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Pubblicato il: sab 29 Dic 2018
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No potho reposare. Da Paolo Monti e Marco Rovelli la parafrasi contemporanea di un classico della musica sarda

No potho reposare, di Paolo Monti e Marco Rovelli

No potho reposare, di Paolo Monti e Marco Rovelli

Il canto nato dalla penna del sardo Salvatore Sini diventa un moderno musikdrama. Un brano ibrido, fra appartenenza alla propria terra e distacco forzato dall’amata

No potho reposare è il noto incipit del canto che nasce A Diosa dalla penna del sardo Salvatore Sini. 1915, la Grande Guerra è cominciata ed i giovani richiamati per il fronte partono divorati dalla sofferenza che il distacco implica. Un secolo di riletture, adattamenti ed esperimenti ha consacrato il pezzo quale grido simbolo di un preciso stato emotivo. Nella immediatezza di una corrispondenza tra amanti lontani, non si legge tuttavia unicamente di una semplice dichiarazione d’amore alla dolce metà. Si tratta di un brano musicale ibrido, per citare Lutzu, che muove emozioni collettive alla luce dell’auto-riconoscimento nell’appartenenza alla propria terra e nel distacco forzato dall’amata. Donna e terra sono accomunate dalla distanza che affligge il suo autore. I giovani partivano allora per il fronte, costretti a vivere il triste addio che la lontananza imposta comporta. Il sentimento è diffuso, il dolore è comune, la sofferenza è attuale. Tutt’oggi dopo più di cento anni, i giovani in massa volano via. Stormi che forzatamente migrano verso altri lidi per inseguire una migliore condizione, nonché legati alla delocalizzazione delle risorse umane strappate ai territori. Questo canto d’amore, leggibile infatti come rivolto all’amata Sardegna in senso lato, e per estensione alla propria terra, è universale ed internazionale. Tutti lo cantano, tutti si emozionano. Marco Rovelli dà voce oggi ad un amore sofferto, a suo modo sovversivo e contro il sistema, ad una poesia nostalgica ed angosciata. La sofferenza è quindi per l’abbandono, oltre che della donna, della propria terra. Dai versi emergono dolore e tristezza che la partenza, e dunque l’allontanamento, provoca. Struggente era la musica pensata da Giuseppe Rachel in linea con il sentimento che la poesia recitava. Così come cento anni fa, Paolo Monti, autore delle musiche, e Marco Rovelli presentano una interpretazione sentita, non contemplativa, in cui le linee cantata e musicale corrono insieme e si intrecciano. Il tracciato vocale che le sue parole disegnano accompagna ed è seguito dalla musica che personifica le emozioni del testo tramite oculate giustapposizioni di ritmo ed accenti, servendosi di suggestioni e reminiscenze.

Marco Rovelli

Marco Rovelli

Chitarra e archi vestono un arrangiamento classico largo ed armonico che, come un eco lontano, tende ad inglobare l’intera canzone senza lasciare vuoti o pause significative. Lo stile è lento ed ampio ed il cullare della melodia richiamano il Das Rheingold wagneriano. La composizione evoca l’armonia del paesaggio, richiamata nei suoni. Scenari naturali si dipingono anche qui dinnanzi ai nostri occhi. Interessante è il contrasto tra l’arrangiamento dai toni bucolici, che dunque rimanda a scenari campestri sereni e allegri, ed il testo che porta con sé la malinconia legata all’abbandono di quei luoghi. Il tentativo riuscito è quello di ricreare pertanto un musikdrama in cui le figure che la musica racconta si fanno visibili come fossero immediato prodotto della composizione. Le sinestetiche immagini, automatiche ed involontarie, che si figurano dinnanzi a noi durante l’ascolto del pezzo, sono qui guidate dal dolce suono degli archi e dalla straziata voce dell’interprete. In una inesistente scala progressiva dei generi, si manifesta un tentativo di elevare la dignità del pezzo e proporlo in un nuovo palcoscenico, ad un nuovo pubblico. L’arrangiamento si allontana così dalle ultime versioni più pop di cui sembra essersi nutrito, scegliendo una chiave di lettura classica e tornando alla dimensione teatrale originaria. Monti e Rovelli propongono una versione calda ed intima in cui musica e cantato si alimentano reciprocamente. L’opera, corale nel suo cantare di sentimenti comuni, materializza la densa sofferenza lontana attraverso elementi musicali semplici. L’iniziale cupezza della melodia prepara il momento in cui la voce si inserisce nella liquida armonia che raggiunge infine il suo climax sonoro cullandoci struggente e, nella sua bramosia malinconica, l’anima di Rovelli vibra così all’unisono con le corde degli archi.

Silvia Orione

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