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Pubblicato il: mar 08 Gen 2019
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L’eclettismo di Mary Swanzy, instancabile sperimentatrice, in mostra a Dublino

Mary Swanzy - Paesaggio cubista c. 1928, Private Collection (Image Courtesy Adam's Dublin)

Mary Swanzy – Paesaggio cubista c. 1928, Private Collection (Image Courtesy Adam’s Dublin)

A distanza di mezzo secolo dall’ultima retrospettiva, l’Irlanda riscopre una delle sue artiste più caleidoscopiche, Mary Swanzy

Seppe spaziare dall’Espressionismo di van Gogh al pre-cubismo di Cézanne, fino al Surrealismo. Sempre con una vena di femminilità. A cura di Seán Kissane. Fino al 17 febbraio 2019 al museo di arte moderna irlandese di Dublino.
Instancabile sperimentatrice di stili pittorici, entusiasta e appassionata viaggiatrice, Mary Swanzy (1882-1978) fu prima ancora che un’artista, una donna determinata ad affermare la propria indipendenza. Simpatizzante delle suffragette, viaggiatrice e pittrice poliedrica, nacque da una facoltosa famiglia dublinese (il padre, chirurgo di fama sarà anche insignito del titolo di Sir nel 1907) ed ebbe la possibilità di compiere studi artistici assai approfonditi, nonché di entrare in diretto contatto con la scena “che contava”.

Mary Swanzy - Nudi femminili con cavallo e viadotto, 1930 Courtesy Pyms Gallery, London

Mary Swanzy – Nudi femminili con cavallo e viadotto, 1930 Courtesy Pyms Gallery, London

Si formò dapprima alla Metropolitan School of Art, allieva di John Butler Yeats e poi, acquisiti i fondamentali pittorici nella compassata Dublino vittoriana, all’inizio del Novecento si trasferì a Parigi, all’epoca indiscussa capitale culturale mondiale e frequentata, fra gli altri, da Pablo Picasso e Amedeo Modigliani, che, ispirati da Cézanne e l’arte africana, stavano consolidando le basi del Cubismo. Una situazione che non mancò di catturare l’attenzione della giovane irlandese, le cui prime prove parigine lasciano emergere l’influsso del maestro francese; all’avanguardia sarebbe arrivata dopo,  un po’ in ritardo, quando l’impeto cubista si andava esaurendo, lasciando il campo al Surrealismo.

Instancabile sperimentatrice, Mary Swanzy frequentò un po’ tutta l’arte europea del primo Novecento, lasciando ai posteri una produzione eclettica, con periodi creativi e tematiche fra loro assai differenti; una poliedricità che riflette una personalità indipendente, in un’epoca, quella vittoriana, in cui la coscienza femminile conosceva un primo tumultuoso risveglio. Pur non prendendo parte ai tumulti delle suffragette (anche se ritrasse una di loro, Mabel Purser), Swanzy respirò comunque quell’aria di cambiamento, avvertiva le medesime istanze, e la sua vita indipendente lo dimostra pienamente (al pari di Lotte Laserstein scelse il nubilato a vita, e si dedicò soltanto alla carriera di pittrice).

Mary Swanzy - Scena samoana, 1924 AIB Art Collection, Crawford Art Gallery

Mary Swanzy – Scena samoana, 1924 AIB Art Collection, Crawford Art Gallery

In quegli anni in Irlanda si riteneva ancora, per un qualche strano pudore, che l’unica pittura che si addicesse alle donne fosse quella domestica, coltivata come un’innocente passione da sfogare su fiori, cagnolini, giardinetti di casa. Per Swanzy non fu così. Come accennato, già nel 1905 si trasferì a Parigi, allieva di Antonio de La Gándara e dell’Académie de la Grande Chaumière. Per una donna di appena ventiquattro anni, andare a Parigi per dipingere, nella compassata Irlanda destava una certa impressione. E a Parigi conobbe da vicino i cubisti, ma anche Gauguin e Matisse, e da loro attinse per sviluppare il suo cammino d’artista. Stili differenti utilizzati quasi sempre per raccontare la femminilità e i cambiamenti che stava attraversando in quell’inizio di secolo, cedendo però anche alla “tentazione” di qualche esercizio di stile come le nature morte ispirate a Matisse, o i paesaggi esotici ispirati a Gauguin.

La retrospettiva curata da Kissane ripercorre in maniera approfondita i numerosi volti di una carriera che, dopo gli esordi accademici in Irlanda, ha avuto si suoi momenti migliori con il confronto con l’arte europea. Al ritorno dalla Francia, Swanzy è già in grado di “citare” Cézanne nei paesaggi irlandesi del 1914, con la pennellata pastosa ma soprattutto quel dinamismo geometrico della forma che ha già ispirato i cubisti, ma che in Irlanda è ancora una novità. Le sperimentazioni non sempre incontravano il gradimento del pubblico, e Swanzy fu costretta a guadagnarsi da vivere eseguendo ritratti su commissione o dipinti di genere. Tuttavia, questo non scoraggiò la sua vena sperimentatrice, e a partire dagli anni Venti inizia la sua maturità artistica, con le opere ispirate al Cubismo, ma anche a Gauguin, il gruppo degli Italiens de Paris, e il Surrealismo orfico.

Mary Swanzy - Ragazza con cappello bianco, c.1920, Private Collection, Courtesy Pyms Gallery London

Mary Swanzy – Ragazza con cappello bianco, c.1920, Private Collection, Courtesy Pyms Gallery London

La nuova generazione femminile è ben idealizzata dalla Ragazza con cappello bianco (1920), icona dei Roaring Twenties, del jazz, dei locali notturni, del mito dell’automobile. Il dinamismo circolare dello stile cubista scelto dalla Swanzy, sembra quasi seguire il ritmo di Cole Porter o George Gershwin. Sulla medesima linea di stile, anche paesaggi e composizioni che rafforzano in Europa la sua fama di pittrice moderna. E quando, nell’ottobre del 1925, espose a Parigi presso la Galerie Bernheim Jeune, ricevé le congratulazioni di Gertrude Stein, nume tutelare, con Fitzgerald, della comunità americana che a Montparnasse viveva i suoi “anni folli”. Nel frattempo, alcuni straordinari (per l’epoca) viaggi in Polinesia sulle orme di Gauguin arricchirono il suo bagaglio artistico, e in quello stesso decennio realizzò alcune opere di gusto esotico, riecheggiando nella pennellata l’Espressionismo di van Gogh. Cosa che aggiunge, all’idea di ricerca delle radici primitive nell’epoca della modernità dirompente, anche quella partecipazione spirituale che a Gauguin in parte mancò.

Gli anni Trenta furono invece il periodo dell’avvicinamento al Surrealismo (assieme a Leonora Carrington fu tra le poche donne ad avvicinarvisi) e al Simbolismo, in una suggestiva fusione dei due movimenti; ne scaturiscono atmosfere mitologiche, oniriche, inquietanti e sensuali insieme; si tratta di riflessioni interiori sulla cappa di violenza e oppressione che purtroppo stava soffocando l’Europa. Emblematico, a tal proposito, La Melée (1931), allegoria medievale delle processioni religiose riletta però in chiave di neopaganesimo per raccontare quell’Europa violenta, fanatica, sensuale, ipocrita e perversa che di lì a poco avrebbe vissuta la Seconda Guerra Mondiale.

Mary Swanzy - The Mélée, 1931 Private Collection

Mary Swanzy – The Mélée, 1931 Private Collection

Differenti sono i modi della Swanzy di intendere il Surrealismo, accostandolo di volta in volta al Cubismo, all’Orfismo e all’Espressionismo, ottenendo risultati suggestivi, drammaticamente intensi, al pari della produzione degli anni Quaranta, incentrata su una figurazione che ha richiami classici nella composizione (Hayez, Courbet, Millet, i Primitivi), e una stretta aderenza al sentire del periodo circa lo stile e i soggetti. La sofferenza per la mancanza di cibo, lo struggimento delle madri per i figli sparsi sui vari fronti di guerra. Vi si ritrova la stessa sofferente pittura dai colori accesi che caratterizzerà, successivamente, lo stile di Georg Baselitz. Intanto, la Seconda Guerra Mondiale faceva sentire i suoi effetti anche sull’Inghilterra, e per sfuggirvi si trasferì in Irlanda nel 1943, stabilendosi nel sobborgo dublinese di Coolock. I paesaggi di questo periodo tradiscono in parte una certa nostalgia per la terra della sua infanzia e della prima giovinezza, così come il tentativo sull’onda dell’emozione di trasferire la violenza della guerra su una dimensione più accettabile. Lontana dagli stilemi dell’avanguardia, adesso Swanzy riscopre la struggente tenerezza di Vincent van Gogh, con cui immortala la maestosità della campagna e della costa del Donegal. E per raccontare il dopoguerra, dipinse una splendida Allegoria, ispirata alla Metafisica di de Chirico e alla pittura di Savinio e Paresce, a metà tra l’inferno dantesco e il Giudizio Universale di michelangiolesca memoria, e proseguì su questa china rivestendo la sua poetica pittorica di quella vena grottesca che aveva caratterizzato Dix e Grosz.

Mary Swanzy - Sulla città,1959, Private Collection

Mary Swanzy – Sulla città,1959, Private Collection

In maniera meno violenta, e con una vena surreale, Swanzy comunque utilizza la pittura per raccontare la decadenza di una società che dalla guerra non si è mai veramente ripresa: il carnevale del consumismo si dipana fra sperequazioni di ogni genere, indifferenza e avidità. Ritiratasi a Londra, trascorse in solitudine la seconda parte della sua vita, continuando però a dipingere indefessamente fino alla scomparsa, a 96 anni.

Per lei la pittura è stata l’occasione di molteplici evasioni dalla ristretta realtà dublinese prima, e dalla violenza dei tempi dopo, nonché di evasioni dalla banalità del quotidiano. Come pochi altri artisti è riuscita a toccare così numerosi momenti pittorici, alternandoli l’uno all’altro, e costruendosi una carriera che ancora oggi stupisce per la sua dinamicità. Purtroppo dimenticata, l’arte della Swanzy merita una decisa riscoperta anche nel resto d’Europa.

Mary Swanzy - Il villaggio, 1920 collezione privata

Mary Swanzy – Il villaggio, 1920 collezione privata

 

Mary Swanzy – Voyages

IMMA
Fino al 17 febbraio 2019
Royal Hospital Kilmainham,
Military Rd, Kilmainham, Dublin 8

www.imma.ie

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Autore

- Laureato in Studi Internazionali, è saggista di storia militare, critico d’arte, di teatro e di jazz per alcune riviste di settore. Svolge anche attività di curatore indipendente


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