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Pubblicato il: mar 20 Nov 2018
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Andy Warhol protagonista al Whitney Museum di NY. Una grande retrospettiva per raccontare i mille volti dell’artista. Le foto

warhol new york

“Se volete sapere tutto su Andy Warhol, guardate solo la superficie…” o andate a vedere la mostra alla Whitney di New York. Un’occasione unica per scoprire e riscoprire questa icona della contemporaneità.

Il Whitney museum di New York ha inaugurato pochi giorni fa la mostra “Andy Warhol: From A to B and Back Again :  un’ampia retrospettiva, la prima dopo trent’anni,  curata da Donna De Salvo, che intende offrire una visione nuova ed estremamente personale dell’artista, cercando di separare l’uomo dal mito, ed esplorandone il costante desiderio di confrontarsi con immagini, simboli e miti dell’American Dream. Tutto sempre in un ambiguo equilibrio, fra compiacimento e critica sociale.

“Se volete sapere tutto su Andy Warhol, guardate solo la superficie: dei miei dipinti, dei miei film e di me, eccomi là. Dietro non c’è niente”.

Pittore, grafico, scultore, produttore, regista, business man e artista, pubblicitario e promoter: attore di inesauribili maschere per nascondere le sue paure e fragilità. Divo della Factory a capo e ideatore della scena più In  New Yorkese, ma poi pronto a tornare a casa dalla madre a fine serata, con cui visse tutta la vita.  Warhol è questo, Warhol è contraddittoria ma intrigante ambiguità. 

Questo show su 3 piani ce ne offre ancora una volta una prova. Per quanto Warhol sia ormai nell’immaginario collettivo, l’artista riesce infatti sempre sfuggire ad ogni possibilità di una lettura e giudizio finale. Icona immortale e inafferrabile, come immortale è la sua un’opera capace di dimostrare tutta la sua attualità ancora oggi.

A essere esposte sono più di 350 opere, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, che vanno a tracciare un percorso nello sviluppo della figura di Warhol come artista e come icona, nei mille volti in cui si è mascherato.

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>> GLI INIZI NELLA PUBBLICITA’

Si inizia con i suoi primi lavori: disegni e bozzetti come illustratore pubblicitario, sono messi a confronto con alcuni più personali con una essenzialità grafica estremamente efficace, fino alle prime stripes più pop con personaggi dei comics, che però abbandonerà subito dopo aver visto la mostra di Lichtenstein da Leo Castelli.

 “Si può vedere Warhol prima di Warhol, prima dell’invenzione di sé stesso” , ha commentato la curatrice.

 

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Prima di diventare l’artista che conosciamo, Warhol aveva avuto infatti una brillante carriera nella pubblicità, lavorando per Vogue e vari maggiori Brand,  compensato con un lauto salario che gli aveva permesso, fra l’altro, di collezionare artisti della generazione precedente, e in particolare del Neo-Dada come Raushemberg o Jasper Johns. Indubbiamente questo precedente lavoro fu ciò che lo portò a sviluppare una particolare consapevolezza dei meccanismi della comunicazione pubblicitaria nel modellare l’immaginario della società di massa, come poi  del rapido cambiamento delle relazioni fra  rappresentazione visiva (arte/pubblicità, mass media), del ruolo dell’artista e creativo, e soprattutto nelle aspettative del pubblico a partire dagli anni 50s.

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Andy Warhol, Brillo Boxes, 1969 (version of 1964 original). Silkscreen ink on wood, fifty parts: 20 × 20 × 17 in. (50.8 × 50.8 × 43.2 cm) each. Norton Simon Museum, Pasadena, CA; gift of the artist P.1969.144.001‒050. © 2018 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

Nella transizione da “commercial artist“, educatosi con in una versione americana del Bauhaus, a “fine artist Warhol farà tesoro di tutto ciò,  e abbracciando consapevolmente tali meccanismi dell’ormai pervasiva e onnipresente cultura di massa,  si libererà delle notizioni di autorialità e originalità, riconoscendo come ormai inevitabile e necessaria l’integrazione dell’arte nell’industria della cultura: la sua arte è democratica, di massa, come la società di cui adotta i meccanismi di produzione e distribuzione (spersonalizzazione, serializzazione), ma di cui al contempo analizza criticamente i fenomeni, le ossessioni. Il tutto però  mantenendosi sempre in un intrinseco dialogo con la storia dell’arte americana più recente, dall’appropriazione  di oggetti mondani del Neo Dada, alle imperfezioni dell pennellate “espressioniste” nelle prime Coca Cola del 61, fino alla reinvenzione parodica del dripping di Pollock nelle Oxidations e al confronto con l’idea di Kaprow di un’estetica partecipatori, come nella serie Diagrams. 

 

>> LE PRIME OPERE

C’è tutto in questo Show, dove subito all’ingresso troneggiano le iconiche  Campbell’ Soup  le stesse che erano state esposte per la prima volta nella Ferus Gallery nel 1962, vengono presentate qui con la medesima disposizione seriale, come oggetti nelle scaffalature dei tanti supermarket, emblemi dell’abbondanza consumistica del post-war americano. Nella medesima sala troviamo inoltre anche gli iconici Brillo Box (non gli originali del 64, ma comunque una versione del ’69) : non un mero readymade, ma un  re-made ad hoc del prodotto industriale reale, package ricostruiti in legno,  simulacra che contengono suolo il vuoto dell’ossessione consumistica.

Campbell soups

Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962. Casein, acrylic, and graphite on linen, thirty two panels: 20 × 16 in. (50.8 × 40.6 cm) each.  © 2018 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Licensed by Artists Rights Society (ARS), New York

 

>> DEATH & DISASTER: UNA RIFLESSINE SOCIOPOLITICA PIU’ ESPLICITA

Segue  Death & Disaster, una serie di lavori più politici, ma che offrono forse una delle letture più autentiche dell’effettivo approccio e motivazioni che guidarono Warhol nella sua pratica di traumatico realismo, comparabile allo stesso che Truman Capote negli stessi anni stava applicando in letteratura, e a cui Warhol era estremamente legato.  A lungo non esposte in America in quanto scomodo confronto con i paradossi della nuova era di abbondanza, le opere di questa serie vennero presentate solo nella gallerie di Ileana Sonnabend, a Parigi. Una serie scomoda quanto cruenta, perché cruenti sono i lati oscuri del capitalismo e di una società di massa che annulla il senso della tragedia tramite un’ esposizione mediatica ripetuta che allena un’apatica indifferenza, relegando le vittime a una folla senza nome protagonista dello spettacolo scoccio collettivo.

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Andy Warhol, 129 Die in Jet, 1962, acrylic and graphite on linen, 100 ¼ x 71 7/8 in. (254,5 x 182.5 cm). Museum Ludwig, Cologne. © 2018 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York

Trovarsi davanti a  Lavander Disaster (1963) è una prova che esplicita la fallibilità delle nostre capacità cognitive e percettive:  l’atrocità di un’immagine di morte viene ridotta infatti  ad un attraente pattern ripetitivo, una superficie colorata con un piacevole violetto,  che riesce ad annullare ogni spettro di morte. Almeno fino a quando non ci si sofferma e si realizza quale il referente reale di tale immagine, e il suo tragico significato.

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Andy Warhol, American, 1928 – 1987 Lavender Disaster, 1963 Acrylic, silkscreen ink, and pencil on linen 106 × 81 7/8 in. (269.2 × 208 cm) Painting 1978-005 DJ © Andy Warhol Foundation for the Visual Arts / Artists Rights Society (ARS), New York

 

>>IL 1964 ANNUS MIRABILIS E LA SVOLTA GLAMOUR

Il 1964 è l‘annus mirabilis della produzione di Warhol: un anno di sperimentazioni, come quelle che lo porteranno a mettere alla prova i convenzionali meccanismi del cinema con Empire; un anno di provocazioni come quella dei Thirteen Most Wanted Men per la World Fair di New York;  ma il ’64 fu anche l’anno della svelta quasi schizofrenica verso lo stile più glamour dei Flowers, pur di riuscire finalmente ad esporre da Leo Castelli.

Ma è tutto un gioco lucido e consapevole: Warhol gioca con l’ingenuità del gusto comune della middle-class, gioca  con le sue perverse fascinazioni voyeuristiche per il lutto e dolore  altrui (come in Jackie, The Week that aas 1963), e con l’effemerità dei suoi miti di divi ridotti a immagini, icone destinate altrettanto al consumo, e alla rapida obsolescenza.

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Andy Warhol, Marilyn Diptych, 1962. Acrylic, silkscreen ink, and graphite on linen, two panels: 80 7/8 × 114 in. (205.4 × 289.6 cm) overall. Tate, London; purchase 1980. © 2018 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York

 

>> LA SOGGETTIVITA’ DI MASSA: FRA ANONIMITÀ E FALSI MITI

Non mancano infatti le celebri Marilyn, maschere senza volto, il cui trucco è stato enfatizzato fino all’eccesso dall’instrumentalizzazione dell’ industria di Hollywood, fino alla spersonalizzazione e alla sua  progressiva dissoluzione nella loro  ripetizione. Lo stesso vale per  il magnifico  Triple Elvis la cui presenza iconica, simbolo di stereotipata mascolinità dell’uomo americano cowboy,  viene amplificata dalla ripetizione e dal scintillante sfondo argentato. Si aggiungono inoltre a questa parodica iconostasi contemporanea  i coloratissimi Mao ipersaturati, vibranti della idealizzazione di massa di un volto.

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Andy Warhol, Triple Elvis, 1963. The Doris and Donald Fisher Collection at the SFMOMA.©2018 The Andy Warhol Foundation for Visual Arts, Inc./ARS, NY

Al contrario la soggettività di massa è invece qualcosa di confuso, che fatica a trovare  rappresentazione, quanto una propria identità , e alla fine si riduce a un qualcosa di indefinito e anonimo, come i volti che si disperdono nella folla senza nome (come in Crowd del 1963) e soprattutto davanti all’inevitabilità della morte, e la sua banalità in  incidenti assurdi come in Tuna Fish disaster (1963).

La morte è stata di fatto una delle più grandi ossessioni e paure di Warhol, presente di sfondo in gran parte delle sue opere su oggetti e icone destinate all’esaurimento, esorcizzata con la sua rappresentazione diretta nella serie Death & Disaster, e tentata di eludere nelle mille maschere cangianti dei suoi innumerevoli ritratti.

 

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Andy Warhol, Crowd (1963)© TM The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts

 

>> RIFLESSIONI SUL MERCATO DI WARHOL

Lo  show offre indubbiamente una valida e completa overview dell’ampia  opera warholiana,  capace di mettere in discussione ogni convenzione precedente sul fare arte e cultura, abbracciando consapevolmente la pervasività di una cultura di massa e dei suoi paradossali meccanismi, al solo fine però di esplorare la possibilità di rinnovare in modi infiniti il linguaggio non solo artistico, ma della comunicazione in generale.

Inevitabile considerare le conseguenze ( molto probabilmente volute e sperate) di un tale show blockbuster sul mercato dell’artista, dopo anni in cui il nome stava un po’ scendendo,  eccezione si fatta per masterpieces come l’ultimo Double Elvis [Ferus Type], 1963 che ha raggiunto lo scorso maggio cifre da record.

Come commentava Dominique Lévy su Artnet, la debolezza del suo mercato è dovuta oggi più che altro al  generico e ripetitivo materiale consegnato in larga quantità  negli ultimi anni. E siccome la gran parte dei migliori lavori dei primi anni è già in gran parte in collezioni private o pubbliche, alcuni hanno cinicamente commentato che semplicemente serviva l’occasione adatta, e l’apparato anche critico adeguato,  per tentare di rivalutare le opere più importanti anche della produzione più tarda, così da rinvigorire il mercato con nuovi possibili masterpieces. E l’ampio sguardo complessivo che cerca di dare questa mostra per raccontare ancora un altro “inedito” Warhol, sembra potrà funzionare a pennello a questa strategia.

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Non un caso dunque che anche le ultime evening sales a New York appena conclusesi hanno visto risultati notevoli per alcune delle più celebri serie di Warhol, incluse in questa mostra,  come Tuna Disaster aggiudicato a +$ 5 milioni o Jackie a $1,705.000 nella Evening Sale di Christie’s.

Intenti speculativi o meno, la mostra rimane sicuramente una retrospettiva di estrema qualità e importanza, soprattutto in termini di prestiti, selezione delle opere e completezza,  riuscendo a offrire ancora una volta una possibilità inedita di scoprire e riscoprire i mille volti e sfumature dell’arte di Andy Warhol.

Sono stato definito con gli aggettivi “complesso, naive, acuto e sofisticato”, usati insieme tutti nello stesso articolo! Ma lo hanno scritto con malizia. Queste sono affermazioni contraddittorie, eppure non è che io sia pieno di contraddizioni, semplicemente non ho delle forti opinioni 

 

E se di solito queste importanti retrospettive  sono intese anche a indagare l’importanza e l’attualità dell’artista nell’oggi, considerando il  costante bombardamento mediatico e digitale attuale, insieme alla nuova ossessione narcisistica dei social media dove effettivamente tutti possono essere “famosi per 15 minuti” ( e anche meno come) Warhol aveva predetto, sicuramente la sua riflessione semiotica e sociologica sul valore delle informazioni visive e multimediale rimane attuale oggi, più che mai.

 

 

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Andy Warhol, Flowers, 1964

 

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Andy Warhol’ Memorabilia (Time Capsule)

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Jean-Michel Basquiat and Andy Warhol, Paramount, 1984–85. Acrylic on canvas, 76 × 105 in. (193 × 266.7 cm). Private collection. © 2018 Jean-Michel Basquiat Estate. Licensed by Artestar, New York. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Artists Rights Society (ARS), New York

INFORMAZIONI

Andy Warhol – From A to B and Back Again

Nov 12, 2018– Mar 31, 2019

Whitney Museum of American Art, NY

Andy Warhol, Whitney 

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Autore

- Dopo la laurea in Marketing & Management delle Arti alla IULM di Milano e alcune esperienze nel settore, Elisa Carollo sta seguendo un MA da Christie's New York con l'obbiettivo di professionalizzarsi sull'advisory e collection management a più livelli, nel contesto di pratiche a livello internazionale. Animata da un forte interesse per l'arte contemporanea e il suo mercato, collabora con ArtsLife per contenuti editoriali su tali tematiche fra Italia e estero


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