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Pubblicato il: mer 20 Mar 2019
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Amarcord 26. La New York degli anni Ottanta (Parte terza) nei ricordi di Politi

 

Amarcord 26 – Un nuovo appuntamento con la rubrica di Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Sì, certo, come tutte le cose del mondo anche l’East Village fece il suo tempo e in un periodo piuttosto breve esaurì la propria gloriosa vitalità. Visse la sua popolarità leggendaria per due o tre anni, poi declinò, come tutti i momenti e movimenti più salienti. Ma per noi malati d’arte il ricordo di quel miracolo, rivive nella nostra memoria. Perché come fai a toglierti dall’immaginazione, dalla memoria e dalla storia la Veronica Ciccone, cioè Madonna, che sgambettava in un seminterrato al suono di un giradischi scassato, in attesa della gloria? Che lei cercava voluttuosamente e disperatamente con tutti i suoi mezzi. Come puoi dimenticare il sorriso dolce di Pat Hearn, la gallerista elegante e colta che aveva contribuito a trasformare un quartiere malfamato in una vetrina della creatività e in un luogo privilegiato, con uno spazio espositivo bellissimo, che lo stesso Leo Castelli invidiava, considerandolo un miracolo in quel quartiere negletto. Una vera perla avulsa in un contesto degradato. Ma quel sorriso dolce di Pat da lì a poco si sarebbe spento, stroncato da un male inflessibile. Però ebbe il tempo, con il suo compagno e poi marito, Colin De Land, altra mitica figura di quegli anni ’80 ad entrare nella storia dell’arte della grande mela, con una galleria diventata mitica e con la creazione di una rassegna d’arte originalissima nelle stanze dell’Hotel Chelsea (inaugurando la moda da tutti imitata delle fiere d’arte in hotel), invitando le gallerie più prestigiose e che due anni dopo si spostò al Pier 91, sull’Hudson, diventando l’Armory Show, rilevata poi dalla Associazione delle Gallerie e che quest’anno ha festeggiato i suoi gloriosi venticinque anni.

Colin de Land e Pat Hearn
Colin De Land! Che figura straordinaria di uomo e di artista! Dopo aver studiato filosofia e linguistica alla New York University, aprì nell’East Sixt Street, nel cuore dell’East Village una curiosa galleria, la Vox Populi, con artisti molto propositivi ma anche con chiunque volesse lasciare un’opera in galleria. La quale ad un certo punto era un guazzabuglio di alto profilo insieme ad opere di dilettanti della strada, che però Colin accoglieva amichevolmente, purché dopo qualche giorno venissero a riprendere l’opera lasciata. Ben presto Vox Populi crebbe e si spostò al 40 di Wooster Street, con il nome di American Fine Arts Co. In breve il numero 40 di Wooster Street divenne il cuore creativo e propulsivo e di incontri di Manhattan, con artisti veramente innovativi e Colin che teneva lezioni d’arte a collezionisti e curiosi. Da American Fine Arts incominciammo a conoscere Cady Noland, Andrea Fraser, Richard Prince, Mark Dion, Ana Mendieta, e il visionario Peter Fend. E John Waters, che definì Colin “una vera icona che gronda cultura e trend”. Colin de Land, in collaborazione con Richard Prince, operò anche come artista, con gli pseudonimi di John Dogg e J. St. Bernard. Accanto ad American Fine Arts, al numero 39 di Wooster, aprì la propria galleria dell’East Village anche Pat Hearn che nel frattempo si era sposata con Colin. Una bellissima storia d’amore tra due star della cultura artistica newyorchese: Colin de Land, con le sue mostre provocatorie e Pat Hearn, diventata la paladina del femminismo anche grazie alla collaborazione con René Green, Julia Scher e la riscoperta di Mary Heilmann, bravissima e sconosciuta artista americana. Pat e Colin, la strana coppia dell’arte di New York, così diversi ma anche tanto uguali: elegante casual (non come Mary Boone, sempre elegantissima e firmatissima, tipica donna americana in carriera) Pat Hearn era portatrice di una eleganza casual piuttosto parigina.

Spencer Sweeney e Colin De Land alla American Fine Arts, Co. New York. Courtesy e © Archives of American Art, Smithsonian Institution.

Spencer Sweeney e Colin De Land alla American Fine Arts, Co. New York. Courtesy e © Archives of American Art, Smithsonian Institution.

Disordinato e con accoppiamenti improbabili ma alla fine affascinanti Colin de Land, vero precursore e forse ideatore della moda grunge. E Colin sempre con la sigaretta tra le labbra, fumava l’impossibile: non so, due, tre, forse quattro pacchetti di sigarette al giorno. Quanti era umanamente possibile fumarne. Al punto che io lo chiamavo scherzosamente Humphrey, in ricordo del Bogart di Casablanca. Io mi chiedevo come era potuta nascere quella romantica storia d’amore che tutti vedevamo, tra una gallerista delicata che esponeva George Condo, Peter Schujff, David Bowes, Milan Kunc e un gallerista che presentava artisti di una durezza mai vista, come Cady Noland, Jessica Stockholder, Chris Burden. Eppure la storia d’amore sembrava indissolubile, perché Colin, nella sua apparente trascuratezza e noncuranza, era una persona gentile, che però aveva scelto una professione che non gli apparteneva, quella del mercante d’arte. Perché Colin era tutto, artista, filosofo, pensatore, scopritore di talenti ma non mercante. Infatti era povero in canna e, pur essendo ad un certo momento la galleria più ambita di New York, lo vedevi quasi pranzare con un panino e una gran tazza di caffè acquistati nel bar accanto. In un report su Colin de Land pubblicato qualche anno fa in Flash Art, Daniele Balice, oggi noto gallerista (Balice/Hertling) parigino descrisse il suo incontro con Colin: appena arrivato a New York, Daniele che non parlava una parola di inglese si precipita all’American Fine Arts per proporsi come assistente a un Colin de Land che non parlava né francese né italiano. Daniele Balice capì però che Colin era un totale squattrinato e dopo tre minuti l’incontro terminò con una stretta di mano. Ma fu quell’incontro a far decidere a Daniele Balice che avrebbe fatto il gallerista, tanto fu affascinato da quell’uomo, con intuito e una galleria straordinaria e una totale incapacità di vendere un’opera.

Credo che Daniele Balice, in quei tre minuti ne ereditò pregi e difetti. Però Colin diventò il riferimento di artisti, galleristi, collezionisti più sofisticati di tutto il mondo. E per me resta un mistero il segreto della sua indigenza. Ottimi artisti, richiesti da tutti ma senza apparenti riscontri economici. Ma anche sua moglie Pat Hearn non fu un’abile venditrice (come la sua competitor Mary Boone) perché anche lei amava più le opere, che preferiva tenersi, che il denaro. E durante la sua malattia, che l’avrebbe stroncata di lì a poco, gli amici artisti donarono un’opera (mi pare anche Jeff Koons) e indissero un’asta affinché si curasse. Perché una delle più famose galleriste di New York non abveva i mezzi economici per potersi curare. Ma questa straordinaria solidarietà non produsse gli effetti sperati e poco dopo, a soli 41 anni, Pat ci lasciò. E Colin de Land, che l’assistette amorevolmente, la seguì a distanza di un anno, anche lui poverissimo e deceduto per la stessa malattia. Due grandi galleristi (non mercanti) che insieme lasciarono un vuoto forse non più colmato a New York. Se non dal ricordo di chi li ha conosciuti.

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