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Pubblicato il: gio 21 Mar 2019
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Gauguin a Tahiti. Al cinema un viaggio nei paradisi perduti dell’artista

Gauguin

Three Tahitian Women, Paul Gauguin (French, Paris 1848–1903 Atuona, Hiva Oa, Marquesas Islands), 1896, Oil on wood, The Metropolitan Museum of Art. © The Walter H. and Leonore Annenberg Collection, Gift of Walter H. and Leonore Annenberg, 1997, Bequest of Walter H. Annenberg, 2002

Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto un docu-film che racconta tra passioni e malinconie la fuga che reinventò l’arte occidentale. Al cinema solo il 25-26-27 marzo.

Il nuovo atteso appuntamento de La Grande Arte al Cinema porta sul grande schermo il 25-26-27 marzo la pittura rivoluzionaria di Paul Gauguin (Parigi 1848, Hiva Oa 1903). Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto è un docu-film con la partecipazione straordinaria di Adriano Giannini, diretto da Claudio Poli (Nastro d’argento 2019 come miglior film evento sull’arte con il film Hitler contro Picasso e gli altri), scritto da Matteo Moneta con soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta e la colonna sonora originale firmata dal compositore e pianista Remo Anzovino (Nastro d’argento 2019 per la sua “musica per l’arte”).

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Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto. Adriano Giannini

Da Tahiti alle Isole Marchesi. Il viaggio tra i luoghi che Gauguin scelse come sua patria d’elezione, agli antipodi della civiltà, alla ricerca, disperata e febbrile, di autenticità. Un viaggio iniziato il primo aprile 1891 quando Gauguin lascia Marsiglia diretto a Tahiti, in Polinesia. Ma non è la prima volta che l’artista francese entra in contatto con una cultura esotica. All’età di quattordici mesi, infatti, è avvenuta la sua consacrazione tropicale in Perù, dove viveva la famiglia della madre Aline Marie Chazal.

Fiero del sangue sudamericano, dopo l’iniziazione alla pittura a opera dell’impressionista Camille Pissarro (Charlotte Amalie 1830-Parigi 1903), Gauguin capisce di dover fuggire dalla Parigi borghese e conformista per la bellezza selvaggia della costa bretone. Un luogo di purificazione dalle mode artistiche parigine che gli permette di ritrovare forme rudi, primitive e malinconiche che lo portano a dipingere alcune delle sue opere più celebri come il Cristo Giallo (che riproduce un crocifisso ligneo ammirato nella cappella di Trémalo) o La visione dopo il sermone con la quale stravolge definitivamente la pittura occidentale, dimostrando l’importanza del flusso di coscienza in contrapposizione all’occhio fisico. Simbolismo contro Impressionismo.

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Paul Gauguin (French, 1848 – 1903), Fatata te Miti (By the Sea), 1892, oil on canvas, Chester Dale Collection, National Gallery of Art Washington

A Tahiti, nel silenzio delle notte tropicali, potrò ascoltare il ritmo dolce e suadente del mio cuore in armonia con le presenze misteriose che mi circondano. Libero, senza problemi di denaro, potrò amare, cantare, morire

Così scriveva Paul Gauguin in una delle lettere alla moglie Mette. Solo uno dei tanti brani tratti da testi autobiografici (come Noa Noa o Avant et après) scritti dallo stesso artista presenti all’interno del documentario.Un testo che testimonia la frenesia di un viaggio che lo porterà per 12 anni (quasi senza intervalli) dal 1848 al 1903 immerso nella natura lussureggiante, di sensazioni, visioni e colori ogni volta più puri ed accesi che si riflettono in tutte le sue opere di questo periodo. Una salvezza ma anche un fallimento. Gauguin, infatti, non riuscì mai a sfuggire del tutto dalle sue origini, dalle ambizioni e i privilegi dell’uomo moderno. Rimase sempre cittadino di una potenza coloniale: dipinse tra le palme ma con la mente rivolta al pubblico dell’Occidente.

Le sue opere sono esposte nei principali musei americani: Metropolitan Museum di New York, Chicago Art Institute, National Gallery of Art di Washington e il Museum of Fine Arts di Boston. Ed è proprio tra le sale di questi musei che ci vengono raccontate le sue opere da esperti internazionali come Mary Morton (curatrice della National Gallery of Fine Art di Washington), Gloria Groom (curatrice dell’Art Institute di Chicago), Judy Sund ( docente della New York City University) e molti altri.

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Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto. Judy Sund

Vita privata e ricerca pittorica si intrecciano in questo docu-film che cerca di guidare lo spettatore all’origine della pittura di Gauguin nei suoi diversi periodi: quello bretone degli esordi, il primo periodo polinesiano, il secondo e il finale soggiorno tahitiano. Sempre legati dalla sua passione per il denaro e il mondo femminile; passioni e malinconie che legano la sua avventura del colore. Dal distacco con gli impressionisti e le loro pennellate frammentarie, ai contrasti violenti con il suo amico e collega Vincent Van Gogh con il quale trascorre un periodo ad Arles, fino ad arrivare a un cromatismo del tutto innovativo, anti-naturalistico e connesso ai movimenti dell’anima, dell’inconscio.

Gauguin

Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto| Locandina

Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto
al cinema solo 25-26-27 marzo

con la partecipazione straordinaria di Adriano Giannini
diretto da Claudio Poli, su soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta
sceneggiatura di Matteo Moneta
colonna sonora originale di Remo Anzovino
prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital con il sostegno di Intesa Sanpaolo

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