meeting art istituzionale
Pubblicato il: dom 13 Gen 2019
Print Friendly and PDF

L’Italia depredata d’arte. La storia dei tentati recuperi e di Rodolfo Siviero

Furto opere d'arte - ArtsLife

L’Italia depredata della sua arte. Da quando il direttore degli Uffizi di Firenze, il tedesco Eike Schmidt, ha chiesto pubblicamente al governo di Berlino di collaborare per restituire all’Italia «Il vaso di fiori» del pittore olandese Jan Van Huysum rubato dalle Ss durante la seconda guerra mondiale, mostrandone una copia in tv, perlomeno si sono accesi i riflettori anche in Germania su quella scandalosa razzia compiuta dai nazisti (nella foto: Hitler and Goebbels con alcune opere d’arte rubate in Italia. Fonte: gettyimages)

A dirla tutta, si tratta di una speranza abbastanza illusoria, perché l’esecutivo di Berlino non ha mai collaborato davvero con i Paesi vittime di questo scempio. Tanto per fare dei numeri, dal 1945 al 1952, gli alleati restituirono all’Italia 252.068 oggetti d’arte trafugati. La Germania solo 40. Con l’inizio della Guerra Fredda, poi, le pressanti richieste del nostro governo a quello tedesco per riavere indietro migliaia di beni culturali si interruppero per l’intervento degli Stati Uniti, e le attività di Rodolfo Siviero, ex agente della polizia segreta fascista, che aveva cominciato la sua battaglia per salvare i nostri capolavori già durante la guerra (venne persino catturato e torturato, riuscendo miracolosamente a fuggire), continuandola alla fine del conflitto assieme a un gruppo di militari italiani, fu bloccata per cause di forza maggiori.

Adesso l’Italia deve ancora recuperare in Germania 1.653 opere d’arte, elencate nel famoso rapporto stilato da Siviero in quegli anni. Mancano all’appello quadri di Michelangelo, Perugino, Marco Ricci, Tiziano, Raffaello, Canaletto, sculture greche e romane, violini di Stradivari, mobili, manoscritti. Le opere d’arte trafugate dai nazisti durante l’ultimo conflitto furono milioni in tutta Europa, compresi libri e documenti preziosi (solo in Francia vennero portati via tra i 10 e i 15 milioni di libri antichi!). Di questa immensa razzia ne sono state recuperate solo alcune migliaia (la maggior parte dalla Francia, 40mila, grazie a Rose Valland, una modesta impiegata alla Galleria Nazionale del Jeu de Paume alle Tuileries, poco appariscente e di media statura, con i capelli raccolti dietro la nuca e uno spesso paio di occhiali, che riesce a catalogare tutti i furti e le loro destinazioni). L’Italia è stato uno dei Paesi più devastati da queste razzie, a causa della strettissima collaborazione tra i gerarchi del regime mussoliniano e i tedeschi (quando il nazionalismo è solo il servo di qualcun’altro…).

E fino a che hanno potuto, molto sono riusciti a fare Siviero e il suo gruppo di militari (soprattutto della Finanza e Carabinieri), riportando in Patria alcune decine di capolavori rinascimentali di Leonardo, Masaccio, Botticelli, oltre al ritratto di Fanciulla del Tiziano, La Madonna del Divino Amore di Raffaello, le Fatiche di Ercole di Antonio del Pollaiolo, e parecchi altri ancora. Se i tedeschi dopo la guerra non l’hanno messo ai ferri, come avevano fatto i nazisti quando era andato là per riprendere gran parte dei 300 capolavori sottratti agli Uffizi, a Palazzo Pitti e al Bargello, di certo non si sono mai dannati l’anima per aiutarlo. Siviero è morto nel 1983, in piena Guerra Fredda, quando ancora niente si poteva fare. Caduto il muro di Berlino, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, nato proprio dalle ceneri di quel gruppo militare che lo aiutava fino al 1952, una eccellenza del nostro Paese, con 300 uomini superpreparati a cui chiedono soccorso anche parecchie altre nazioni, è riuscito a far tornare in Italia oltre 1,4 milioni di beni artistici e archeologici sottratti nel tempo. Ma di questi, purtroppo, presumiamo che non siano molti quelli rientrati dalla Germania.

D’altro canto, secondo un’inchiesta della Bild, uscita dopo le polemiche sollevate dalle dichiarazioni di Eike Schmidt, circa 2500 opere trafugate si trovano oggi nei depositi del governo a Berlino-Weissensee, esposte nei musei e negli uffici delle istituzioni pubbliche. Finora, a quanto si evince dagli elenchi visionati del Bundesverwaltungsamt, l’ente che amministra i beni pubblici, sono state restituite solo 54 opere dal 1998 su 2500. Il 1998 è l’anno nel quale, in teoria, è finita la protezione degli Stati Uniti, quando anche la Germania ha aderito all’Accordo di Washington, siglato da oltre 40 Stati, in cui i paesi firmatari si impegnavano a far luce sui crimini nazisti ai danni di collezionisti e mercanti d’arte. Peccato che quel trattato sia solo una dichiarazione d’intenti, non vincolante. E non è solo Berlino che sembra restia a qualsiasi forma di collaborazione. Da allora a oggi non ricordiamo ministri dei Beni Culturali che abbiano alzato la voce per riavere indietro quello che è nostro e che ci è stato rapinato, a parte qualche battuta priva di valore sulla Gioconda. Sembra quasi che per un errato senso di europeismo non si sia mai voluto disturbare il potente alleato.

Ma è giusto tutto questo? «Credo che per ristabilire l’amicizia europea, sarebbe bene che – prima di tutto – i ladri restituissero la refurtiva», disse Pietro Calamandrei, in uno storico discorso del 1951, a Londra, parlando in un convegno sulle «Opere d’arte in Italia e la guerra». La verità è che purtroppo all’Italia, che è lo scrigno più prezioso del mondo, nessuno pensa di restituire nulla. Già le guerre napoleoniche avevano attuato il primo colossale furto al nostro patrimonio artistico, che poi sono la nostra anima e la nostra identità, e anche quella volta alla fine siamo rimasti scornati: su 506 dipinti di provenienza italiana, ben 248, ossia circa la metà, rimasero in Francia. La razzia nazista è stata ancora più grave e capillare. E forse dovrebbe farci meditare che sia toccato a un tedesco alzare la voce per chiedere la restituzione di un quadro – ma poi: uno solo? -. Noi restiamo in silenzio. E purtroppo Rodolfo Siviero non c’è più.

4.1 (81.43%) 14 votes

Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


Commenta con Facebook

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi codici HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*

Bertolami Fine Arts
Maison Bibelot
Blindarte
Bertolami | 21 mag
Aste Boetto
Cambi |istituzionale
Wannenes
PANDOLFINI
Il Ponte
WopArt 2019