Meeting Art
Pubblicato il: lun 08 Apr 2019
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Cano, dalla street art alla pittura. Una passione per la materia

“Benvenuti nel deserto del reale” è la celeberrima frase che Morpheus, in un paesaggio di rovine, rivolge a Neo in Matrix, quando viene scollegato dal megacomputer. Una frase che Zizek utilizza a sua volta come emblematico titolo di un suo piccolo testo, scritto dopo l’11 settembre, che può essere assunto come silloge della realtà in cui ci troviamo a vivere e che ben si presta per accostarci alle opere che aprono la nuova fase della pittura di Raffaello Canu, in arte Cano o Caneda, un artista che viene dalla street art e che, nel suo passaggio alla pittura, ha elaborato un proprio e singolare modo di farlo che trasporta la street art in nuovo linguaggio che scarta l’arte contemporanea costruita su archetipi concettuali.

La sua pittura fuoriesce, infatti, dalle convenzioni e dai canoni non solo della pittura classica, ma anche di quella dei writer, che pur mantiene viva e ben presente, dato che ne ha fatto a lungo parte, nella mitica crew milanese 16k, e che, in quanto artista della street art, ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2011, e ha esposto al Pac a Milano e in Brasile e colato colore dall’alto sulla strada e sugli edifici della Grande Mela per tracciare il suo segno su due lastre di plexiglas trasparente. Un modo di rendere viva la città diverso da quello della città sublime degli eventi. Ogni sua opera, infatti, sprigiona energia vitale, e insieme è espressione di emozioni intense, drammatiche e intime: lo fa nella decisa e forte fluidità dei tracciati segnici, nell’esplosione dei colori, nella predilezione dei rossi e nella profondità dei neri, nella passione per il giallo oro che rammemora le pitture trecentesche per veicolare il colore del sacro. Una passione per la materia, per i colori, in un linguaggio senza frontiere.

Ora, nelle recente serie di opere, ancora in corso, che virano al nero, declinato con i gialli e i blu, Cano investe il modo stesso di pensare la tela interessando la scelta dei materiali. Ha infatti per queste opere adottato i telai con cui Mimmo Rotella trasportava le sue tele per arrotolarvi a sua volta strisce di tela, segno e omaggio in opere in cui è in atto una sorta di memoria che ritesse i legami spezzati, malgrado la rottura. O le ha avvolte su una radice o su un pezzo di tronco, un objet trouvé, che ha raccolto, affascinato dal materiale e dalla forma per ridargli una nuova vita.

La tela è poi stata trattata in modo tale da perdere i suoi connotati tradizionali per apparire rigida e lucente, con un voluto effetto di plastificazione, che richiama i manifesti o i telai dei camion, così da diventare essa stessa nomade e artificiale materiale metropolitano. E però ciò che connota più profondamente le sue opere è una sorta di misura e di rigore, di eleganza del silenzio in una ritmica musicalità che dà forma all’energia e all’urlo. Certo la sua pittura parla del tessuto vivo e inascoltato della metropoli, intercetta la realtà urbana nelle sue pulsioni profonde, ma lo fa trasponendo un immaginario tratto e mutuato dalla propria sensibilità in qualcosa di più arcaico e insieme colto che reinventa gli immaginari massmediatici di cui si nutre la nostra società e con essi dialoga.

Così, mentre innesta gli aspetti profondi e tragici della vita, preserva aspetti emotivi ed esistenziali. E, mentre l’energia vitale si esprime sprigionando colate di petrolio inchiostro e acidi, l’originale materia pittorica di cui Cano si serve, portando alla saturazione dello spazio, dagli strati di colore emergono frammenti di figure o immagini: una mano chiusa con l’indice puntato, un volto, lo sguardo di un occhio, il dollaro che danno vita a fantasmi. L’effetto è di una poetica drammaticità, di un continuum di colore, che esclude il vuoto per una narrazione collegata all’attualità e alla memoria e ai fantasmi che da essa emergono, che prova a mantenere in vita ciò che la realtà ha mandato in pezzi. Mentre il messaggio rimane astratto in una mescolanza di immagini, colori, scritte che si sovrappongono in maniera inestricabile, lo spazio vuoto emerge dalla tela tagliata: come se il reale, il mondo, potessero irrompessero nella tela o ogni opera fluttuasse in uno spazio senza frontiere. L’apparire del vuoto è uno scavo nel cuore della presenza, è rapporto con un’assenza e insieme è apertura, bagliore o lampo di ciò che la rappresentazione non mostra.

E di ciò sono veicoli di senso le relazioni, che si istituiscono tra ciò che l’opera mostra nelle figure, in quel qualcosa che si affaccia, e i titoli che alludono all’invisibile, o sono storie rapprese. Così l’opera che ci fa intravvedere il pugno chiuso con l’indice puntato ha per titolo “Io-Tu” a veicolare il rapporto desiderato con l’altro, il solo modo in cui l’io del soggetto e il tu dell’altro, in tutte le sue forme, può prendere ad essere. Chi è Io, chi è Tu, dato che l’uno non si dà senza l’altro? E l’altro mi chiede conto di chi sono io.

“La ballerina di Bombay” ha l’incanto di un volto che parla di paesi lontani, un sogno, un mito, un fantasma, veicolato dall’immaginario massmediale, o anche ha i caratteri di una fotografia ritrovata, di un ricordo, di un frammento di storia vissuta o solo sognata.
In “Lo sguardo” in cui si intravvede, nel margine sinistro, un frammento di un volto, un occhio ci rimanda lo sguardo, innescando dinamiche di interazione con lo spettatore, dato che l’occhio, sede delle animazioni del corpo, è lo spiraglio da cui la sfera sensibile dell’io si affaccia al mondo. Chi è che guarda, dato che io che guardo sono guardato e sono costituito dallo sguardo dell’altro?

“C’era un volta” rappezza i pezzi dell’immagine del dollaro, simulacro non solo del sogno americano, ma del modo d’essere occidentale, mandato in frantumi dall’attuale crisi di sistema e di valori, cosicché trasla di senso mentre sono i frammenti della nostra vita che dobbiamo rappezzare. O il loro fantasma. Anche il titolo volutamente rammemora il film di Sergio Leone e con esso le splendide colonne musicali che costituiscono la quarta dimensione dell’immagine.

Cinematografico è anche il titolo “Pioggia sporca”, una delle opere fatte di pure colate materiche, le altre sono “Drope” e “No”. Opere “notturne”, nere come è nera la nostra vita, che ci appare senza riscatto. Nere come gli immaginari popolati dell’oscuro signore. Anche in essi le tracce di un giallo dorato sono una sorta di fantasmi di una preziosità o di una pietas, che riscatta e salvaguarda dalla rovina.
C’è poi un aspetto più segreto e intimo, che é la musicalità che si percepisce nella struttura ritmica delle colate per lo più in verticale e raramente in orizzontale, cosicché ogni opera è insieme un testo di poesia dispiegata in immagini così come le sue poesie e i suoi testi musicali sono immagini cantate e musicate. E così avviene che si mantenga in tensione ciò che è qui e ciò che è altrove, così da farci aprire gli occhi su ciò che si dispiega al di là della visibilità, e da risvegliare lo sguardo con cui percepiamo e comprendiamo la realtà nostra e del mondo.

Eleonora Fiorani

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