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Pubblicato il: lun 15 Apr 2019
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Avveniristico Bauhaus, cento anni dopo. A Berlino sulle tracce di Gropius e colleghi

Bauhaus Archiv Museum Berlin Courtesy ViviBerlino

Bauhaus Archiv Museum Berlin Courtesy ViviBerlino

A cento anni dalla nascita del Bauhaus, che rivoluzionò l’architettura del Novecento, ripercorriamo a Berlino un itinerario sulle tracce di Walter Gropius e colleghi, che all’indomani della Grande Guerra sognarono di riformare l’arte, il design, e l’architettura. Gli edifici da loro costruiti, pensati per la società del futuro, sono la testimonianza del loro impegno artistico e sociale.

Berlino. Lo stile architettonico del Bauhaus è quanto di più aderente alla moderna cultura tedesca gli stessi tedeschi potessero produrre: solidità, funzionalità, sobrietà; caratteristiche che si ritrovano costantemente nei vari ambiti produttivi e artistici, dai quali non si discosta l’architettura. Esattamente cento anni fa, nel 1919, fra le macerie della Grande Guerra e dell’Impero Prussiano, Walter Gropius immaginò e teorizzò il nuovo corso dell’arte tedesca. A viverla oggi, Berlino è una città che guarda al futuro, vi è costretta perché per ovvie ragioni non può permettersi di vivere di memoria; tuttavia, il tessuto urbano dalla spiccata allure contemporanea, sviluppatosi durante la ricostruzione del dopo Muro, conserva ancora importanti testimonianze di architettura novecentesca in stile Bauhaus, che si incastonano con armonia nel nuovo skyline. Infatti, per una strana coincidenza artistica, gli edifici Bauhaus sembrano seguire questa tendenza a guardare avanti: le loro linee architettoniche mantengono la loro eleganza senza tempo, parte di un ancora attuale discorso estetico e funzionale che coniuga stile e razionalità.

L’itinerario cittadino alla scoperta del Bauhaus, non può prescindere dal Bauhaus-Archiv; pur non essendo un edificio coevo – è stato infatti costruito fra il 1971 e il 1978 -, costituisce comunque il cuore storico e pulsante del movimento, progettato nel 1964 dal suo fondatore, lo stesso Gropius, e portato a compimento dal suo collaboratore, Alexander Cvijanovic: sorge non lontano dal Tiergarten, in Klingelhöferstraße 13, e ospita esposizioni permanenti di arredi, ceramiche, sculture e fotografie originali dei Bauhaus, risalenti agli anni Venti. È attualmente chiuso per restauri e ampliamenti, e riaprirà nel 2021; ma la struttura è comunque ben visibile dall’esterno. Da qui si può capire la particolare ubicazione dell’edificio e la valenza che Walter Gropius volle dargli: sorge infatti a poche centinaia di metri dall’abitazione che Martin Gropius, suo zio, anch’egli architetto, eresse a fine Ottocento; una sorta di simbolico “ritorno a casa” dopo gli anni negli Stati Uniti.

Soho House Courtesy Wikimedia

Soho House Courtesy Wikimedia

All’altra estremità della città, nel quartiere Lichtenberg, un tempo situato nel settore Orientale, si trova l’ultimo edificio progettato in Germania da Mies van der Rohe, prima della sua fuga negli Stati Uniti nel 1938: l’ex stamperia dell’azienda di Karl Lemke, progettata fra il 1932 e il 1933 e conosciuta come “Landhaus Lemke”, dal cognome del proprietario, che poté goderne, però, soltanto fino al 1945, quando, con la conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa, l’edificio venne requisito e utilizzato come deposito per i mezzi militari, e negli anni Sessanta, con la Repubblica Democratica Tedesca che era ormai una solida realtà, fu utilizzato per la logistica della Stasi, la polizia segreta orientale; paradossalmente, fu proprio negli anni di questo lugubre compito, che l’edificio venne dichiarato, bel 1977, monumento storico dalla municipalità di Berlino Est. A seguito della riunificazione della città e della Germania, passò sotto l’autorità circoscrizionale del quartiere Lichtenberg, che si occupò dell’accurato restauro e destinò l’area a sede espositiva, funzione che assolve ancora oggi. Il suo design semplice e funzionale si concentra sull’essenziale, con finestre di grandi dimensioni che offrono una fantastica vista sul lago Obersee, e la linearità della struttura ha molti punti in comune con il razionalismo olandese. Ciò conferma l’internazionalità del Bauhaus, gli scambi che ebbe con altre esperienze artistiche dell’epoca, e la ragione per cui Hitler osteggiò il movimento sin dall’inizio della sua ascesa al potere.

Landhaus Lemke Courtesy GladaBerlin

Landhaus Lemke Courtesy GladaBerlin

Infine, per immergersi completamente nell’atmosfera di quegli anni, vi consigliamo un indirizzo dove apprezzare atmosfere d’altri tempi, ma comunque al passo con il Duemila. Quando fu costruito, su progetto di Richard Bielenberg e Josef Moser, fu considerato uno degli edifici più belli della città: oggi, questo immenso edificio dalla facciata lunga ben 185 metri, ospita anche l’Ellington Hotel, funzionale ma raffinato albergo sotto tutela delle Belle Arti, al 55 di Nürnberger Straße. In origine, il complesso ospitava uffici, appartamenti, e persino un jazz club e una sala da ballo, la cui pista poteva essere sollevata per esaltare la visibilità dei concerti che vi si tenevano. Le mura di sontuoso travertino e incorniciate di mattoni scuri, le finestre profilate d’ottone, l’ampia hall rivestita di marmo, fanno di questo edificio un’imponente testimonianza della Berlino mondana dell’epoca: feste, cocktail e dinner party vi si succedevano senza sosta. Pesantemente danneggiato dalla guerra, l’edificio tornò agibile nel 1946, quando ospitò l’Ulenspiegel Cabaret, cui si aggiunsero un cinema due anni dopo, e il Berlin Theater nel 1951; nel 1959 vi recitò un giovanissimo Klaus Kinsky. Il jazz non passò di moda, e qui si potevano ascoltare, fra gli altri, Lionel Hampton, Count Basie e Dizzy Gillespie. Con gli anni Settanta il jazz club lasciò il posto allo “Dschungel”, discoteca di tendenza dove transitarono David Bowie, Mick Jagger, Frank Zappa, e che “convisse” con gli uffici della Berlin Financial Administration, qui istallatasi nel 1964. Dopo un periodo di abbandono negli anni Novanta, seguito al caos della caduta del Muro, l’edificio è stato ristrutturato e dal 2007 ospita il raffinato hotel che, nel nome, mantiene viva la memoria degli anni d’oro del jazz. La cui filosofia è in fondo in sintonia con il Bauhaus.

Ellington Hotel Courtesy Ellington Hotel, Andreas Rehkopp

Ellington Hotel Courtesy Ellington Hotel, Andreas Rehkopp

 

FINE PRIMA PARTE

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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