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Pubblicato il: mar 20 Nov 2018
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Leonardo al Louvre. È di nuovo guerra tra Italia e Francia

Leonardo

L’ultimo atto della lite infinita fra Italia e Francia porta la firma di Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero per i beni e le attività culturali, donna di battaglia e di successo, immagine fashion e leghista sui generis, approdata nel Carroccio addirittura dai centri sociali, che ha rinnegato pubblicamente l’accordo con Parigi di Dario Franceschini, disponibile a prestare al Louvre tutti i quadri di Leonardo per la grande mostra sui 500 anni dalla sua morte. Non se ne parla neanche, ha tuonato la bolognesissima Borgonzoni, con l’aria di una che certe cose non vuole sentirle nemmeno per scherzo.

Non sono più i tempi. Oggi, il conflitto con la Francia è diventato il mantra del governo italiano. E’ soprattutto Matteo Salvini a spingere sul pedale di un atteggiamento sempre più duro nei confronti di Emmanuel Macron, che in Libia e nei Paesi più a Sud, dove passano le carovane cariche di migranti, «fa solo i suoi interessi», come ha sottolineato più di una volta molto pesantemente il ministro dell’Interno. La Borgonzoni, che della Lega è una icona, «così bella e così brava» a sentire i fedelissimi di Salvini, s’è piazzata in prima fila sulla linea dettata dal suo leader.

Il Louvre aveva chiesto la totalità dei dipinti di Leonardo per la mostra fissata nel settembre del 2019, e Franceschini aveva detto di sì per quasi tutti. Solo che «Leonardo è italiano e in Francia ci è solo morto», ha polemicamente puntualizzato la sottosegretaria. «Lui non è Leonardò, ma Leonardo, e dare al Louvre tutti quei quadri significa mettere l’Italia ai margini di un grande evento culturale, anche perché pure i Lincei stanno preparando una loro mostra per agosto. Bisogna rimettere tutto in discussione. Nel rispetto dell’autonomia dei musei, l’interesse nazionale non può finire in secondo piano. I francesi non possono avere tutto».

Sinceramente, non fa una grinza. Difficile darle torto. Ma è altrettanto difficile dare ragione a tutti i soliti leoni da tastiera che si sono scatenati sull’onda delle sue dichiarazioni, per rivendicare la Gioconda e dar fiato a tutti i luoghi comuni sui furti napoleonici. Cerchiamo di ristabilire un po’ di verità, per quel che serve. Innanzitutto è giusto che ci rifiutiamo di prestare i quadri, in particolare senza neanche un minimo di contrapartita. E’ però vero che Dario Franceschini stava trattando con la Francia la restituzione della Maestà del Louvre di Cimabue: non sappiamo se quei prestiti facessero parte di un tacito accordo. Se così fosse, l’iniziativa diventerebbe certo meno criticabile. Diamo per scontato che non sia così. Un improvvisato esercito di neosovranisti sta chiedendo indietro a squarciagola la Gioconda. Giusto? Assolutamente no.

Francia

Cimabue, Maestà del Louvre, 1280 circa

La Gioconda è a tutti gli effetti francese, perché fu comprata per quattromila scudi d’oro dal re di Francia Francesco I d’Orléans, come raccontato all’epoca dallo storico Giorgio Vasari: «Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa e 4 anni penatovi, lo lasciò imperfetto: la quale opera oggi è appresso il re di Francia in Fontainebleau». Si trova lì dal 1517, come dimostrò anche uno scritto del canonico Amtonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, che l’annotò sul suo diario. Resta solo il dubbio su quando fu venduta. Chi dice dallo stesso Leonardo, chi a nome suo dall’allievo Gian Giacomo Caprotti detto Salai, dopo la morte del Maestro. In ogni caso, Napoleone questa volta non c’entra niente. E’ vero però che Bonaparte amava così tanto la Gioconda da metterla nella camera della moglie Josephine, e poi al Louvre che all’epoca si chiamava Musée Napoléon.

Quel museo era stato aperto proprio per dare al popolo tutti i capolavori di proprietà dell’Ancien Régime e dei suoi nobili. Ma dopo aver spogliato i luoghi di culto, le corti e le collezioni private dei sangue blu francesi, a partire dalla guerra con i Paese Bassi, cominciò a depredare con gli stessi scopi propagandistici pure gli altri regni sconfitti. In Italia, nel 1796 incamerò 110 capolavori grazie all’armistizio di Cherasco. Con il trattato di Tolentino, un anno dopo spogliò lo Stato Pontificio, poi venne il turno di Venezia infine nel 1799 il Regno di Napoli. In tutto 506 dipinti. Ma dopo la sua sconfitta nel 1815, l’Italia se ne fece restituire 249. Di quelli che restavano, 9 furono dichiarati scomparsi e 248 erano per la maggior parte dello Stato Pontificio, che ne fece gentile omaggio al re di Francia.

Leonardo da Vinci, La Gioconda, 1503–1504 circa

Leonardo da Vinci, La Gioconda, 1503–1504 circa

Fra questi ci sono opere del Perugino, del Mantegna, di Beato Angelico, Pontormo, Cimabue, Filippo Lippi, Giotto. Ma come si evince, diventa un po’ complicato chiedere la restituzione di capolavori che risultano legalmente di proprietà francese. La cosa inspiegabile è che stiamo a menarla tanto con le razzie napoleoniche, e non si leva mai un grido di scandalo per i furti veri e propri compiuti dai nazisti, in forma privata, come attestano per esempio il discobolo di Mirone recuperato direttamente a casa Goering e l’Apollo di Pompei che Hitler teneva in camera sua. Nell’agosto del 1944 i soldati tedeschi dopo la liberazione di Firenze prelevarono solo dagli Uffizi 262 dipinti e organizzarono un festino in strada, a Manaro sul Panaro, «danzando attorno alla Venere del Tiziano esposta al calore e alla luce violenta delle fiaccole», in modo da rovinarla.

Sarebbero più di tremila (ma una cifra esatta non è quantificabile) i capolavori depredati dai nazisti in combutta con i fascisti che li sequestravano a nome loro, da Leonardo a Michelangelo, da Masaccio a Botticelli, e molti di questi sono stati riconsegnati dalla Russia, perchè a furto seguiva un altro furto dei vincitori e le truppe di Stalin se ne erano appropriati molto spesso dalle case private dei comandanti tedeschi. Tantissimi, però, sono svaniti nel nulla. Difficile azzardare una cifra.

Viene da piangere se si pensa a cosa era l’Italia prima di queste ruberie selvagge, quale immenso patrimonio non solo di bellezza ci avevano lasciato in eredità la nostra Storia e la nostra arte. Abbiamo ragione a rivendicare la grandezza dei nostri avi, a difendere l’incalcolabile valore che abbiamo regalato agli occhi del mondo. Perché è qualcosa che ci appartiene a pieno diritto e di cui dovremmo essere fieri. E ha ragione Lucia Borgonzoni. Impariamo però a rivendicare le cose non solo a seconda di come la pensiamo. Così, per essere davvero nel giusto, una volta tanto.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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