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Pubblicato il: lun 10 Set 2018
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Da Jack Ma a Bill Gates, fino a Zuckerberg. I miliardari e la filantropia

Alibaba Jack Ma

Jack Ma

Ma perché l’ultima moda dei nuovi miliardari è quella di ritirarsi per fare beneficienza? A leggerle così, queste notizie, da profani, sembra quasi un senso di colpa, per la facilità con cui li hanno fatti, ma soprattutto per il mondo che ci stanno lasciando, un futuro neanche troppo lontano, dove il lavoro sarà sempre di meno, con pochi ricchi, molti schiavi e un mucchio di tempo libero. Le nuove tencologie e la finanza stanno asfaltando un sistema che si reggeva da secoli, creandone un altro in cui poco alla volta i computer e i robot sostituiranno l’uomo. Il lavoro sarà solo un servizio da schiavo, perché resteranno quelli di cui la minoranza dei grandi ricchi sempre più ricchi avranno bisogno per le loro esigenze personali, dal barbiere al massaggiatore al lustrascarpe. Gli altri – cioé noi – dovranno dividersi le briciole. Non è un caso che il Giappone sia così severo nel rifiutare ogni forma di immigrazione: hanno deciso di puntare tutto sulla ricerca e la robotica, perché saranno i robot a fare i lavori degli schiavi. In questo scenario, neanche tanto futuristico, il reddito di cittadinanza sarà quasi un’esigenza per l’immenso esercito dei disoccupati. E forse non è neppure un caso che oggi molti dei neomiliardari delle nuove tecnologie si stanno ritirando per fare beneficienza soprattutto nel campo della cultura e dell’ambiente, cioé le due cose che più di tutte stavano distruggendo.

Ma Yun, noto come Jack Ma, fondatore e presidente esecutivo di Alibaba, colosso del commercio elettronico valutato da Wall Street 420 miliardi di dollari, è solo l’ultimo della lista. A 54 anni va in pensione e in un’intervista al New York Times ha detto che vuole dare una svolta alla sua esistenza, e che vuole dedicarsi alla filantropia concentrandosi sulla sua fondazione per il sostegno all’istruzione. «Tornerò a insegnare», ha detto. «Non è la fine di un’era, ma l’inizio di una nuova, per me». Lascia la sua carica, restando però nel cda per ispirare i nuovi membri. Prima di lui, in tanti hanno fatto la stessa scelta. Il più famoso è Bill Gates, il cofondatore di Microsoft, che ha fatto un primo passo indietro nel 2000 per iniziare a dedicarsi alla Bill e Melissa Gate Foundation, la fondazione benefica lanciata assieme alla moglie, che adesso ha più di 1500 dipendenti con diramazioni che vanno dalla lotta all’Aids al contrasto alla «povertà estrema» in Africa. Lui può permettersi tutto, visto che il suo patrimonio è valutato quasi cento miliardi di dollari. Così, oltre alla sua fondazione, si è impegnato in una lunga serie di iniziative umanitarie con altri suoi colleghi.

Bill Gates

Bill Gates

Nel 2009 ha dato vita assieme a Warner Buffet (patrimonio di 88,3 miliardi di dollari) a Giuing Pledge, una compagnia per spronare i miliardari americani a convertirsi alla causa filantropica. Il progetto funziona e ha incassato l’adesione di 184 donatori, fra i quali Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, altro miliardario della modernità (61,2 miliardi di dollari di patrimonio). John Arnold, manager con un patrimonio da poveretto in confronto a questi signori, di 3,5 miliardi, si è pure lui ritirato per gestire con la moglie la Laura e John Arnold Foundation, che sponsorizza progetti nei campi dell’istruzione e della ricerca scientifica. Tom Steyer (patrimonio da 1,6 miliardi), invece, fondatore della società di investimento Farallon Capital, ha venduto tutte le sue quote e ha fondato Nextgen America, impegnata nel contrasto al cambiamento climatico.

Anche in Cina si sta diffondendo questa moda e molti miliardari negli ultimi tempi aiutano fondazioni benefiche: in sei anni hanno aumentato i versamenti rispetto al passato di 3,6 miliardi. Certo, non dobbiamo illuderci che questi signori regalino tutti i loro soldi alle opere umanitarie. Gli lasciano delle briciole, benvenute anche quelle sia chiaro. Alcuni dei loro patrimoni metterebbero a posto da soli i bilanci disastrati di grandi paesi industriali come l’Italia. Il patrimonio di Jack Ma, ad esempio, è stimato in 37 miliardi di dollari, un’enormità senza senso che fa a pugni con l’impoverimento generale in tutto il mondo. Ma il controsenso di cui non ci rendiamo ancora conto è proprio questo, che mentre sparisce la classe media e tutti noi fatichiamo ogni mese che passa sempre di più, una minoranza di miliardari non finisce di arricchirsi. Ne hanno così tanti che possono permettersi di buttarli via. Il putrefarsi del vecchio capitalismo ha ceduto il passo a un sistema finanziario e tecnologico che rischia di consegnare il vero potere a poche persone.

Mark Zuckerberg (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

Mark Zuckerberg (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

John Keynes in un conferenza del 1930 aveva intravisto qualcosa di simile per il 2030, ma prevedendo che sarebbero stati gli Stati a gestire questo passaggio, una sorta di new deal eterno applicato anche alle nuove tecnologie. Nella realtà questo cambiamento è stato indirizzato da una oligarchia ristretta, che ha saputo leggere il futuro più degli altri. Come Jack Ma, in fondo, che cominciò fondando Alibaba in una stanzetta di casa sua, a Hangzouh, quando aveva 25 anni, nel 1999. Ha detto che l’idea che si poteva fare business online gli era venuta da ragazzo, mentre cercava una birra che non riusciva a trovare. Prima di arrivarci però aveva provato con un mucchio di lavori, subito dopo la laurea, aspettando i turisti americani davanti agli hotel per portarli in giro in città, facendo il professore d’inglese, e tentando vari concorsi, come quello alla catena Kentucky Fried Chicken, dove si presentarono in 27 per essere assunti: «Ne presero 26. Io ero l’unico escluso». Dopo l’ultima delusione ripiegò sul sogno da ragazzo. Erano in 18: «Facevamo economia anche sui centesimi, ma dopo 4 mesi rischiavamo già di fallire». Poi si sa come vanno le cose, quando hai il vento a favore. A un certo punto tutto cominciò a girare per il verso giusto. Adesso Alibaba ha 66mila dipendenti. E Jack Ma può confessare che non gli va di morire in ufficio: «Molto meglio in spiaggia, sotto un ombrellone». Con quei soldi può dire tutto quello che vuole. Anche aiutando gli altri, restando ricco come prima e più di prima. Non sarà mica che a lui, e a quelli come lui, gli conviene salvarlo questo mondo, prima che si distrugga da solo?

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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