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Pubblicato il: mer 03 Apr 2019
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Il potere dell’architettura in Cina. Tutto quello che c’è da sapere sulla Biennale di Shenzhen. Parola a Fabio Cavallucci

Bi-City Biennale of Urbanism/Architecture (Shenzhen) - 8th edition

Dal novembre 2019 alla primavera 2020 si svolgerà a Shenzhen, in Cina, l’ottava edizione della Biennale d’Architettura. Fabio Cavallucci, che fa parte del team curatoriale assieme a Carlo Ratti e Meng Jianmin, ci offre qualche spunto di riflessione sugli sviluppi architettonici del Paese, e i riflessi sul tessuto sociale.

Architettura e urbanistica sono fra le discipline più importanti nella Cina contemporanea, che si sta sviluppando in maniera assai vorticosa. Quale clima ha trovato in una città come Shenzhen, al di là del fatto che ospita la Biennale?

Shenzhen è una città sorta negli ultimi quarant’anni: da piccolo villaggio di pescatori è divenuta una città di 13 milioni di abitanti, con alcuni dei grattacieli tra i più alti del mondo, con un altissimo numero di aziende tecnologiche. Praticamente è la Silicon Valley cinese. La recentissima apertura del ponte di 55 chilometri che collega Hong Kong a Macao renderà l’intera area un unico grande distretto, dove ogni centro sarà raggiungibile in pochissimo tempo. Per di più il governo cinese ha individuato l’area del Pearl Gulf, su cui Shenzhen si affaccia, come quella su cui puntare per il maggiore sviluppo nei prossimi anni. Per queste ragioni Shenzhen e la sua Biennale sono un laboratorio di sperimentazione eccezionale, un osservatorio dello sviluppo architettonico e urbanistico unico al mondo.

La Biennale ha come principio proprio questo presupposto: non solo di essere un osservatorio di ciò che succede nell’architettura internazionale, ma di essere un elemento sperimentale essa stessa, anche in relazione agli spazi in cui viene realizzata. Non intende solo mostrare delle proposte architettoniche o urbanistiche, ma vuole intervenire sul piano urbano di Shenzhen di volta in volta dove si ritiene sia necessario, modificandone gli assetti, creando degli spazi che restano poi in dotazione futura. L’ultima edizione, per esempio, che era stata realizzata nell’area del vecchio villaggio, ha lasciato in eredità un quartiere fatto di negozi di design, librerie, caffè.

Fabio Cavallucci Courtesy Shenzen Biennale

Fabio Cavallucci Courtesy Shenzen Biennale

Su quali aspetti si concentrerà la sua curatela?

Il nostro è un team molto composito. Chief curator insieme a me è Meng Jianmin, un architetto e docente universitario di Shenzhen. Poi ci solo altri architetti, Wang Kuan, di Pechino, e Zhang Li, di Shenzhen. Ma la cosa forse più sorprendente è che vi sono inclusi degli scrittori di fantascienza: Wu Yan e Chen Qiufan, e, come advisor, Liu Cixin, che è uno scrittore cult, una star in Cina. Il deus ex machina del gruppo è Manuela Lietti, una curatrice d’arte italiana che vive da quindici anni a Pechino, che ha faticato non poco a costituire il gruppo e a mettere insieme il progetto. Poi non mancano altre competenze, come quelle di Wlodek Goldkorn, che si occuperà del public program, con una serie di incontri e discussioni che vorremmo cominciassero almeno cinque o sei mesi prima dell’opening della Biennale. Inoltre c’è una rete di advisor internazionali di arte e architettura, tra questi Cai Guo-Qiang, il noto artista cinese.

In un team così composito, estremamente interessante ma molto difficile da tenere insieme, il mio compito, oltre a quello di individuare alcuni degli invitati e come chief curator di avallare il progetto complessivo, sarà di sviluppare nuove modalità di presentazione dell’architettura. Di solito le mostre di architettura sono noiose per il largo pubblico, perché per essere scientifiche devono presentare dei progetti su carta e delle maquettes, ma di solito questi oggetti appassionano ben poco i visitatori. L’idea, in questo caso, è di realizzare una mostra più coinvolgente, una sorta di percorso, con spazi da attraversare più che progetti da interpretare. In questo l’arte e la fantascienza giocheranno un ruolo importante. Il mio interesse maggiore è proprio qui, nel cercare di creare una mostra che sia allo stesso tempo scientifica, ma anche appassionante.

Quanto della sua esperienza passata metterà al servizio del tema di quest’anno, “Urban Space + Technological Innovation”?

A onor del vero credo poco. In passato mi sono interessato molto alle nuove tecnologie, ma ben poco in riferimento agli sviluppi architettonici e urbanistici delle nostre città. Questa sfida mi piace perché per me è molto nuova. La più recente passata esperienza è stata la direzione del Centro Pecci, in cui mi sono concentrato sul creare una mostra di apertura che fosse molto popolare, ma in cui gli interventi tecnologici erano molto limitati, e soprattutto mi sono dedicato all’idea del museo come un insieme complesso.

Ma le sfide nell’affrontare ciò che è nuovo di solito forniscono molta più energia. In verità credo che mi avvarrò di tutta la mia esperienza nell’allestimento della mostra, più che nei suoi contenuti, che vorrei, come è accaduto per la mostra del Centro Pecci, che fosse di ricerca, ma anche estremamente popolare.

Shenzhen

Bi-City Biennale of Urbanism/Architecture (Shenzhen) – 8th edition

Ritiene che lo sviluppo dell’urbanistica e della buona architettura possa portare una nuova consapevolezza sociale e, nel lungo periodo, anche alla nascita di un processo di democratizzazione in Cina?

Non posso ancora dire molto sul processo di democratizzazione in Cina. Ma il mio sentore in questo momento è che le nuove tecnologie stiano avvicinando due mondi così diversi come quello europeo ed occidentale in generale e quello cinese. Si stanno creando ovunque delle piattaforme di relazione, che sono anche di controllo, in cui il singolo individuo finisce per essere parte di un sistema molto più grande di lui. Nel bene e nel male. Questo è certamente uno dei problemi che affronteremo nella nostra mostra: come può il singolo trovare uno spazio di autonomia e libertà in un mondo che tende a renderlo servomeccanismo di un vasto sistema tecnologico? Ma questa non è solo una questione cinese.

Analizzando solo gli aspetti puramente tecnici, ritiene che l’Europa abbia molto da imparare dalla Cina, in fatto di qualità di programmazione urbanistica?

Sono situazioni molto diverse. Le città europee sono generalmente antiche, ricche di storia e pertanto difficilmente gestibili con nuovi modelli urbanistici e piani di mobilità innovativi. Pensiamo alle difficoltà che devono affrontare coloro che realizzano le reti del metrò a Roma, dove ogni sasso ha centinaia di anni di storia. Le città cinesi sono perlopiù recenti o recentissime, quindi possono applicare modelli innovativi senza imbattersi in problemi di salvaguardia del passato. Inoltre sono due dimensioni di città completamente diverse: in fondo le città europee, in Cina, sarebbero piccoli villaggi.

Noi chiamiamo con lo stesso termine, -città – situazioni che in realtà hanno molto poco in comune. Ma in questo momento storico, in cui il mondo sta cambiando rapidamente, la cosa principale è mettere insieme le conoscenze e tutti avrebbero bisogno di tutti. Per cui hanno da imparare i cinesi, nel soppesare il valore profondo di certe innovazioni e nell’attuarle in modo meditato, ed hanno da imparare gli europei, nel capire che il mondo va avanti, e il fatto che la nostra civiltà ha avuto la capacità di essere un modello per il progresso mondiale non significa che lo sarà sempre se non si rinnovano le metodologie e non si acquista anche un certo grado di velocità, sia nelle modalità decisionali che nell’attuazione degli interventi.

Informazioni utili

Bi-City Biennale of Urbanism/Architecture (Shenzhen) – 8th edition

szhkbiennale.org

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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