meeting art istituzionale
Pubblicato il: mer 31 Ott 2018
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On Air, Tomás Saraceno a Parigi. Lungo “il sentiero dei nidi di ragno”, nelle viscere del Palais de Tokyo

L’avventura comincia non lungo i sentieri dell’Appennino ligure come nel romanzo di Italo Calvino, ma nelle viscere del Palais de Tokyo, dove Tomás Saraceno e la biologa Christine Rolland, del Museo Nazionale di Storia Naturale, si sono addentrati alla ricerca della presenza di tele di ragno, trovandone più di 500 della famiglia dei synanthrpes. Ragni, questi, ovviamente non domestici, ma che tuttavia, nidificando principalmente all’interno di edifici eretti da noi umani, partecipano il medesimo environnements e quindi, secondo i nostri esploratori, le loro condizioni d’esistenza ecologica sono intrecciate alle nostre.

Da qui si dipana il filo (di ragno) secondo il quale, seguendo le teorie di Jacob von Uexküll, pioniere dell’etologia e dell’ecologia, ogni animale vive, sì chiuso nel suo mondo-ambiente, ma connesso a tutti gli altri mondi-ambienti. Una sorta di visione olistica che, contrariamente ad una concezione classica del mondo comprensivo di tutte le specie viventi disposte gerarchicamente, ne contrappone una nella quale un’infinità di mondi percettivi, ancorché esclusivi, sono collegati fra loro.

Ecco, tutta ‘sta roba, per condurvi sull’orlo del postulato sul quale si impernia tutta la mostra, anche se la definizione mi pare riduttiva rispetto alle ambizioni e agli intenti di Saraceno. Un po’ come in una puntata di Voyager. Egli prefigura un salto di qualità nelle relazioni infra specie, immaginando modi per meglio relazionarci e intenderci, nella fattispecie con i ragni, e bruciare così le barriere che separano i nostri mondi, una sorta di “jam session di specie”.

Ora inizia il viaggio nelle infinite sale nere e buie del Palais, disseminate di bacheche nelle quali galleggiano fluttuanti tele di ragno che danzano seguendo una coreografia a più voci fra umani e non-umani, volteggiando al ritmo dei suoni creati dal perpetuo movimento dell’aria che contiene milioni di molecole che urtandosi e intersecandosi con le ragnatele, producono il suono di uno spartito naturale invisibile. Una full immersion con la quale l’artista ci invita a ripensare il nostro modo di abitare il mondo. Un progetto complesso e ben strutturato che si avvale di una grande varietà di collaboratori, istituzioni scientifiche, gruppi di ricerca, uniti da una ferrea, radicale e talebana visione ecologica del mondo nel quale lo schifoso homo predator, sfruttatore delle risorse del pianeta, è una minaccia per l’intero ecosistema. Tesi peraltro non originalissima e piuttosto radicata presso gli intellò, orfani dell’ideologia marxista e portatori non sani del pensiero progressista. La diminutio humani generis che da Sir Charles Darwin in poi ci ha declassati al rango di “animali semplici”, come i sergenti, oltre a deprivarci dei Celesti natali ha dato la stura alla qualunque. Come i grillini. Un giorno disse il grullo alla formica: uno vale uno. Un ragno vale un uomo, why not, è la democrazia, bellezza!

Secondo Saraceno, tutto ‘sto desiderio di incontri ravvicinati del terzo tipo con gli aracnidi sottintende appunto che gli umani altro non sono che simply animals che debbono recuperare il loro vero destino in quanto specie, accedere ad uno stato superiore di coscienza e danzare fra le nuvole – come fanno i ragni con le loro tele, una fissazione! – su piccoli ballons aerostatici mossi dall’energia solare.

L’intento, come enunciato nelle schede della mostra, è “di destabilizzare l’idea di un’eccezione umana, che ci fa pensare che la conoscenza sia una prerogativa esclusivamente nostra, piuttosto che qualcosa che emerge con/e attraverso le nostre relazioni con il mondo”.

Mah, ci sarà pure il ragno violino, ma  preferisco l’incanto di Anne-Sophie Mutter che esegue un sublime spartito scritto non con la polvere interstellare, ma con l’ingegno di Wolfang.

Il fatto è che l’Uomo è sì un animale, all’occasione pure una bestia, ma dotato di una “arma” che lo rende diverso e superiore a qualsivoglia essere del creato: il linguaggio. Tutti gli sforzi fin qui condotti da antropologi, filosofi, linguisti che invano si sono cimentati nel tentativo di classificarci meri animali, si è infranto su questo scoglio. Come ci ricordano i nostri parenti dell’antica Grecia, è il logos che riporta ordine sul caos primordiale. Apollo scalza Dioniso che tuttavia permane e per vie sotterranee ci ricorda il nostro destino primigenio: da un lato possediamo la rappresentazione che sta nell’intelletto e nella ragione, d’altro canto possediamo la cosa in sé del mondo che portiamo nel nostro intimo (per dirla con Giorgio Colli, uno che se ne intendeva!). Natura-cultura, se volete siamo dei mezzi sangue, tutti un po’ spider-man. Siamo animali privi di un preciso destino di specie – come i ragni che tessono straordinarie architetture o come gli uccelli in grado di volare lungo rotte incredibili seguendo le correnti d’aria – ma capaci però di costruire razzi per volare nello spazio piuttosto che erigere straordinari ponti, anche se ultimamente crollano. Ma questa è un’altra storia.

Così parlò Zarathuštra

Apollinei saluti

L.d.R.

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