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Pubblicato il: mar 14 Mag 2019
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L’Angelo del crimine, al cinema il killer più famoso d’Argentina

L'Angelo del crimineL’Angelo del crimine, al cinema il killer più famoso d’Argentina

L’Angelo del crimine, presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2018, arriva al cinema. In sala dal 30 maggio con Movie Inspired e BIM la storia del killer più famoso d’Argentina.

“Pedro Almodovar”, scritto bello in grande e a fianco, piccino piccino “presenta”. È un vecchio trucco, qualcuno ci casca sempre. «Che strano questo film di Tarantino!» commentava qualcuno uscendo dalla sala dopo aver visto Hero di Zhang Yimou (Lanterne Rosse, La Foresta dei pugnali volanti). Era il 2004, Tarantino il film non l’aveva nemmeno prodotto, ma ne aveva sollecitato la distribuzione alla Miramax che tentennava. Risultato sui poster: QUENTIN TARANTINO presenta.

Per L’angelo del crimine il discorso è un po’ diverso: il film è prodotto dal El Deseo, la casa di produzione di Agustín e Pedro Almodovar, che negli anni, oltre a tutti i film di Padro, ha contribuito alla realizzazione di pellicole come Zama (Lucrecia Martel, 2017), Il Clan (Pablo Trapero, 2015) o La spina del diavolo (Guillermo del Toro,, 2001). E, almeno nella sua prima metà, la pellicola di Luis Ortega si configura come un film “alla Almodovar”.L'angelo del crimine El Angel Luis OrtegaL’angelo del crimine è tratto dalla vera storia di Carlos Robledo Puch, il killer più famoso d’Argentina negli anni ’80. Carlos, spavaldo diciassettenne dall’aspetto angelico fin da piccolo ha il desiderio di diventare un ladro. L’incontro tra il giovane e Ramon, che diventerà suo amico, complice e oggetto del desiderio, daranno il via a una serie di efferati atti criminali e omicidi.

Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, tra il 1971 e il 1972 uccise undici persone sparando loro alla schiena oppure mentre dormivano. “L’angelo della morte” sembra sparare alla sua prima vittima per sbaglio, ma presto comincerà a uccidere regolarmente durante furti e rapine senza che sul suo viso androgino compaia l’ombra di un’emozione, sia essa di rimorso o compassione.

I crimini di Robledo avvennero durante un periodo influenzato dalle teorie lombrosiane, che sostenevano che determinate caratteristiche fisiche potessero essere indice di istinti e inclinazioni criminali (occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino, fronte spaziosa, denti storti). Carlos smentisce queste teorie. La sua classe sociale, la sua solida famiglia nucleare e il suo pacato contegno si rivelarono un eccellente travestimento per commettere reati, ma ciò che più confuse l’opinione pubblica fu proprio la sua bellezza fisica. A quel tempo, il suo viso era angelico, aveva riccioli biondi e una bellezza magnetica: un agente di polizia disse che era come la versione al maschile di Marilyn Monroe. Oggi, dopo oltre quarantacinque anni di carcere, Carlos Robledo Puch è il prigioniero più longevo nella storia dell’Argentina.

L’angelo nero si comporta come una star del cinema, si sente come davanti a una macchina da presa, come una Norma Desmond criminale sente che tutto è inscenato, che nemmeno la morte è reale; tutto è uno spettacolo e lui il protagonista assoluto. La sua sceneggiatura del film aderisce in modo abbastanza verosimile agli eventi reali, anche se i personaggi secondari sono stati leggermente romanzati e, soprattutto, alcuni dei crimini più atroci del protagonista e del suo sodale – tra cui il rapimento, lo stupro e l’omicidio di due giovani donne – sono stati completamente tralasciati dalla narrazione.

Più che un noir questo biopic sembra configurarsi quasi come un western dove l'(anti)eroe è il bandito. In questo senso il lessico filmico risente dell’assenza di quel mordente necessario per restituire un personaggio realmente disturbato e bisturbante – nella seconda parte della pellicola, dopo un’ottima introduzione, il ritmo e l’interesse tendono ad arrancare – colpiscono però l’aspetto visivo e l’allestimento.

L’angelo del crimine è un’esperienza estetica che funziona alla perfezione: la palette di colori primari, i vestiti e gli arredamenti vintage sono elementi che restituiscono allo spettatore la sensazione di un classico film “alla Almodovar”. I fan del vecchio Pedro probabilmente apprezzeranno di più questa pellicola rispetto i suoi lavori più recenti: colori sgargianti, sensualità palpitante e ambigua, exploitation con accenti pop qui e là. e Allo stesso modo, Luis Ortega lavora nella medesima direzione con la colonna sonora, raggruppando un bouquet azzeccatissimo di successi pop-vintage, tra cui una versione folk-rock in lingua spagnola di The House of the Rising SunNo tengo edad cantata da Gigliola Cinguetti.

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