario, cinematografico. Un’opera impattante, caoticamente suggestiva, che riesce a tradurre in immagini la sovrapposizione culturale che ha investita la Malesia nell’ultimo quarto del Novecento, senza però riuscire a sradicarne l’identità.

Pakistan Pavilion (Detail of Hundreds of Birds Killed, Naiza Khan, 2019). Photo Riccardo Tosetto

Pakistan Pavilion (Detail of Hundreds of Birds Killed, Naiza Khan, 2019). Photo Riccardo Tosetto

Intenso e suggestivo anche il Padiglione del tormentato Pakistan, alle prese con una difficile situazione interna e da controversi rapporti con India e Afghanistan. Utilizzato come retrovia del fronte “per procura”, durante gli anni della guerra civile afghana, sostenuto e insieme guardato con sospetto dagli USA, e segnato da un’arbitraria divisione confinaria con l’India, il Pakistan ha in realtà un ingente patrimonio culturale e spirituale, purtroppo lasciato in ombra da situazioni di precarietà e violenza interna. Va nella direzione della riscoperta il lavoro di Naiza Khan, che nella serie Manora Field Notes, ripercorre la storia dell’Isola di Manora, situata a poche miglia marine da Karachi, e utilizzata nei secoli come base strategica per controllare gli accessi dal Mare Arabico. Purtroppo, l’incuria degli ultimi dieci anni ha seriamente compromesso sia la stabilità dell’architettura storica dell’isola, sia il suo ambiente naturale. Gli “appunti” di Khan – sottoforma di un grande plastico con la mappa dell’isola, di fotografie, documenti d’epoca e piccole sculture -, danno conto dei cambiamenti climatici, della trasformazione del territorio, dell’estinzione di molte specie della fauna locale. Si tratta quindi di un grido di allarme per uno dei luoghi più suggestivi del Paese, ma in senso più generale di un ragionamento che punta a coinvolgere l’opinione pubblica sulle tante Manora Island che nel mondo stanno subendo il medesimo processo di degrado. Uno sforzo artistico generoso e commovente da parte di un Paese che purtroppo non attraversa una fase di floridezza, ma che appunto per questo merita n apprezzamento ancora maggiore. E apre interessanti riflessioni, se ad esempio si fanno paragoni con il Padiglione Italia 2019, su quali siano i Paesi più interessanti a proposito di arte contemporanea.

Malaysia Pavilion. Zulkifli Yusoff, Kebun Pak Awang, 2010. Courtesy the artist

Malaysia Pavilion. Zulkifli Yusoff, Kebun Pak Awang, 2010. Courtesy the artist

5 (100%) 1 vote

Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


Commenta con Facebook

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi codici HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Wannenes
WopArt 2019
Blindarte
Aste Boetto
Il Ponte
Bertolami Fine Arts
PANDOLFINI
Cambi |istituzionale
Bertolami | 21 mag