meeting art istituzionale
Pubblicato il: mer 15 Mag 2019
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Beverly Pepper alla Biennale di Venezia. Forma e contenuto. E genere

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Gianfranco Gorgoni)

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Gianfranco Gorgoni)

Lo scultore Massimo Mazzone recensisce il progetto espositivo dedicato a Beverly Pepper come Evento Collaterale della 58. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Da scultore quale sono, devo dire che è un grande onore per me parlare della mostra di Beverly Pepper, promossa dalla fondazione che porta il suo nome e curata da Massimo Mattioli nello Spazio Thetis, all’Arsenale Novissimo. Una mostra che ha rappresentato dal mio punto di vista una bellissima sorpresa di questa Biennale di Venezia, insieme naturalmente al Leone d’Oro all’immenso Jimmie Durham e all’allestimento della Lituania, Sun & Sea. Marina, progetto di tre artiste – Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė e Lina Lapelyt, – curato da Lucia Pietroiusti e allestito dall’architetto Alessandro Zorzetto, oltre alle menzioni all’ironico padiglione Belgio e al “muro” – più che mai attuale – di Teresa Margolles.

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

Contesto
Perché dico questo? Perché mi sento Moderno e comprendere il “contesto” è importante quanto guardare le realtà in tale contesto esposte. In una Biennale “dedicata” a questioni di genere, post-colonial a chiacchiere, ad archivi improbabili, a memorie rivisitate, a contemporaneità in profonda crisi e dunque trasformative, come anche a sguardi periferici ma sempre interessanti. Tra i quali spiccano le geometrie sempreverdi del padiglione Uruguay, lo sguardo filosoficamente cinico diogenèo del Padiglione greco, l’imperdibile Olanda, e il Belgio, che ha una storia coloniale controversa – infatti si mostra alle prese con burattini e gabbie e arti e mestieri spariti -, o lo sguardo della Russia tenebrosissimo e (speriamo auto)ironico, e la triste tristissima scena del padiglione di Carlo Scarpa della Repubblica Bolivariana del Venezuela chiuso, oltre al bellissimo allestimento coreano, che da solo varrebbe la visita. Certo si potrebbe aggiungere il Ghana rivendicativo, o Taiwan commissariata da Paul B. Preciado, o l’inquietante Cile, prova provata che “la partita a giocare a cambiare il mondo è truccata”.
In questa scena, il progetto espositivo allo spazio Thetis che vede al centro dell’attenzione un’importante scultrice americana, fa piacere. Troviamo una donna finalmente, e che donna, ovvio Beverly Pepper (classe 1922!!), che ci spiega – con le sue praxeis – che l’arte, e la scultura in particolare, qualcosa ancora possono dire, che l’arte e la scultura ci dimostrano che si può dire molto, relativamente con poco. Che una ragazza nel Novecento poteva e può essere una grandissima scultrice, perché ante litteram Beverly è stata una ragazza per decenni e decenni addietro e, da donna, è stata alla pari e in dialogo con artisti (guarda caso tutti maschi) come Smith, Calder, Colla, Lorenzetti, Franchina, Consagra, Pomodoro e perfino Moore. Una bella storia…

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Gianfranco Gorgoni)

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Gianfranco Gorgoni)

Forma e Costruzione
Dunque la “forma”, l’arte plastica che della forma fa la sua ragione di esistere (Scultura Costruita), consente quel materialismo dialettico, che è in grado di superare le questioni di genere in favore di un genere umano, che un tempo si è chiamato Umanesimo, in altri tempi precedenti si è chiamato Animismo, poi Politeismo, poi Anarchia, che non ha ancora del tutto espresso, fino alle estreme conseguenze, tutti i suoi contenuti. Parliamo di una mostra che si propone come un importante tassello di uno strutturato percorso dell’artista, questo è certo, iniziato nel 2018 e programmato in diversi passaggi dagli organizzatori per tutto l’anno 2019, e che comprende l’inaugurazione a Todi di un parco di scultura dedicato, il “Parco di Beverly Pepper”, dove finalmente esporrà al pubblico 20 grandi opere donate alla città di Todi, sua seconda patria.
È questo il contesto per spiegare una “cosetta”… che tutti sanno ma pochi dicono. La questione è la seguente, ed è una domanda al lettore: se siano la ricerca, la maestria, la qualità, il “senso” dell’opera a determinarne il “valore”, dunque il prezzo, oppure se ci si debba rassegnare – almeno per il momento – in questa oscena epoca neoliberista, a subire e sopportare che sia il “prezzo” a determinare il valore dell’opera d’arte. Pensiamo ovviamente alla prima opzione, nel caso di Beverly: al di la del valore economico, che sappiamo ragguardevole, per lei è ancora la “qualità” a determinare il prezzo!

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

Beverly
Beverly, dall’alto della sua età, e della sua storia, con le sue opere di fatto oggi stesso ci interroga su questo importante tema. Credo sia ingiusto, riduttivo, e miope, considerarne la presenza in Biennale in termini di “omaggio” a una protagonista del passato. Perché il suo lavoro ancora vive e parla a generazioni future. In fondo la domanda è veramente semplice, se sia la qualità a determinare il prezzo o il “valore”, oppure se sia il prezzo pagato da qualcuno a far scaturire un “valore” per l’opera. Beverly, come a suo tempo Carla Lonzi o Carla Accardi, ci interroga, con la sua arte con la sua prassi, chiedendoci mentre lo fa, se una donna, una subalterna, possa – per dirla con la Spivak – parlare. Rileggiamo la sua opera alla luce della Spivak, del Can the Subaltern Speak?
In un mondo di “intellettuali” che si appellano a Foucault, che mai ha speso una riga contro discriminazioni colonialiste o femministe, va ricordato che si deve all’anarchico “irregolare” Ivan Illich, nel lontano 1982, il compito di aprire le danze sulle questioni di genere con il suo IL GENERE E IL SESSO. Per una critica storica dell’uguaglianza Gender. Nella prefazione si legge questo…

Prendendo a prestito dalla grammatica il termine di “genere”, Ivan Illich ci fa scoprire una realtà primaria, e tuttavia priva di nome: la complementarità ambigua tra uomini e donne, i loro rispettivi territori, i loro modi di essere, gli usi del linguaggio, i compiti e gli strumenti di lavoro. Il genere è il tessuto, è il colore, la parola del mondo vernacolare, cioè della comunità dove ciascuno si crea operando per la sopravvivenza e per la cultura del gruppo. Ivan Illich contrappone il genere al sesso, modalità biologica che si è ridotta, nelle società industriali, a semplice differenziazione tra umani. Il sostituirsi del sesso economico al genere vernacolare spiega perché, oggi, le donne siano sempre perdenti: il loro lavoro fantasma, senza il quale l’universo industriale non potrebbe esistere, è nei casi migliori ignorato, nei peggiori negato (e per questo relegato nell’economia sotterranea); mentre entrare in competizione con gli uomini sul mercato del lavoro significa, per loro, scontrarsi con la discriminazione sessista. Il regno del genere si reggeva sulla differenza, feconda perché vissuta come complementare; il regime del sesso è costruito sul “neutrum oeconomicum”, l’umano (maschile o femminile) costretto, senza differenze, a produrre e a consumare. Una realtà, questa, denunciata da tutti ma di cui nessuno ancora aveva indicato la causa.

Allora le sculture di Beverly, tutte costruite e Moderne, con la loro semplice “presenza”, ci raccontano anche un’altra storia, più interessante, che, senza togliere nulla all’eleganza delle opere, piuttosto dimostrano come la forma possa anche essere di fatto il contenuto. La mostra è ospitata presso le sale dello Spazio Thetis, che già espone in modo permanente quattro importanti colonne dell’artista, allestite nella corte dello spazio, le originali “Todi Columns” che la Pepper donò negli anni ’90 ai Musei Civici di Venezia. Introdotta da questa importante scenografia, la mostra espone anche alcune grandi sculture in acciaio Cor-Ten e altre in pietra. Ecco elenco delle opere, Curved Presence, 2012, acciaio Cor-ten, Helena, 2014, a cciaio Cor-ten, Bonifacio VIII, 1999, granito nero africano. Ulysse, 1999, granito nero africano. Curvae in Curvae, 2012, ferro e pietra serena. My Twist, 2008, ferro e pietra serena. Medea, 2014, ferro e pietra serena. Broken Circle, 2011, ferro e pietra serena. Double Palimpsest, 2014, ferro e pietra serena. Helena, 2014, ferro e pietra serena. Plastico 1: Beverly Pepper Sculpture Park Todi, 2017, Gesso, polistirolo, legno, Plastico 2: Amphisculpture Venice, 2015. Il percorso espositivo è arricchito da una serie di fotografie inedite con le quali il grande artista Gianfranco Gorgoni – anch’egli già presente alla Biennale di Venezia, nelle edizioni del 1979 e del 1993 – ha documentato la carriera di Beverly fin dagli anni ’70 nella mostra inoltre viene proiettato il documentario “L’Umbria di Beverly Pepper” realizzato in collaborazione con la Regione Umbria, a cura di Luca Cococcetta e Marco Zaccarelli. Una mostra imperdibile.

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

Beverly Pepper. Art In The Open, Biennale di Venezia, Spazio Thetis (foto Luna Hoei Cini)

NOTA
Beverly, nata a New York nel 1922, vive e lavora tra Todi e New York. Ha studiato a suo tempo design pubblicitario, fotografia e design industriale presso l’Art Students’ League a Brooklyn e, a partire dagli anni Quaranta, a l’Académie de la Grande Chaumière di Parigi. Durante il suo primo soggiorno Europeo ha visitato l’Italia e Roma, dove incontrò Curtis Bill Pepper, che diventerà suo marito. La sua prima personale, presentata da Carlo Levi, nel 1952, è alla Galleria dello Zodiaco a Roma. Frequentò in quegli anni artisti quali Achille Perilli, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Giulio Turcato del Gruppo Forma1 e sviluppò allora il suo intesse per l’ambiente culturale romano. Nel 1960, dopo un viaggio in Cambogia ad Angkor Wat, cambiò radicalmente il suo linguaggio artistico, avvicinandosi alla scultura e realizzando piccole forme in legno e argilla. Espone per la prima volta come scultrice nel 1961 a New York e a Roma alla Galleria Pogliani, con presentazione critica dell’indimenticabile Giulio Carlo Argan. Dagli anni ‘60 protagonizzò la scena artistica e, nel 1962, partecipò alla mostra Sculture nella Città nell’ambito del V Festival dei Due Mondi di Spoleto curata da Carandente. In quel contesto di ‘guerra fredda culturale’ l’artista realizzò all’interno delle officine Italsider di Piombino, molte opere di medie e grandi dimensioni, esperienza che sancì il suo definitivo passaggio all’arte di forgiare e modellare il metallo. Tra il 1967 e il 1969 sperimentò vere e proprie forme di connective-art e progetti ambientali utilizzando erba, sabbia, fieno. Mentre, dal 1971 al 1975 realizzò il suo primo progetto ambientale a Dallas, Dallas Land Canal and Hillside. Nel 1971 Pepper viene ospitata dalla città di Roma per esporre una decina di sculture in acciaio inox in piazza Margana. Nel 1972 è presente alla 34. Biennale di Venezia e in seguito si trasferì definitamente a Todi, dove nella propria residenza costruisce il suo atelier-fabbrica. Tra il 1974 e il 1976 realizzerà una delle sue prime opere di Land Art, Amphisculpture, in New Jersey e nel 1977 esposte alla Documenta 6 di Kassel. Nel 1998 realizza l’installazione al Forte Belvedere a Firenze. Tra le opere ambientali: Todi Columns installate nella piazza del Popolo di Todi, Spazio Teatro Celle a Pistoia, Narni Columns a Narni, Palingenesis a Zurigo, Sol y Ombra Park a Barcellona, Manhattan Sentinels nella Federal Plaza di New York, Departure, For My Grandmother a Vilnius in Lituania, Brufa Broken Circle, Parco sculture di Brufa. Nel 2014 Beverly Pepper espone i suoi Circle al Museo dell’Ara Pacis a Roma, riuscendo a coniugare il passato con il presente. Tra le ultime opere di Land Art troviamo Amphisculpture, un teatro all’aperto di 3000 mq, il più grande del centro-sud Italia, creato e donato da Beverly Pepper alla città di L’Aquila.

Massimo Mazzone

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Autore

- Massimo Mazzone (1967) artista e attivista, portavoce del collettivo Escuela Moderna/Ateneo Libertario, Titolare della Cattedra di Tecniche della Scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera, Milano


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